La donna del mese: Hayra Catic, fondatrice dell'associazione Donne di Srebrenica

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Oggi 30 gennaio 2015 si è avuta la sentenza definitiva del processo d’appello davanti alla corte del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per i fatti gravissimi di Srebrenica, forse la pagina più cruenta della guerra nella ex Jugoslavia. Nel 2004 il verdetto unanime del Tribunale dell’Aja ha dichiarato che il massacro degli uomini bosniaci di Srebrenica che era stata dichiarata nel 1993 zona protetta dell’ONU, sotto la giurisdizione del battaglione olandese, costituisce genocidio. Le vittime del massacro dei militari serbo-bosniaci comandati da Mladic nel 1995 furono oltre 8000 ma il numero degli scomparsi, ancora oggi, non è chiaro. Tutti gli uomini dai 12 ai 77 anni furono trattenuti con la promessa di essere portati a Kladanj dopo essere stati interrogati dall’esercito serbo ma nessuno uscì vivo da Srebrenica. A luglio 2014, il tribunale dell’Aia ha giudicato anche lo stato olandese responsabile civile della morte dei 300 uomini e ragazzi musulmani, rifugiatisi nella base di Potocari, riconoscendo che i caschi blu avrebbero potuto salvarli e che la decisione di farli abbandonare la base ONU significava condannarli a morte. Le accuse agli imputati sono di crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e delle usanze di guerra.

Hajra Catic, fondatrice dell’Associazione Donne di Srebrenica, pubblica un bollettino periodico (Bilten Srebrenica) e oggi vive a Tuzla. Ha perso nel massacro di Srebrenica, il marito e il figlio, reporter. Riportiamo alcune sue toccanti frasi dall’intervista rilasciata a Barbara Bertoncin a “Una città”.

Dopo il nostro arrivo a Tuzla, nel 1995, non ci siamo perse d’animo e con altre donne abbiamo voluto fondare un’associazione “Zene Srebrenice” (donne di Srebrenica), che ovviamente è aperta a tutte le persone che hanno a cuore quello che è accaduto agli abitanti di Srebrenica. Ci rivolgiamo innanzitutto alle famiglie che hanno avuto dei lutti o i cui componenti risultano ancora oggi scomparsi dalla zona protetta di Srebrenica. La ragione dell’esistenza di quest’associazione è la lotta per la giustizia e la verità. Per noi questo significa intanto sapere cosa ne è stato degli uomini scomparsi. Stiamo infatti facendo pressioni affinché vengano accorciati i tempi della riesumazione e identificazione dei corpi trovati nelle fosse comuni. E poi stiamo ugualmente facendo pressioni affinché i criminali di guerra vengano catturati e consegnati alla giustizia. ...

Oggi io posso tornare nella mia casa. I serbi che vi si erano rifugiati sono stati sfrattati. In genere ci vado e mi fermo qualche giorno, poi rientro a Tuzla. Ancora non ce la faccio a tornarci definitivamente. Le condizioni della casa erano buone. Beh, non era stata distrutta, però tutto quello che si poteva prendere, l’avevano portato via. E’ da due anni che ci lavoro e ancora non ho finito. È difficile da spiegare l’effetto che fa tornare a casa. Intanto perché c’è questa condizione di schizofrenia per cui la maggior parte di noi ancora non ha deciso di tornarci a vivere stabilmente. Però la risposta alla domanda se pensiamo prima o poi di tornare a vivere a Srebrenica direi che sta tutta in questa lotta per seppellire i nostri cari in quel luogo: io certo non seppellirei i miei familiari a Srebrenica se non pensassi di tornarci un giorno a vivere definitivamente. E come me molte altre persone….

Oggi siamo qui con la tv accesa in attesa di vedere le udienze all’Aja. Già, l’andamento dei lavori del Tribunale dell’Aja: c’è qualcosa di molto difficile per noi da accettare; ultimamente l’indicazione che ne esce è infatti: “Dichiara le tue colpe, ti verrà dimezzata la pena”. Non possiamo essere felici di queste misure. Quando è stato istituito questo Tribunale noi confidavamo che si sarebbe arrivati alla verità e alla giustizia. Ora siamo un po’ amareggiate. Man mano che il tempo passa le nostre speranze si affievoliscono.

Ora comunque siamo impegnate nell’organizzazione delle iniziative da prendere per il prossimo 11 luglio. La nostra vera battaglia infatti è volta a preservare la memoria di quella tragedia. E’ vero che una parte della popolazione vuole solo dimenticare, ma questo è normale. La maggior parte della gente vorrebbe metterci una pietra sopra e ricominciare. Ma è troppo presto per dimenticare. Noi quindi lottiamo contro questa tentazione: ogni 11 luglio a Tuzla organizziamo piccole manifestazioni per ricordare. Ogni anno attraversiamo la città per farci vedere, per far ascoltare la nostra voce.

Il dossier di Amnesty International su Srebrenica

Articoli su Srebrenica su Osservatorio Balcani e Caucaso 

Articolo su Vita.it sulla sentenza dell’Aja

 

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