Le illusioni, di Nicola Giusteschi Conti

Io non ho mai desiderato iscrivermi al PD, salvo forse il primo giorno dalla sua nascita, quando mi illusi che potesse non essere quel carrozzone che l’aveva preceduto.
Dopo di allora, e ogni giorno che passava di più, questo desiderio mi è parso perfino strano e la disillusione sempre più grande.
Negli anni ho provato a fare politica illudendomi di riuscire (non da solo) a resuscitare o a far nascere una sinistra veramente laica, legalitaria, tollerante; mi sono illuso di poterlo fare prescindendo dalle formazioni politiche esistenti, prima tra tutte proprio dal PD.
Mi sono illuso che si potesse affrontare l’agone democratico solo con le buone idee.
Ma in democrazia, potrà anche non piacere, non valgono solo le buone idee, valgono assai di più i numeri, i voti.
Ed essi, se ottenuti lecitamente, sono tutti buoni allo stesso modo e se non costretti e non comprati, ti portano a vincere e ad amministrare, a governare.
Illudersi di riuscire oggi di cambiare le cose senza i partiti maggiori, il PD in particolare, dal momento che almeno formalmente sarebbe quello per cultura più affine al mio modo di sentire, è, appunto, solo un’illusione, una velleità, meglio.
Per questo motivo mi ero illuso che coloro che nel PD ancora lottano perché sia nuovamente un partito e non solo un ente di collocamento, un comitato d’affari, una lobby e, di quando in quando, un potentissimo comitato elettorale, avrebbero fatto sì che nascessero delle primarie degne di essere chiamate elezioni democratiche, ovverosia definite da regole certe valide per tutti i cittadini.
Così quando furono introdotte in Italia le primarie mi illusi che forse era arrivato il momento anche per coloro come me che non volevano iscriversi ad un partito (al PD meno che mai) di poter influire almeno un poco sulle scelte della più importante (nei numeri non mi pare si possa discutere) formazione politica di sinistra (o sedicente tale…), perché nel PD ci sono ancora brave persone, le generalizzazioni sono sempre sbagliate, ci sono ragazzi e ragazze che pensano (ancora) di poter cambiare le cose, renderle migliori e che hanno bisogno di forze esterne per prevalere, per poter continuare a crederci.
E allora mi ero illuso che questo strumento sarebbe stato coltivato, migliorato e sfruttato.
Mi ero illuso che sarebbero state regolamentate, che la democrazia avrebbe trovato la sua culla naturale nelle regole che la generano.
Per questo sono sempre andato a votare, anche quando, come questa ultima volta, il candidato non mi entusiasmava per nulla (non dal punto di vista della persona, ma come operazione politica), perché ero e sono convinto che lo strumento vada, appunto, coltivato e conservato.
Ma l’illusione, anche questa, sembra destinata a dissolversi, perché la parte più retriva, quella che intende il PD come il proprio “orticello” per coltivare i propri interessi di ambizione personale, per favorire gli interessi degli amici e dei parenti (perché non è prerogativa della sola destra, pur-troppo), ha fatto e sta facendo di tutto per cancellarle; perché se io voglio fare un broglio, devo cercare di farlo in modo che nessuna se ne avveda, a meno che non si voglia, invece, fare sì che a essere inattendibile non sia il voto finale espresso, bensì il voto in sé.
Appare di tutta evidenza che questo era l’intento: non di vincere, ma di far perdere tutti, di far perdere la democrazia, perché senza regole certe non c’è democrazia.
E oggi infatti tutti tuonano contro le primarie, dicendo che vanno eliminate, che non servono e anzi sono dannose.
Mi illudo che qualcuno comprenda che questa sarà la più grande sfida democratica che ci attende nei prossimi anni, sia che si sia di sinistra, sia che si sia di destra, perché quello che conta è essere sinceramente democratici e non solo nel nome.

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