I Muto (Vezzano Ligure) nell'Operazione "AEMILIA" contro il clan di Cutro.

Per gentile concessione di Casa della Legalità e della Cultura, onlus della sicurezza sociale.

“Quando, il 27 febbraio 2010, lanciammo “Tra la Via Emilia e il Clan” in Emilia Romagna si negava la presenza delle mafie. Quando si puntava l’attenzione sulla ragnatela di soggetti e interessi in quel territorio delle mafie ed in particolare della ‘ndrangheta, il negazionismo istituzionale faceva muro. Se piano piano passava la consapevolezza nella comunità, anche note associazioni antimafia nazionali tacevano e minizzavano. Il pericolo era quel documento che raccoglieva Atti ed elementi che smascheravano la presunta “diversità” emilianoromagnola, una realtà politico-istituzionale che non voleva ammettere essere stata la “porta” strategica delle mafie sul nord (e nell’economia) per quindi divenire una delle principali terre strategiche per gli interessi mafiosi…

Enrico Bini, allora Presidente della Camera di Commercio di Reggio Emilia, non se la passava meglio. Le sue denunce sulla presenza ed attività consolidata delle organizzazioni mafiose nel territorio e nell’economia come conseguenza hanno prodotto una risposta secca: isolamento e minacce nei suoi confronti. Anche lui era etichettato “pazzo”. Non dai mafiosi ma dai colletti bianchi della “progressista” Emilia.

Quando il Prefetetto di Reggio Emilia, per primo in quella terra, si mosse, dando conferma che ciò che denunciavamo con “Tra la Via Emilia e il Clan” era la drammatica realtà e ciò che denunciava Enrico Bini era concretamente vero, a partire dal territorio della provincia di Reggio Emilia, il negazionismo si tramutò lentamente in minimizzazione, con assurde difese (come anche altrove al Nord, anche in Liguria) degli ‘ndranghetisti che si facevano scudo della “cominità calabrese” si presentavano “vittime” di una “persecuzione”.

Arrivò quindi il nucleo della D.I.A. a Bologna con competenza sull’intera regione, come si richiedeva da tempo e che solo l’allora Ministro Cancellieri comprese essere necessario ed urgente. Quello fu un segno tangibile che il vento era cambiato e che non si poteva più negare. Vennero le prime operazioni antimafia che partivano dalla DDA di Bologna che per lunghi anni era stata assente.

Se alcuni giorni fa raccontammo del pellegrinaggio dei politici di Reggio Emilia a Cutro (con in prima fila l’allora Sindaco Graziano Delrio), oggi è scattata la retata che ha colpito l’organizzazione ‘ndranghetista capeggiata da GRANDE ARACRI Nicolino.

L’operazione della DDA di Bologna, coordinata con le DDA di Catanzaro e Brescia è scattata questa mattina all’alba con 160 arresti (117 disposti da Bologna, 46 da Catanzaro e Brescia) in diverse regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia, nonché nella provincia di La Spezia).

Dichiatra il Procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo: “Si tratta di una operazione importante perché evidenzia il ruolo che stava assumendo Cutro e che non aveva mai avuto”. Infatti il locale di ‘ndrangheta di Cutro stava assumendo il ruolo di punto di riferimento per le cosche del crotonese, con l’obiettivo del GRANDE ARACRI Nicolino, considerato l’esponente apicale di quel sodalizio, di costituire una “provincia” autonoma, distaccata da quella reggina.

Per il Procuratore Nazionale Antimafia Roberti à stato un intervento storico, senza precedenti”, “Importante e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord”. E dichiara sempre Ruberti: Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un’organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata”.

Contributo determinante all’indagine, in particolare sulle dinamiche interne dell’organizzazione ‘ndranghetista e delle volontà egemoniche ed autonomiste del GRANDE (luntrune) ARACRI, sono stati i collaboratori di giustizia. Tra questi Giuseppe GIAMPA’, uno dei boss del territorio di Lamezia Terme. Anche un altro importante collaboratore di giustizia, Francesco OLIVERIO, ha effettuato dichiarazioni a molteplici DDA (a partire da quella di Catanzaro passando per quelle del nord Italia), parlando approfonditamente delle cosche del crotonese e delle loro ramificazioni, delle dinamiche interne ma anche di quel “corpo riservato” della ‘ndrangheta composto da uomini delle Istituzioni che anziché operare per lo Stato prestano servizio al fine di garantire il perseguimento degli interessi dell’organizzazione ‘ndranghetista.

Quando nel 2013 GRANDE (luntrune) ARACRI Nicolino (in foto) finì in carcere per la tentata estorsione ad un villaggio turustico, lo stesso stava assumendo il ruolo di punto di riferimento delle cosche di tutto il distretto giudiziario di Catanzaro. Il Procuratore di Catanzaro, Lombardo ha infatti sintetizzato: GRANDE ARACRI si atteggia a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali. E’ sostanzialmente il punto di riferimento anche delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna dove c’era una cellula dotata di autonomia operativa nei reati fine. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano comunque continui e costanti e non si faceva niente senza che GRANDE ARACRI lo sapesse e desse il consenso”.

Dall’inchiesta è emerso in modo chiaro che il ruolo di direzione è confermato essere quello del GRANDE (luntrune) ARACRI Nicolino, affiancato dalla collaborazione dei fratelli Domenico (avvocato penalista) ed Ernesso, di fatto suoi “emissari”, finiti in carcere.

Nell’Emilia Romagna che si diceva (colpevolmente) “indenne” si sveglia con un’inchiesta che conferma che questa terra era “colonia” di ‘ndrangheta.

Associazione mafiosa (contestata dalla DDA di Bologna a 54 dei 117 arrestati), concorso esterno in associazione mafiosa (contestato dalla DDA di Bologna a 4 soggetti) omicidio, estorsione, reimpiego di capitali di illecita provenienza, riciclaggio, usura, emissione di fatture per operazioni inesistenti, trasferimento fraudolento di valori, porto e detenzione illegali di armi da fuoco,danneggiamenti ed altri reati aggravati dal metodo mafioso. Questi sono i reati contastati nell’operazione “AEMILIA”.

Confermato un dato conosciuto da tempo: la Provincia di Reggio Emilia era colonia consolidata della ‘ndrangheta di Cutro.

Brescello in particolare. Quella del Sindaco, di centrosinistra con il Pd, COFFRINI Marcello, che apprezzava il boss GRANDE ARACRI Francesco, ed ha visto proprio la famiglia del boss scendere in piazza per difendere il Sindaco per questa sua “preziosa” presa di posizione, utilissima alla logica di accreditamento sociale degli ‘ndranghetisti.

Tra gli arrestati per 416-bis sono sei quelli considerati capi e promotori dell’associazione e cinquequelli con qualifica di organizzatori.

E’ stata un’indagine lunga. A Bologna è partita alla fine del 2010 ed ha visto il supporto della Procura Nazionale Antimafia (con anche applicazione alla DDA di Bologna di un proprio Sostituto Procuratore dal 2011 al 2013).

Viene indicato formalmente, come origine dell’insediamento emiliano, con la conseguente strutturazione, strategie ed attività, l’anno 1982,quando giungeva in Emilia, per disposizione di provvedimento di Sorveglianza Speciale con obbligo di soggiorno, il DRAGONE Antonio capo ‘ndranghetista proveniente dalla provincia di Crotone.

Si conferma e ribadisce quanto già accertato giudiziariamente in relazione alla ‘ndrangheta, autonomamente operante nel territorio emiliano, nelle province di Reggio Emilia, Parma, Modena ePiacenza. Vengono quindi richiamate dalla DDA di Bologna molteplici delle operazioni antimafia che hanno riguardato questi territori: Operazione GRANDE DRAGO, Operazione EDILPIOVRA, Operazioni SCACCO MATTO e PANDORA.

L’indagine “AEMILIA” ha quindi dato conferma, per quanto riguarda la parte occidentale del territorio dell’Emilia-Romagna, che da oltre un ventennio una cellula ‘ndranghetista di derivazione cutrese che, attraverso un processo di progressiva emancipazione rispetto alla cosca, ha guadagnato in autonomia e autorevolezza sul piano economico-finanziario, mantenendo sostanzialmente inalterata la cifra della propria capacità di intimidazione, e peraltro adeguata al mutato ordine delle cose”.

Dal lavoro degli inquirenti ha rilevato la necessità di compiere “uno sforzo di interpretazione e analisi diverso, se non nuovo, rispetto ai fenomeni paralleli in contesti delocalizzati” del nord Italia rispetto alle forme assunte “dell’attività criminale ‘ndranghetista sviluppatasi in Emilia Romagna”. Viene infatti rilevato che “oltre alla diversità strutturale e all’assenza di una pluralità di ‘locali‘ … la presenza dell’organizzazione ha volto e contenuto prettamente imprenditoriale .”. “La cellula emiliana ha rimodellato le proprie forme di espressione esterna in funzione del diverso territorio e delle profonde differenze sociali, economiche e culturali in cui si trova ad operare”.

La DDA di Bologna sottolinea che “il gruppo emiliano è portatore di autonomia e localizzata forza di intimidazione derivante dalla percezione, sia all’interno che all’esterno del gruppo stesso, dell’esistenza e operatività dell’associazione nell’intero territorio emiliano come un grande ed unico gruppo ‘ndranghetistico con suo epicentro in Reggio Emilia (anche quale propagine della ‘locale’ di riferimento di Cutro).”

All’indagine hanno operato con assoluta dedizione e tenacia gli agenti dell’Arma dei Carabinieri (in particolare di Modena, Parma – Neviano degli Arduini -, Piacenza – Fiorenzuola d’Arda -, Reggio Emilia) sia la Guardia di Finanza di Cremona.

La DDA di Bologna fornisce la ricostruzione storica della “genesi”

Il 9 giugno 1982, rappresenta dunque la data in cui, con l’arrivo di DRAGONE Antonino, viene concepito il gruppo mafioso emiliano. Oltre 32 anni, nel corso dei quali l’associazione si è, via via, sviluppata, crescendo come una metastasi nel corpo sano di quella parte dell’Emilia che da Reggio Emilia, passando per Parma e Piacenza, giunge alla riva lombarda del Po.

Essa si è dapprima insediata, poi si è strutturata sul territorio, quindi si è infiltrata nei gangli vitali della società emiliana, inquinando man mano specifici settori dell’economia, particolarmente quello dell’edilizia (impenditori), poi delle professioni (commercialisti e consulenti finanziari), dell’amministrazione pubblica (amministratori, dirigenti pubblici e persino rappresentanti delle forze dell’ordine), quindi più in generale della politica e persino dell’informazione (giornalisti).

Si radica così definitivamente, anche con calabresi di seconda e terza generazione, nel territorio emilian, laddove ha importato, mediante la cosiddetta “delocalizzazione”, strategie di intervento, modalità operative, settori di interessi e catena di comando, propri della ‘ndrangheta che opera in Calabria.

I 6 capi promotori del sodalizio ‘ndranghetisa nell’Emilia occidentale:

SACRONE Nicolino (zona di Reggio Emilia)
BOLOGNINO Michele (zona Parma e bassa reggiana)
DILETTO Alfonfo (zona bassa reggiana)
LAMANNA Francesco (zona Piacenza)
GUALTIERI Antonio (zona Piacenza e Reggio Emilia)
VILLIRILLO Romolo (tutte le zone e collegamento per tutte – anche su zone di Cremona, Mantova e Verona)

Gli organizzatori per il raccordo operativo fra i capi e partecipi:

GIGLIO Giuseppe > BOLOGNINO
CAPPA Salvatore > BOLOGNINO
SILIPO Antonio > SARCONE Nicolino
BLASCO Gaetano > SARCONE Nicolino
VALERIO Antonio > SARCONE Nicolino

Identificati 68 AFFILIATI di cui 56 con misura cautelare in carcere per 416-BIS, 6 in carcere con altri reati e 6 senza misura cautelare:

SARCONE Nicolino (il “reggente” foto a lato)
BOLOGNINO Michele
DILETTO Alfonso
LAMANNA Francesco
GUALTIERI Antonio
VILLIRILLO Romolo
GIGLIO Giuseppe
CAPPA Salvatore
SILIPO Antonio
BLASCO Gaetano
VALERIO Antonio
CLAUSI Agostino Donato
BAACHAOUI Karima
BAACHAOUI Moncef
SERGIO Eugenio
BELFIORE Carmine
FLORIO VITO Gianni
BOLOGNINO Sergio
MANCUSO Vincenzo
GARACE Salvatore
SERIO Luigi
LOMONACO Francesco
GIGLIO Giulio
PALLONE Giuseppe
TURRA’ Roberto
SARCONE Gianluigi
VERTINELLI Palmo
VERTINELLI Giuseppe
VULCANO Mario
RILLO Pasquale
GULLA’ Francesco
LEROSE Salvatore
FRONTERA Francesco
MUTO Antonio cl. 71
SCHIRONE Graziano
FLORO VITO Selvino
RICHICHI Giuseppe
BATTAGLIA Pasquale
BRESCIA Pasquale
CAVEDO Maurizio
COLACINO Michele
CRIVARO Antonio
FLORIO VITO Antonio
LAQUINTA Giuseppe
LAPERA Francesco
MARTINO Alfondo
MESIANO Domenico
MUTO Antonio cl. 55
MUTO Salvatore
PAOLINI Alfonso
VETERE Pierino
VETERE Rosario
AMATO Francesco
AMATO Alfredo
VALERIOTTI Gabriele
MUTO Antonio cl. 78

Per altri reati sono stati oggetto di misura detentiva:
ALLELUIA Lauro
AIELLO Giuseppe
FLORIO VITO Giuliano
SILIPO Luigi
OPPIDO Gaetano
AMATO Domenico
ARENA Carmine

Indagati senza misure:
RIILLO Francesco
MUTO Cesare
MIGALE Vincenzo
FORMENTINI Francesco
MUTO Luigi
Il concorso esterno in associazione mafiosa è contestato a:

BERNINI Giovanni Paolo, in quanto Presidente del Consiglio Comunale di Parma richiedeva ed otteneva dagli associati VILLIRILLO Romolo e, tramite costui, da CAPPA Salvatore, PALLONE Giuseppe, LEPERA Francesco ed altri, che si impegnassero a raccogliere a suo favore in relazione alla competizione elettorale del maggio 2007 per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale di Parma (voti che venivano assicurati nell’ordine di qualche centinaio – tra 200 e 300).
A fronte di tale sostegno garantito al BERNINI questi si impegnava a fornire un corrispettivo in denaro e la promessa una volta eletto, di porre in essere specifiche iniziative amministrative tese a soddisfare gli interessi della consorteria criminale, in particolare relativamente ad appalti ovvero comunque alla velocizzazione di attenzione particolare nella trattazione delle pratiche amministrative nei loro riguardi”.

GANGI Giovanni, mettendo in contatto il BERNINI Giovanni Paolo con l’associazione mafiosa ed in particolare con il suo rappresentante VILLIRILLO Romolo e seguendo costantemente i contatti che ne nascevano fino al momento di particolari difficoltà incontrata da molti di loro e dall’associazione stessa, ottenendo anzi un “rilancio” delle possibilità e delle capacità di azione del sodalizio. Nella primavera del 2012 dopo l’adozione di numerosi provvedimenti interdittivi emessi dal Prefetto di Reggio Emilia che aveva colpito sia partecipi all’associazione mafiosa… che persone a queste vicine o comunque collegati imprenditorialmente o professionalmente, accettava la proposta avanzata da PAOLINI Alfono di incontrare personaggi che erano stati interessati a vario titolo da tali provvedimenti proponendogli un patto politico come emerge dalla conversazione … intervenuta il 24.2.2012 tra i due.
– accettava quindi di effettuare una riunione la mattina del 2.3.2012 presso l’ufficio di SARCONE Nicolino ed alla presenza di BRESCIA Pasquale, PAOLINI Alfonso e MUTO Antonio cl. 55 nella quale veniva affrontato il problema che stava emergendo per il sodalizio prendendo accordi in relazione al sostegno politico di cui gli associati avevano bisogno, strmentalizzando in tal modo la battaglia già in corso nei confronti della Presidente della Provincia di Reggio Emilia Emilia Nadia Masini.

PAGLIANI

Vi è poi anche il consigliere comunale di Reggio Emilia,PAGLIANI Giuseppe (arrestato – in foto), di Forza Italia, di cui avevamo ricordato di recente le sue cene con gli imprenditori cutresi colpiti da interdizioni antimafia, presso il ristorante “Antichi Sapori” di Reggio Emilia (nella foto d’apertura quando è scattato il sequestro eseguito dalla D.I.A).
Dall’inchiesta “AEMILIA” emerge che “il PAGLIANI era pienamente consapevole della storia criminale di SARCONE Nicolino, essendo fatto notorio la pendenza del processo per associazione di stampo mafioso e plurime estorsioni pendente in quel periodo davanti al Tribunale di Reggio Emilia (per cui il SARCONE aveva subito anche una lunga detenzione cautelare).
– stabiliva nel corso della riunione riservata di organizzare un incontro pubblico allo scopo di sostenere la rivendicazione del gruppo di non essere accostato a fenomeni ‘ndranghetistici e comunque alla criminalità organizzata, come motivatamente adombrato nei provvedimenti del Prefetto di Reggio Emilia e fornendo quindi una “sponda politica” a tale battaglia, potendo contare in seguito (ed in cambio) il PAGLIANI sul voto di una importante fetta della comunità di origine calabrese residente nella provincia di Reggio Emilia.
– partecipava insieme al consigliere comunale Ing. GUALTIERI Rocco e all’Avv. ARCURI Caterina (già esponente del PDL, poi disimpegnatasi politicamente), che non venivano messi a parte del patto intervenuto il 3.2.2012, alla riunione pubblica presso il ristorante ANTICHI SAPORI il seguente 21.3.2012 a cui partecipavano perlomeno SARCONE Nicolino, SARCONE Gianluigi, SARCONE GRANDE Giuseppe,DILETTO Alfondo, BRESCIA Pasquale, PAOLINI Alfondo, IAQUINTA Giuseppe, COLACINO Michele,PALERMO Alessandro ed altri.
– promettava nel corso di tale riunione sostegno alla rivendicazione di molti degli intervenuti che lamentavano infondatamente la “persecuzione” ad opera del Prefetto di Reggio Emilia e le discrizionazioni nei confronti della comunità calabrese che pretendevano di rappresentare con ciò attuando una confusione tra fatti assolutamente distinti e che tendeva ad ottenere l’impunità per i loro comportamenti ed il silenzio ed omertà da parte di chi intendesse opporsi.
alimentava la falsa sovrapposizione tra i personaggi indicati nei provvedimenti dell’autorità Amministrativa come contigui alle cosche ‘ndranghetistiche e l’imprenditoria calabrese di cui veniva lamentata una persecuzione ad opera delle cooperative rosse.
– sosteneva tale tesi consapevolmente a vantaggio di SARCONE Nicolino e dei suoi sodali e ricevendo in cambio il sostegno alla sua battaglia politica di contrapposizione al Presidente della Provincia Sonia Masini e ad altri personaggi pubblici schierati apertamente a sostegno dell’azione del Prefetto che nel corso dei mesi finali della privamera e i primi mesi estivi si acuiva ulteriormente proprio su questi temi, il tutto al fine di aumentare il proprio peso politico e fondare una sua futura affermazione anche elettorale e/o all’interno del partito.
– chiedeva dopo la riunione a PAOLINI Alfondo sostegno per la raccolta di firma per la presentazione di una lista alle elezioni comunali di Campegine (RE).”

TATTINI Roberta (in foto asopra con STEFANELLI) “in qualità di consulente bancario e finanziario, partecipava attivamente all’attività dell’associazione (‘ndranghetista, ndr) mettendosi a completa disposizione di GUALTIERI Antonio sotto il profilo professionale indicando al medesimo nuovi obiettivi, fornendo consulenza ed opera professionale per gli affari gestiti dalla consorteria, introducendo i medesimi in rapporti dalla stessa intrattenuti con altri operatori finanziari, partecipando anche in loro vece ad incontri di gestione di affari del sodalizio sia in Emilia che in altre regioni del nord Italia (in particolare Veneto e Lombardia).
Faceva ciò nella piena consapevolezza e volontà di dare un apporto ad un gruppo organizzato appartenente alla ‘ndrangheta (di cui apprendeva nei particolari le dinamiche associative ed operative) e ricercava in ciò anche propria affermazione professionale con spendita all’esterno di tale sua capacità di rapporto e di risorsa.
Nello specifico, a puro titolo esemplificativo:
– si metteva più volte a disposizione di VILLIRILLO Romolo GUALTIERI Antonio nell’ambito di una trattativa rigurdante denaro proveniente da delitto probabilmente commesso all’estero, svolgendo un ruolo di intermediazione tra gli appartenenti al sodalizio emiliano e la controparte composta da appartenenti alla criminalità comune operanti anche all’estero, partecipando ed organizzando incontri finalizzati alla conclusione della medesima trattativa;
– coadiuvava GUALTIERI Antonio sia nel reperimento di società da inserire in joint venture nel progetto di investimento per l’energia alternativa (eolico) in Cutro, tra le quali la METALMA SRL di Lallio (BG) – poi coinvolta in attività estorsiva…, tenendo per conto del gruppo emiliano il rapporto con MINERVINO Salvatore, responsabile della parte tecnico amministrativa del progetto per conto di Nicolino GRANDE ARACRI;
– si mette a disposizione di GUALTIERI Antonio, per consentire il risanamento tramite consolidamento dei debiti pregressi di OPPIDO Raffaele in carico alla società FAECASE, concordando con il direttore dello stesso istituto avanzando un piano di rientro;
– propone a GUALTIERI Antonio, ritenuto della stessa referente per le attività imprenditoriali del sodalizio nel nord Italia ed esponente di primo piano della famiglia di Cutro, la partecipazione ad un progetto finalizzato alla costruzione di un impianto per la produzione di insulina e citostatici in Calabria, quale ampliamento di analogo progetto avviato per la Sicilia e stati extra europei da un altro suo cliente;
– coadiuva, sotto il profilo tecnico-finanziario, unitamente ad altri consulenti, GUALATIRI Antonio e successivamente lo stesso GRANDE ARACRI Nicolino, nel tentativo di acquisizione dei beni immobili provenienti dal fallimento della società RIZZI Spa in Verona, partecipando a numerosi incontri tra le parti interessate, finalizzati ad interpretare le strategie di acquisizione e le modalità di suddivisione dei profitti, interfacciandosi anche con altri membri della criminalità organizzata del veneto;
– in occasione dell’incontro avvenuto il giorno 01 marzo 2012 presso il proprio studio professionale di Bologna, si mette a disposizione di GRANDE ARACRI Nicolino e GUALTIERI Antonio, in relazione a precise disposizioni concernenti l’acquisizione dei beni fallimentari precedentemente citati;
– si mette a disposizione di GUALTIERI Antonio nell’ambito della sua illecita attività di recupero crediti confluita nei reati di estorsione e tantata estorsione. Nello specifico, dopo aver presentato a GUALTIERI Antonio il suo cliente MAFFIOLETTI Fabrizio della METALMA SRL, pone in essere condotte agevolative…

STEFANELLI Fulvio, coadiuva la moglie TATTINI Roberta in tutte le attività compiute dalla stessa ed indicate… essendo sempre messo al corrente dalla medesima di ogni attività, fornendo alla medesima consigli e supporto anche professionale.
Nello specifico, a puro titolo esemplificativo:
– partecipa, alla presenza di VILLIRILLO Romolo, GUALTIERI Antonio, BATTAGLIA Pasquale e della moglie TATTINI Roberta, all’incontro avvenuto in data 09.06.2011, all’interno della propria abitazione e finalizzato alla risoluzione dell’operazione denominata Affare Blindo;
– partecipa all’incontro avvenuto il giorno 01 marzo 2012 presso lo studio professionale TATTINI di Bologna, con GRANDE ARACRI Nicolino e GUALTIERI Antonio;
– partecipa all’incontro avvenuto in Sona (VR) il 23.04.2012 concernente la risoluzione di importanti problematiche relative all’acquisizione del fallimento RIZZI di Verona, alla presenza di LAROSA Immacolata, GALASSO Antonino, MINERVINO Salvatore, GRANDE ARACRI Domenico, PALLONE Antonio, SUMMO Giovanni e la moglie TATTINI Roberta.”

SUMMO Giovanni, in qualità di consulente bancario e finanziario, si metteva a competa disposizione di GUALTIERI Antonio, sotto il profilo professionale indicando al medesimo nuovi obiettivi,fornendo consulenza ed opera professionale per gli affari gestiti dalla consorteria, introducendo i medesimi in rapporti della stesso intrattenuti con altri operatori finanziari, partecipando anche in loro vece ad incontri di gestione di affari del sodalizio sia in Emilia che in altre regioni del nord Italia (in particolare Veneto e Lombardia).
– coadiuvava la collega TATTINI Roberta in molte delle attività compiute dalla stessa… Nello specifico, a puro titolo esemplificativo:
– si mette a disposizione di GUALTIERI Antonio che accompagna il giorno 16 febbraio 2012 in Roma nell’ambito di un’operazione finanziaria con CONDOLUCCI Raffaele;
– coadiuva, sotto il profilo tecnico-finanziario, unitamente ad altri consulenti, GUALTIERI Antonio e successivamente lo stesso GRANDE ARACRI Nicolino, nel tentativo di acquisizione dei beni mobili ed immobili provenienti dal fallimento della società RIZZI Spa in Verona, partecipando a numerosi incontri tra le parti interessate, finalizzati ad interpretare le strategie di acquisizione e le modalità di suddivisione dei profitti. In questo contesto, quale titolare di fiduciaria svizzera, presenta a proprio nome una proposta di acquisizione al curatore fallimentare, essendo altresì a disposizione di GUALTIERI per la creazione duna società LTD ad hoc;
– coadiuva GUALTIERI Antonio nella ricerca di un finanziatore per l’acquisizione dei beni del fallimentoRizzi, proponendogli FERRARI Aldo Pietro.

Come si è visto, anche nell’ambito dell’Operazione “AEMILIA” sono stati individuati servitori infedeli dello Stato, ovvero soggetti delle Forze dell’Ordine complici del sodalizio ‘ndranghetista. Ecco chi sono:

CIANFONE Antonio, ex Ispettore della Polizia di Stato in forza alla Squadra Mobile di Catanzaro (accusato di concorso esterno e rivelazione segreto d’ufficio);

MATACERA Francesco, Ispettore della Polizia di Stato in forza alla Squadra Mobile di Catanzaro (accusato di concorso esterno);

MESIANO Domenico, della Polizia di Stato, già autista del Questore di Reggio Emilia (accusato di associazione mafiosa e minacce alla giornalista Sabrina Pignedoli, della redazione reggiana de “Il Resto del Carlino” affinché non pubblicasse notizie relative alla famiglia MUTO);

SALPIETRO Domenico, ex Carabiniere App. Scelto del Nucleo Operativo Radiomobile di Reggio Emilia (accusato di associazione mafiosa, rivelazione segreto d’ufficio ed altro);

CAVEDO Maurizio, ex Sovr.te Polstrada di Cremona (rivelazione segreto d’ufficio);

LUPEZZA Alessandro, ex Carabiniere Com.do Stazione Prov. di Reggio Emilia (rivelazione segreto d’ufficio e 615-ter cp)

CANNIZZO Mario, ex Carabiniere (estorsione).

I comportamenti criminosi dei suddetti, impegnati soprattutto ad acquisire informazioni utili al sodalizio ‘ndranghetista, rivelando notizie riservate, coperte da segreto, vedevano come contropartita regalie varie da parte gli uomini della ‘ndrangheta, come anche prostitute prescelte da “donare” nei night di Parma agli infedeli servitori dello Stato.

La DDA di Bologna precisa che sono ancora in corso attività di verifica su altri appartenenti alle FFOO.

Veniamo ad imprenditori e professioniti

Tra BIANCHINI Augusto (in foto) che ha partecipato alla torta degli appalti per la ricostruzione post terremoto in Emilia. Quest’ultimo, BIANCHINI, lo avevamo recentemente ricordato proprio i lavori post-sisma affidatigli dal colosso delle cooperative rosse “C.M.C.” di Ravenna. Con lui che è accusato di 416-BIS, nella rete dell’Operazione “AEMILIA” è coinvolto anche BIANCHINI Alessandro. 

Gli altri imprenditori coinvolti con il sodalizio ‘ndranghetista sono FALBO Francesco e GIBERTINI Gino.

Tra i professionisti i già citati TATTINI Roberta, STEFANELLI Fulvio e SUMMO Giovanni a cui si deve aggiungere CLAUSI Agostino Donato.

BLASCO Gaetano

Il GIP di Bologna scrive che: la ‘ndrangheta arriva prima dei soccorsi, o comunque in contemporanea“. Perché anche per il sisma emiliano le cosche erano in prima fila con le proprie imprese per i lavori dell’emergenza. Se la ridevano anche al telefono (intercettati) per il business che il disastro portava alle loro imprese, ovvero al sodalizio ‘ndranghetista.

BLASCO Gaetano (in foto a lato) e VALERIO Antonio, tra gli organizzatori del sodalizio ‘ndranghetista nell’Emilia occidentale, intercettati: B: “E’ caduto un cappannone a Mirandola” V: “eh, allora lavoriamo là…” B: “ah sì, cominciamo facciamo il giro…”. Erano le 13.29 del 29 maggio 2012, secondo giorno del terremoto e la scossa devastante era stata proprio quel 29 maggio alle 9:03.
Entrambi avevano, ovviamente, stretti “contatti e rapporti d’affari con la “BIANCHINI COSTRUZIONI“.

I giornalisti a servizio della ‘ndrangheta.

E’ GIBERTINI Marco. Questi dava “disponibilità verso SARCONE Nicolino e Gianluigi a procurargli, fargli direttamente, delle interviste prima e dopo la sentenza di condanna per associazione mafiosa (il 23 gennaio 2013).”

Tra gli Amministratori vi è quindi il già citato BERNINI Giovanni Paolo, mentre tra i funzionari pubblici vi è GERRINI Giulio, responsabile servizio lavori pubblici del COMUNE DI FINALE EMILIA che ha agevolato gli imprenditori BIANCHINI.

Tra le persone sentite dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine anche l’ex Sindaco di Reggio Emilia che organizzò il pellegrinaggio a Cutro, come abbiamo ricordato recentemente, ed ora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, DELRIO Graziano.


Il quadro che emerge dall’indagine “AEMILIA” è chiaro e solido. Occorre vedere in profondità le carte per compiere una valutazione complessiva, anche perché la ricerca dei voti cutresi, controllati dall’organizzazione ‘ndranghetista, come ben sappiamo, non riguarda solo gli esponenti politici del centrodestra, bensì anche quelli del centrosinistra. In fondo, non si può non considerare che la ‘ndrangheta persegue i propri affari per cui non bada al colore politico dei propri interlocutori ma alla disponibilità che questi, denetori diretti o indiretti del “potere legale” su un determinato territorio, siano disponibili al “patto” con l’organizzazione ‘ndranghetista, sotto la veste paravento di “imprenditori” e professionisti. Quindi, appare evidente che i rapporti, anche in questo territorio siano stati (e siano) trasversali, non fosse altro per il fatto che questi nel territorio dell’Emilia Romagna, con il connesso blocco delle grandi cooperative, risulta da sempre sinonimo del “potere” politico ed economico.

Ancora una volta si deve però registrare la “latitanza” dei più, in Emilia Romagna rispetto al doveroso contrasto sociale, civile alle organizzazioni mafiose. Da qui siamo partiti in questa pubblicazione. Da ciò che denunciammo, documentalmente, con un preciso lavoro di approfondimento, come Casa della Legalità con Antonio Amorosi, nel febbraio 2010 (prima quindi che si avviasse l’inchiesta “AEMELIA”) e da ciò che denunciava con determinazione Enrico Bini. Da quel silenzio, dal negazionismo e dalla minimizzazione del problema, che ci veniva posto davanti. Eppure i dati, i fatti, di questo contesto dell’Emilia Romagna erano chiari già allora. Solo pochi hanno avuto la determinazione, nell’ambito della cosiddetta società civile, di aprire gli occhi ed agire. Come ad esempio il Gruppo Pio La Torre o i ragazzi di “Cortocircuito”. Qualche giornalista, spesso mistrattato ed isolato, anche quando veniva minacciato, come nel caso di Stefano Santachiara. Il grande arcipelago della società civile faceva finta di nulla, affrontava il problema in generale, senza mai accennare ad un nome, ad un fatto, ad uno dei tanti elementi che indicavano una ‘ndrangheta in carne ed ossa, con nomi, cognomi, imprese e relazioni, radicata nel profondo del tessuto di questa terra.

Tutto ciò, tutta questa “distrazione” costante, a Reggio Emilia, continuava anche quando il Prefetto mise nero su bianco il quadro devastante della “colonia” di Cutro in terra emiliana.

Era il 28 settembre 2010 quando il Prefetto di Reggio Emilia consegnava alla Commissione Parlamentare Antimafia, in audizione, una dettagliata Relazione.

Eccone alcuni passaggi:

«…Si è quindi assistito all’infiltrazione nel tempo di presenze criminali che, arricchitesi inizialmente con il traffico degli stupefacenti, hanno rivolto successivamente la propria attenzione verso la possibilità di investimento offerte dallo sviluppo di settori economici, quali preminentemente l’edilizia e l’autotrasporto, caratterizzate da largo impiego di manodopera a bassa specializzazione.

In particolare, si registra un forte radicamento di affiliati alle cosche di Cutro e di Isola Capo Rizzuto, comuni calabresi appartenenti alla provincia di Crotone.»

«Passando a delinerare la presenza della ‘ndrangheta in questo ambito territoriale, essa si affacci nella provincia allorché negli anni ’80 viene inviato al soggiorno obbligato nel Comune di Quattro Castella il capo della ‘ndrina di Cutro, Antonio DRAGONE, persona di elevato spessore criminale, che ha determinato il successivo trasferimento in terra reggiana di un pericoloso aggregato delinquenziale che tende a riproporre i modelli criminali di tipo mafioso propri della regione di origine.

Con Antonio DRAGONE si sono via via trasferiti in terra reggiana, soprattutto in alcuni piccoli centri della “bassa” e nel Comune capoluogo i familiari più stretti ed i “fedelissimi” con le rispettive famiglie e il radicamento è proseguito anche durante la lunga detenzione del DRAGONE che ha affidato la guida del clan al nipote Raffaele e, dopo l’arresto di quest’ultimo, ad elementi di fiducia, tra cui prenderà il sopravvento GRANDE ARACRI Nicolino, detto “mano di gomma”. Quest’ultimo a seguito dell’uccisione di DRAGONE Raffaele, figlio di DRAGONE Antonio, avvenuta nel ’99, e poi dello stesso boss avvenuta dopo la sua scarcerazione nel 2004, consolida e conferma il proprio potere in Cutro e, conseguentemente, in Reggio Emilia, potendo contare in questa provincia sulla presenza di affiliati e di numerosi fratelli, 7 su 11, qui residenti con le rispettive famiglie.

E’ una mafia attenta a non dare nell’occhio, a non manifestarsi in azioni delinquenziali che possano destare allarme sociale ed attirare così l’attenzione delle forze di polizia. Infatti, a parta taluni omicidi avvenuti anni fa in provincia di Reggio Emilia rispettivamente nel ’92 e nel ’99, la guerra di mafia tra iDRAGONE GRANDE ARACRI per l’affermazione della supremazia all’interno della ‘ndrina cutrese si è giocata tutta in Calabria, così come la guerra combattuta con le famiglie costituenti  diversi blocchi di alleanze territoriali: DRAGONE / GRANDE ARACRI di Cutro da una parte e, dopo la scissione avvenuta nel duemila tra queste due famiglie, gli ARENA / NICOSCIA di Isola Capo Rizzuto dall’altra, con il coinvolgimento delle famiglie all’una ed all’altra vicine e fedeli, delineandosi vincente lo schieramentoGRANDE ARACRI / NICOSCIA / CAPICCHIANO e RUSSELLI sullo schieramento DRAGONE / ARENA / TRAPASSO  e MEGNA, operanti in Cutro, Isola Capo Rizzuto e Papanice.

Orbene, a seconda degli equilibri costituitisi in Cutro e località limitrofe, i relativi assetti delinquenziali si ripercuotono sui soggetti presenti in questa provincia, legati da rapporti con l’una o l’altra cosca predimoninante, non disdegnandosi, per convenienza, legami dettati di necessità economicho imprenditoriali.

La “famiglia” oggi dominante è quella dei GRANDE ARACRI alleata con i NICOSCIA di Isola Capo Rizzuto, ai cui sodali è data la possibilità di trovare in provincia di Reggio Emilia appoggi logistici ed economici durante la latitanza, di procurarsi armi e drenare denaro da imprese di corregionali “amiche” o comunque che conoscono e sanno ben riconoscere la forza intimidatrice dell’Organizzazione. Il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore CORTESE riferisce addirittura di ditte che hanno costituito come una sorta di “bancomat” per la ‘ndrangheta.

Dediti dapprima al traffico degli stupefacenti, i soggetti appartenenti alla famiglia di Cutro e loro fiancheggiatori hanno orientato preminentemente i propri interessi speculativi verso il settore dell’edilizia privata, caratterizzato negli anni decorsi, come detto, da una significativa crescita, fecendo registrare più di recente uno spiccato interesse verso il settore dei pubblici appalti, dell’autotrasporto e dei pubblici servizi

E’ una mafia che si è arricchita, insinuandosi nel tempo nell’economia locale, anche attraverso l’usura, l’estorsione ed il sistematico ricorso a fatturazioni per prestazioni inesistenti o di minore importo.»

«L’operazione PANDORA, coordinata dalla DDA di Catanzaro, ha consentito di delineare elementi riconducibili ad attività di riciclaggio e all’impiego del denaro delle cosche mafiose nel territorio emiliano, nonché di individuare alcuni imprenditori, operanti in provincia, i quali per conto della cosca NICOSCIA  avrebbero ripulito i soldi di provenienza illecita attraverso il versamento di denaro contante in cambio di importi maggiorati del 15-20% attraverso assegni bancari e false fatturazioni attestanti un’apparente lecita operazione finanziaria.

Interessanti spunti ai fini della compressione delle possibili proiezioni dei GRANDE ARACRI ha dato l’Operazione “DIRTY MONEY” (2008), coordinata dalla DDA di Milano, nel cui ambito emerge tra gli altri la figura del cutrese DILETTO Alfonso, ritenuto soggetto “affidabile” cui intestare fittiziamente quote societarie. L’Operazione ha svelato un interesse del clan FARAO MARINCOLA in attività di riciclaggio volto all’impiego del denaro ripulito in investimenti immobiliari in Sardegna ed in Spagna. Nei confronti del DILETTO pende procedimento penale per l’applicazione di una misura di prevenzione personale e patrimoniale».

Ci si potrebbe fermare qui, ma, senza ripercorrere la ricostruzione dettagliata che il Prefetto di Reggio Emilia forniva dei sodalizi menzionati, ci soffermiamo, come ultimo punto, su uno dei passaggi relativi alle “imprese mafiose“.

«Molti dei componenti della famiglia di ‘ndrangheta sono titolari di imprese operanti nella costruzione e nella vendita di immobili ad uso abitativo e proprio le attività edili rappresentano il principale interesse della cosca in provincia, con gestione degli affari esercitata vuoi attraverso sistemi di intimidazione vuoi attraverso il controllo di attività di imprese di corregionali, secono il preminente carattere di autoreferenzialità.

Altra attività economica verso cui si sono rivolte le attenzioni della cosca calabrese è quella dell’autotrasporto che vede affermarsi anche i cutresi, tra cui emerge la famiglia MUTO residente in Gualtieri, ritenuta vicina alla cosca. [i MUTO hanno rappresentato in questi anni la proiezione dei cutresi nella provincia di La Spezia, ndr] 

Negli ultimi tempi, Francesco GRANDE ARACRI, molto verosimilmente su indicazione del fratello detenuto, Nicolino, ha indirizzato i propri interessi anche nella gestione di locali notturni insieme alla stessa famiglia dei MUTO.

[…]

Il collaboratore di giustizia CORTESE, nelle dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria, ha ben lumeggiato la figura ed il ruolo di questi imprenditori, con l’indicazione di diversi nominati, tra cui MUTO, Fortunato PAGLIUSO, i fratelli (Palmo e Giuseppe) VERTINELLI Giuseppe GIGLIO, imprenditori nel settore dell’autotrasporto e dell’edilizia.»


In coniderazione del richiamo (doveroso) alla proiezione in Liguria (nella Provincia di La Spezia) del sodalizio cutrese si deve evidenziare che anche in questo quadro gli elementi erano ben noti da tempo. Anche in questo caso in Atti ufficiali che qualcuno faceva finta di non vedere (facendo ancora finta, così come farà ancora finta, già da domani, di non vedere e non sapere).

In questo caso gli Atti dell’Antimafia sono del luglio 2011.

«In occasione dell’ultimo accesso effettuato in data 19 maggio u.s. presso gli stabilimenti di frantumazione di inerti siti nel Comune di Vezzano Ligure, gestiti dalla ditta INERTI MUTO Srl, con sede legale a Cutro (KR), sono stati riscontrati rapporti con la ditta GM TRASPORTI Srl, con sede in Genova, per la quale si sono evidenziate situazioni di criticità circa i profili criminali di stampo mafioso nei confronti di soggetti facenti parte della compagine sociale e dell’organo amministrativo:
Giuseppe MACRI’, nato a Bruzzano Zeffiro (RC), l’11.8.1959, è stato segnalato in data 23 giugno 2001 dalla Sezione Anticrimine di Genova per il reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis C.O.;
Francesco MARINO, nato a Brancaleone (RC) il 15.8.1963, è stato iscritto nel registro degli indagati dal GIP di Reggio Calabria per il reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis C.P.

Inoltre, a seguito di accertamenti svolti, il locale Comando Nucleo di Polizia Tributaria della Spezia, con rapporto 29/6/2011, ha riferito:
a) a seguito di un’indagine delegata dalla locale A.G. in merito al fallimento della società INERTI ITALIA Srl, azienda che in precedenza gestiva il sito di Vezzano Ligure, è stato accertato il coinvolgimento, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, della INERTI MUTO Srl, nelle persone del suo amministratore unico, Cesare MUTO, e dei familiari di quest’ultimo, Gerardo MUTO, padre di Cesare, e Salvatore MUTO, fratello dell’amministratore. Durante l’attività di P.G. emergevano collegamenti dei MUTO con un personaggio legato alla criminalità organizzata, Giuseppe STRANGIO, nella sua qualità di amministratore della CARBOTHECH Srl con sede in Crotone, dichiarata fallita dal Tribunale della Spezia il 5 ottobre 2007.
b) l’esistenza a carico della società di tre segnalazioni per operazioni sospette inviate dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria Guardia di Finanza di Roma:
– una al Nucelo P.T. Guardia di Finanza di Crotone;
– due al Nucleo P.T. Guardia di Finanza di Reggio Emilia;
c) l’azienda in argomento è stata oggetto di verifica fiscale da parte del Nucleo P.T. Guardia di Finanza di Crotone per gli anni 2006 e 2007. Dalla predetta attività di servizio, oltre a violazioni di carattere amministrativo, è scattata, a carico di Cesare MUTO, la segnalazione all’A.G. per reati di “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture inesistenti”, “emissioni di fatture per operazioni inesistenti” e “indebita compensazione”.

Inoltre, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Crotone – Provincia in cui ha sede legale l’azienda in questione – interessato in proposito dal locale Comando del Nucleo di P.T., ha reso noto di aver ricevuto, in data 16 aprile 2010, un appunto informativo del Comando Generale II Reparto – Ufficio Cooperazione Internazionale – Economia – Sezione Stupefacenti, Criminalità Organizzata ed altri Traffici Illeciti, in cui venivano citati i fratelli MUTO Cesare Salvatore relativamente al gruppo criminale calabrese conosciuto come “locale” di Cutro (RC), con specifico riferimento ad infiltrazioni nel tessuto economico in Emilia Romagna e Lombardia.»

Ovviamente l’impresa dei MUTO continua con il seminare problemi nello spezzino. Impianti sottoposti a sequestro per questioni ambientali, su iniziativa della Forestale, ma liberi di agire come se fossero “imprenditori” quando invece, come si è ben documentato, sono solo ‘ndrangheta!

Poi sempre nello spezzino ci sono anche altri soggetti ‘ndranghetisti (oltre ai noti esponenti del locale” di SARZANA). Altri soggeti che sono diretta emanazione delle cosche crotenesi, che abbiamo anche indicato nella mappatura aggiornata, ma di questo parleremo in altra occasione.

Casa della Legalità e della Cultura

onlus della sicurezza sociale

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