Piazza Verdi: Federici, il Consiglio di Stato e il “rimbalzo del gatto morto”

LA SPEZIA – Un peggiore dispetto il Consiglio di Stato non poteva farlo. La sentenza su Piazza Verdi infatti salva tutti e non condanna quasi nessuno; salva Marzia Ratti con la sua datazione sbagliata dei pini, considerando l’errore non rilevante; salva l’ex ministro Massimo Bray, su cui si erano accaniti i legali del Comune, valutando il tweet non imperativo per gli uffici della Soprintendenza. Salva, infine, i comitati e associazioni ambientaliste dagli strali del Sindaco e dell’ufficio legale.

L’unica nota di biasimo è per la Soprintendenza, Ente cui è demandata la tutela e che ha dato prima un parere positivo, rimangiandoselo dopo. Il CdS punta il dito contro il ripensamento e sentenzia, in sostanza, che “ciò che è fatto, è fatto” e non si torna indietro.
Non esattamente ciò che avrebbe consentito al  Sindaco Massimo Federici di scaricare l’artista Daniel Buren, né di farsi pagare le spese da qualcun altro.
Nessun appiglio.
Ma il problema sta proprio qui, nel fatto cioè che nel frattempo il Comune ha “svincolato” Piazza Verdi dai fondi europei.
L’ha fatto di sua iniziativa, condannando così la città a pagare per intero il costo assurdo di una piazza che a nessuno piace, nessuno ha condiviso con la cittadinanza e di cui davvero non si sentiva l’esigenza.
Più di 3 milioni di euro che, per colpa sua, dovremo tirare fuori interamente dalle esangui casse del Comune.
Ci indebiteremo per pagare le piastrelle bucherellate della nuova piazza Verdi?
Taglieremo servizi essenziali per gli archetti di Buren?
Questo è il problema. Perché ora, con una sentenza così favorevole, nessuno potrà dire a Buren che ci sono motivi di “forza maggiore” che impediscono la realizzazione dei portali in cemento colorato rossi e verdi e anche se in piazza la predisposizione per vasche, anfiteatri e giochi d’acqua non è stata fatta, non è detto che l’artista francese abbandoni il campo con tanta facilità.
Una storia in costante “caduta libera”, questa di Piazza Verdi, in cui anche i pochi iniziali entusiasti del progetto hanno ormai lasciato il posto agli esasperati e scontenti (ora che si notano anche i difetti dei materiali, le pietre rotte e persino i percorso per non vedenti posati male).
Per usare il gergo del trading, la sentenza del Consiglio di Stato potrebbe essere il rimbalzo del “gatto morto”.
Un ultimo guizzo insomma prima della patetica conclusione finale di questa triste vicenda di arroganza (e bruttezza imposta) giocata, purtroppo, coi soldi nostri, buttati senza interpellarci.
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