Francesco Rosi (1922-2015). E domani?

Quando Francesco Rosi per Cronaca di una morte annunciata, dal bel romanzo di Gabriel García Márquez, si accingeva a partire per i sopralluoghi in Sudamerica, Federico (Fellini; N.d.R.) cercava di dissuaderlo: “Non c’è bisogno, è uno sforzo inutile, a Roma puoi trovare tutto quello che ti serve”. Non aveva mai condiviso quel piglio da esploratore, quella sindrome da spedizione militare comune a tanti colleghi: disagi, notti insonni sotto le tende, cucine da campo, marce forzate, per selezionare luoghi non indispensabili alla ripresa.  Dal momento che ciò che conta è lo sguardo del regista, non la latitudine geografica.

Da Gianfranco Angelucci Segreti e Bugie di Federico Fellini (CS: Luigi Pellegrini Ed., 2013, pag. 31).

Roma – Francesco Rosi ci ha lasciato in silenzio … e non è il solo, purtroppo. Per questo motivo confesso un certo imbarazzo, diciamo pure stanchezza, a scrivere un breve pensiero in sua memoria: negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso abbiamo reso l’ultimo omaggio a grandi personalità del cinema e del teatro, nazionali ed internazionali, quali Manuel De Sica, Sergio Fiorentini, Mike Nichols, Virna Lisi … e adesso anche Rosi … e Anita Ekberg, l’Essere Biondo e Misterioso de La Dolce Vita (1960), di cui Marcello Mastroianni, traversando la schiuma dell’umanità romana, avverte il tocco, l’Essere che sempre aveva desiderato conoscere benché mai visto.

Osservando testate giornalistiche e telecamere pronte, nel giro di pochi giorni, a cibarsi della vita e delle opere di un artista pur di garantirne con ansia la memoria, ho utilizzato il termine “stanchezza” non certo per sufficienza o mancanza di riconoscimento verso un maestro (poeta e uomo sensibile, prima ancora che cineasta) che, insieme a Suso Cecchi D’Amico, firmò la sceneggiatura di Bellissima (1951) e la regia di pellicole aspre e potenti quali I magliari (1959), Salvatore Giuliano (1962) o Le mani sulla città (1963) ma solo per buon senso e nuda sincerità. Scriveva un poeta russo: “[…] Il mio secolo l’ho scelto a mia misura”; ebbene permettetemi di confidarvi in queste righe, rischiando toni allusivi e sentenziosi, che sento di appartenere ad una generazione che non può né vuole scegliersi il “proprio” secolo in quanto si tratterebbe, in ogni caso, di un secolo povero di miti realmente imperituri. E solo un mito, fosse anche un mito “minore”, rapido e seducente come il cinematografo, potrebbe “tenere in scacco la morte”, cosa che, imperando attualmente forme di perpetuazione tanto meste quanto ripetitive, non credo avverrà più, ammesso che in passato abbia avuto luogo dal momento che, di quell’istituto chiamato una volta “dibattito”, per molti spettatori non è rimasta che aneddotica scadente e la spiacevolezza di riesumare un io-di-allora, ideologico o emotivo che sia, ormai oscurato e sostanzialmente inutile. Amore, sì, per il cinema di Rosi e rabbia per la spietata attendibilità dei suoi giudizi. Ieri. E oggi? E domani? Prendiamo le riflessioni di Carlo Levi / Gian Maria Volonté in Cristo si è fermato a Eboli (1979):

In un paese di piccola borghesia come l’Italia, dove l’ideologia piccolo borghese è andata contagiando anche le classi popolari cittadine è probabile, purtroppo, che le istituzioni che seguiranno al fascismo … ma anche le più estreme, apparentemente rivoluzionarie, o per evoluzione lenta o per opera di violenza, è probabile che finiranno per riprodurre le stesse ideologie piccolo borghesi, perpetuando e magari peggiorando sotto nuovi nomi e nuove bandiere l’eterno fascismo italiano.”

Se solo fossimo disposti ad ammettere quanto ci sia di vero in queste parole, a liberare definitivamente dalla reticenza e dalla polvere il ritratto di una nazione malata di dedizione per il “sempre nuovo”, che pretende libertà, attuazione di diritti, per poi non sapere che farsene! Ma con quale costanza perseguiremmo tale scopo? Niente dura mai abbastanza. La filmografia di Francesco Rosi* andrà certo ad aggiungersi a quella ricca eredità di ricordi, belli, brutti, necessari che plasma, più o meno inconsciamente, lo spirito di un popolo … tuttavia mi inquieta non poco la possibilità che, se volessimo riascoltare le idee del regista napoletano, una registrazione televisiva o un’intervista inclusa fra gli extra di un DVD ce le restituiranno seduta stante, il tutto con la facilità d’accesso e il tono rassicurante e distaccato con cui si discute di qualcosa non solo vigente ma anche accettato collettivamente, tanto dal pubblico quanto dalla classe politica e dalla media intellettualità. Dobbiamo andare avanti, con rigore e coerenza. Niente di più. Alcune pellicole di Rosi potranno, forse, esserci d’aiuto, occasionalmente e, comunque, individualmente – in particolar modo il Rosi fiabesco di C’era una volta (1967)**, introspettivo de Tre fratelli (1981) oppure melodrammatico del sottovalutato Cronaca di una morte annunciata (1987) in cui la cultura sudamericana venne sapientemente esplorata dalla sceneggiatura di Tonino Guerra attraverso la lente della tradizione letteraria tardo ottocentesca europea (realismo e naturalismo).

Avviandomi alla conclusione, vorrei citare due seminari di lettura filmica nel corso dei quali ebbi l’onore e il piacere di presentare altrettanti capolavori del cineasta in esame: il ciclo “Quando la Lirica incontra il Cinema” (settembre 2008) promosso dall’Istituto Scolastico “S. Domenico di Guzman” il quale fece riscoprire a una parte del pubblico spezzino la sanguigna Carmen del 1984, vincitrice del David di Donatello e superbamente interpretata dal trio Julia Migenes-Johnson, Plácido Domingo e Ruggero Raimondi; la rassegna “Il cinema oscurato. I film che non vogliono farvi vedere” (14 febbraio 2011) organizzata dall’Associazione Culturale “Leningrad Cafè” di Pisa, in collaborazione con la mitica Libreria del Cinema “La 56a Strada”, dove, a trentacinque anni di distanza, Cadaveri eccellenti (1976) – mamma mia, quanti problemi per reperirlo! – seppe ancora regalare a tutti i presenti l’illusione di poter risvegliare la propria coscienza intorpidita.

Addio, Francesco

* Nota: è consigliata la lettura dei seguenti testi: F. Rosi, G. Tornatore Io lo chiamo cinematografo (MI: A. Mondadori Ed. / Collana “Strade Blu”, 2012) oppure Cadaveri eccellenti – Cristo si è fermato a Eboli – Cronaca di una morte annunciata – Uomini contro in Alessandro e Mario Tedeschi Turco (a cura di) Libri al cinema. La letteratura in 201 film (VR: Demetra S.r.l., 1999, pag. 26, 38, 39, 136).

** Nota: Liberamente tratto da Lo cunto de li cunti (1634-’36) di Giambattista Basile (1566-1632), una raccolta di fiabe in lingua napoletana dalla quale ha attinto pure Matteo Garrone per il suo Tale of tales, interpretato da Salma Hayek e Vincent Cassel, la cui uscita nelle sale è prevista per Maggio.

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.