A 23 anni dall’assedio di Sarajevo… ricordi di un giovane cronista

Questa sera Rai Uno manderà in Onda “L’angelo di Sarajevo“. La struggente storia, vera, dell’adozione di una bellissima bambina di 10 mesi, incontrata nell’orfanotrofio, da parte di un inviato di guerra del Tg1 (Franco di Mare). Siamo nel febbraio del 1992 , da lì a pochi giorni incominciò il lungo assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe , del Jna e di quelle serbe bosniache, che si contrapponevano all’Indipendenza della Bosnia – Herzegovina. Infatti Il 29 febbraio e il 1º marzo si tenne dunque nel territorio della Bosnia ed Erzegovina il referendum sulla secessione dalla Jugoslavia. Il 64% dei cittadini si espresse a favore. I Serbi boicottarono però le urne e bloccarono con barricate Sarajevo. Il Presidente della Repubblica, il musulmano Alija Izetbegović, chiese l’intervento dell’esercito, affinché garantisse un regolare svolgimento delle votazioni e la cessazione delle tensioni etniche. Il partito che maggiormente rappresentava i Serbi di Bosnia, il Partito Democratico Serbo di Radovan Karadžić, fece sapere però subito che i suoi uomini si sarebbero opposti in qualsiasi modo all’indipendenza.

Subito dopo il referendum l’JNA iniziò a schierare le sue truppe nel territorio della Repubblica, occupando tutti i maggiori punti strategici (aprile 1992). Tutti i gruppi etnici si organizzarono in formazioni militari ufficiali: i Croati costituirono il Consiglio di difesa croato (Hrvatsko Vijeće Obrane, HVO), i Bosgnacchi l'”Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina” (Armija Bosne i Hercegovine, Armija BiH), i Serbi l’Esercito della Repubblica Srpska (Vojska Republike Srpske, VRS). Erano inoltre presenti numerosi gruppi paramilitari: fra i Serbi le “Aquile Bianche” (Beli Orlovi), fra i Bosgnacchi la “Lega Patriottica” (Patriotska Liga) e i “Berretti Verdi” (Zelene Beretke), fra i Croati le “Forze Croate di Difesa” (Hrvatske Obrambene Snage). Così la follia nazionalista delle varie Repubbliche, iniziata con la guerra in Slovenia e poi in Croazia, portò alla fine della Yugoslavia.

Anch’io ho ricordi forti di quella guerra criminale causata dai nazionalismi.
Nel febbraio del 1992, esattamente il 2 febbraio (era una domenica freddissima), mi trovavo a Belgrado per seguire, come inviato del mio giornale (fu la mia prima esperienza di inviato), un evento importante la manifestazione dei pacifisti serbi contro la guerra e il nazionalismo di Milosevic. Ricordo l’arrivo a Belgrado in quella fredda mattina. Presi un autobus per arrivare in centro a Belgrado, attraversai tutto il parco ed entrai all’ “Ofieschj Dom” (il circolo ufficiali dell’esercito serbo, o per meglio dire di quello che era un circolo ufficiali). Pochi erano i pacifisti, molto pochi. Incontrai uomini e donne coraggiose, che altro non volevano che rompere l’assedio del nazionalismo serbo di Milosevic (così come altrettanto folle fu il nazionalismo Croato, e qui la Chiesa Cattolica deve fare il suo mea culpa). Consapevoli che avrebbe portato la Yugoslavia alla rovina. Girai per Belgrado quel giorno, pochissime persone erano in giro. L’aria pesante della guerra si respirava in tutta la città. Incontrai per una breve intervista anche l’arcivescovo cattolico di Belgrado, sloveno. Mi resi conto di quanto sia micidiale la miscela “religione e nazionalismo“. Tutta la guerra balcanica si è abbeverata in quella follia. Attraversai il “Vialone delle ambasciate“, una strada lievemente in discesa, e giunsi al Parlamento serbo. E qui ci fu la manifestazione silenziosa, intercalata da qualche testimonianza. Il serbo, la lingua, è molto simile al russo. Ha una sua durezza, che lo rende marziale. Ma in quella manifestazione furono le donne a parlare. Ho ancora nella memoria quelle voci. Purtroppo quella fiaccolata , quel seme di pace fu spazzato via dalla follia della guerra, e la Yugoslavia conobbe, così, gli orrori della “pulizia etnica” di Srebrenica, di Sarajevo e del Kosovo e i bombardamenti di Belgrado. Scriveva Alexander Langerc’è un gran bisogno di sostenere coloro che vanno contro corrente, e che sono i soli che indicano una strada praticabile per il futuro: i serbi che si oppongono alla politica antidemocratica e granserba di Milosevic e di Draskovic e che sono solidali con gli albanesi del Kossovo, i croati che si oppongono al nazionalismo croato di Tudjman e cercano soluzioni per le comunità serbe incluse in Croazia, gli sloveni che lottano per una Slovenia smilitarizzata e per il diritto alla cittadinanza anche degli immigrati provenienti dalla Jugoslavia del sud, i montenegrini che non vogliono che la loro repubblica sia vasalla di Milosevic, i macedoni che riconoscono pari diritti ai loro concittadini di lingua albanese, i musulmani della Bosnia che si oppongono alla spartizione del loro paese tra serbi e croati, e così via. Le donne che manifestano contro la guerra, i disertori ed i renitenti alla guerra ed al richiamo nazionalista. Insomma: un sostegno deciso a coloro che si oppongono alle terribili e violente semplificazioni nazionaliste ed ideologiche che fruttano guerra e che dalla guerra si rafforzano, ed ancora cercano e praticano iniziative e soluzioni di dialogo, di convivenza, di democrazia e di pace. Sarà meno sloganistico, occorrerranno spiegazioni più complicate e negoziazioni più complesse, ma non esistono alternative su cui costruire soluzioni di diritto e di democrazia, invece che di forza e di separazione etnica“. Ieri come oggi quella guerra criminale è un monito per noi europei, in tempi di fondamentalismi, per non cadere nella trappola dell’oscurantismo nazionalistico. Dalla memoria di quelle atrocità può rinascere l’europa dei popoli riconciliati. E ieri come oggi il cammino della pace nasce da quelle minoranze “profetiche di choc“, come le chiama Jacques Maritain, che anzitempo vedono il cammino della storia.

 (Foto: Bambini a Sarajevo 1992, di Christian Maréchal)

 

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