Sanremo 2015: un Festival francescano. La prima serata.

Un Festival spartano, essenziale, senza fronzoli. Questo è il verdetto della prima serata. Meno chiacchiere e spazio alle canzoni, con un Carlo Conti che bada al sodo e conduce in maniera chirurgica. Siamo stati abituati, recentemente, a dei gran riempitivi, pause interminabili tra una canzone in gara e l’altra. Potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso, un trait d’union con i Festival del passato dove lo spettacolo erano i concorrenti, la padrona di casa ERA la canzone. Senza voler glorificare quella che, tutto sommato, rimane una kermesse di popolo, colpisce il senso di sobrietà. Forse, Sanremo stavolta si lascia avviluppare dal clima esterno, tentando di perpetuare la vita reale, quella fuori dall’Ariston. Un clima francescano, quasi surreale per uno spettacolo che fino a ieri indulgeva nell’opulenza, nell’eccesso. Si direbbe che i nuovi corsi della nostra società, quello politico e quello religioso, abbiano contaminato, nei loro aspetti positivi, l’evento nazional-popolare per eccellenza.
In questo rinnovato clima, non sono mancate le note stridenti tipo un paio di commenti rivolti ad un ragazzino sovrappeso e ad una coppia di anziani da parte del comico di turno, Alessandro Siani. La stessa strombazzata reunion tra Al Bano e Romina, ha avuto le sembianze di una goffa rimpatriata. Anche lo spazio dedicato al medico di Emergency colpito e poi guarito dall’ebola è stato troppo esiguo, meritava maggior approfondimento. Ma la gara canora ha riservato piacevoli sorprese, inaspettate.

Tutti attendevano al varco l’esibizione di Mauro Coruzzi, alias Platinette con Grazia Di Michele. Il loro brano colpisce per il testo, profondo, a tratti ermetico ed è stato interpretato con pathos e trasporto. A tratti ha riesumato l’emozione di Signor Tenente del povero Faletti. In generale, i testi dei dieci brani in gara sembrano avere un fil rouge con il clima del quale si diceva sopra. In definitiva, questa edizione come sempre darà adito a critiche, già si stanno scatenando, ma se il Festival è lo specchio del Paese, forse l’immagine riflessa non è poi cosi’ brutta.

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