Verso Sanremo 2015. L'anarchia tragica di Luigi Tenco

Un’ombra si proietta da tempo sul palco di Sanremo. La scorsa settimana sono passati 48 anni da quella notte di quel tragico Festival. Che la vita non sarebbe stata particolarmente generosa, Tenco lo sperimentò fin dall’infanzia. Perse il padre, prima ancora di nascere, in circostanze poco chiare. Ma il vero padre, quello naturale, fu un rampollo della Torino-bene nella cui famiglia sua madre prestava servizio. Trascorsi i primi anni di esilio forzato in un paesino della Val Bormida, la famigliola, comprendente il fratello maggiore, varca l’Appennino e si stabilisce a Genova. Il capoluogo ligure, crogiolo di razze, viavai di merci e di persone. Una città atipica, schiacciata tra le montagne ed il mare che le si para davanti. Gli autori della cosiddetta “Scuola Genovese”, ne hanno assorbito l’essenza. Sì,  perché nel Dna, Genova è presente, in nuce, solo in Umberto Bindi e palesemente in De Andrè, visto che Gino Paoli è di Monfalcone, Lauzi era nato in Eritrea e Tenco era piemontese.
Il suo sguardo perennemente ombroso e corrucciato, è sempre stato travisato. Non era un uomo afflitto, sebbene siano rarissime le fotografie dove lo si veda sorridere. Era arrabbiato, determinato e quello sguardo faceva da specchio alla sua anima ribelle. Luigi Tenco amava la vita. Un’affermazione azzardata riferita ad un suicida? Ne parliamo dopo. Per accontentare la madre ed il fratello, che volevano per lui il classico “pezzo di carta”, si mette a studiare con profitto. Osteggiato dalla famiglia, scrive e compone i primi brani di nascosto. La sua passione è il jazz. Suona con Bruno Lauzi, Gino Paoli e conosce un ancora acerbo De Andrè. Dopo una nemmeno lunga gavetta, incide i primi 45 giri. Il suo stile è un mix tra il primo Bob Dylan, gli chansonnier francesi, i cantautori folk di protesta. E’ un precursore dei fermenti sessantottini che, ironia della sorte, non farà in tempo a vivere di persona. Militante di sinistra negli anni in cui questo significava essere controllati di nascosto, vicino a posizioni anarchiche, negli anni in cui le distanze tra le due ideologie erano minime. In pieno boom economico, la gente voleva ascoltare canzoni d’amore spensierate. Tenco, cantava: “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare…” oppure spaccati di disagio sociale: “Vedrai vedrai, vedrai che cambierà. Forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà…”. Quel suo essere volutamente non alla moda lo faceva rimanere nel limbo e diversi suoi brani, censurati dal bigottismo imperante, gli causarono un paio d’anni di boicottaggio da parte della Radio e della Tv. A dispetto di tutto e di tutti, recita in alcuni film, scrive l’apprezzatissima sigla iniziale di una famosa serie televisiva, Il Commissario Maigret e vola in tournée in Argentina. A Roma, conosce l’emergente cantante Dalida con la quale intraprende una breve e tormentata storia d’amore. A Sanremo, ogni canzone veniva eseguita da una coppia di artisti, separatamente. Gli fu proposto di partecipare proprio con Dalida. Detto a posteriori, Ciao amore ciao” era un brano piuttosto debole e non rendeva giustizia al talento di Tenco mentre sembrava piu’ adatto per la cantante italo-francese. La giuria stronca impietosamente la canzone e la elimina dalla gara. Era previsto un ripescaggio, viene salvata “La rivoluzione” di Gianni Pettenati che accede alla finale. Nelle immediate ore successive, si consuma il dramma.  Uno stringato lancio dell’Ansa informa: “Luigi Tenco si è suicidato nella sua camera d’albergo in segno di protesta per l’esclusione dalla finale”.  Al risveglio, lo sgomento nel Paese è diffuso. Il Festival è nell’occhio del ciclone, ma, ovviamente, the show must go on. L’Italia democristiana di allora mal tollerava si desse risalto ad un suicidio e, una volta smaltiti gli “ettolitri” di lacrime di coccodrillo da parte dei colleghi che mai lo avevano considerato prima, si fece in modo di non parlarne ulteriormente. Negli anni, vennero sollevati molti dubbi sulla vicenda. Nel 2006 fu riesumata la salma per riaprire il caso ma l’esito del suicidio venne confermato. Sarebbe lungo parlare di quanto venga ipotizzato da indagini alternative alla versione ufficiale dei fatti. In sintesi, Tenco aveva acquistato la pistola non per togliersi la vita ma per difesa personale. Si dice fosse stato minacciato perché voleva denunciare brogli e scommesse clandestine nell’ambito musicale. Dopo il Festival, avrebbe annunciato l’abbandono di quell’ambiente. Il biglietto-epitaffio dove spiegava i motivi del gesto conterrebbe errori grammaticali inusuali per un uomo colto ed istruito. E via discorrendo. Se la vita e la morte di Luigi Tenco sembrano un racconto noir, a distanza di tanti anni quell’alone di leggenda intorno al suo nome sembra non esaurirsi. I suoi brani sono stati riproposti da tanti artisti trans-generazionali, spesso con una sorta di pudore, di rispettosa riverenza. Il Premio Tenco, a livello nazionale, è tuttora uno dei riconoscimenti più  ambiti e prestigiosi.  “E lontano, lontano nel tempo, l’espressione di un volto, per caso, ti farà ricordare il mio volto, l’aria triste che tu amavi tanto…”. L’aria triste di chi amava la vita.

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