Genesis: Retrospettiva di una band leggendaria (di Fabrizio Bordone)

Per parlare della mia band preferita, i Genesis, vorrei prenderla un po’ alla larga. Molte volte mi sono chiesto che ne sarebbe stato della musica moderna se non  fosse esistito il fenomeno Beatles. Quanti gruppi sono nati seguendo quell’onda? Un numero incalcolabile, non quantificabile. Certo, la musica esisteva anche prima. Dagli stornelli del medioevo alla grande musica classica dei secoli passati fino al rivoluzionario rock and roll americano. Il tutto inframmezzato dalla musica dei neri come i gospels, gli spirituals, il blues ed il jazz. Era la seconda metà dei sessanta, quando un gruppo di studenti di buona famiglia inglese, condivise le proprie velleità musicali per dare inizio ad un’avventura memorabile. Il nucleo originario, dopo esperimenti vari, esordì nel ’69 con un concept-album pseudo- religioso, From genesis to revelation. Troppo pretenziosa in quel periodo come scelta. Inoltre, il gruppo era ancora lontano dal produrre quel genere di musica che avrebbe tanto affascinato di lì a poco. Infatti, l’anno seguente pubblicarono Trespass, sei lunghi brani molto elaborati dove era palpabile l’influenza della musica classica. Con quest’album, cominciarono a farsi notare, seppur timidamente, in ambito nazionale. La consacrazione avvenne con il successivo Nursery Cryme. Da qui in avanti, la formazione della band divenne stabile: Peter Gabriel vocalist, Tony Banks alle tastiere, Steve Hackett chitarra, Mike Rutherford al basso e Phil Collins alla batteria. Da gruppo spalla nei concerti, rubarono presto la scena a bands fino a quel momento piu’ quotate. La conferma avviene nel 1972 con Foxtrot. Qui troviamo una suite di 23 minuti, Supper’s ready, capolavoro del progressive-rock. Peter Gabriel era uno spettacolo nello spettacolo con i suoi incredibili travestimenti. Un istrione del palco con alle spalle dei musicisti formidabili. Mentre i Genesis spopolavano piu’ in ambito europeo che interno (Italia e Belgio su tutti), l’apice compositivo venne raggiunto con l’album Selling England by the pound. Da molti estimatori del gruppo viene considerato il loro lavoro migliore. Brani come Dancing with the moonlit knight, The cinema show e soprattutto l’irripetibile Firth of Fifth con uno stratosferico Banks al piano ed un Hackett strepitoso, sono pietre miliari del rock-sinfonico. Gabriel raggiunge il top nei testi, dissacrando impietosamente, in vari modi, vizi e vizietti di un’Inghilterra in declino. E’ arrivato il momento di partire alla conquista del mercato americano. I Genesis si mettono al lavoro e preparano un album doppio incentrato su un personaggio immaginario (Rael) e lo “ambientano” a Broadway. The lamb lies down on Broadway divide la critica. Chi lo considera il loro capolavoro, chi lo giudica troppo complesso e lontano dai barocchismi. Fattostà che passerà alla storia come l’ultimo album con Peter Gabriel. Il leader lascerà per una carriera meno redditizia ma ora i Genesis sono nei guai. Dopo centinaia di audizioni infruttuose per trovare un nuovo cantante, optano per la soluzione interna. Phil Collins, lo schivo Phil, diventa la nuova voce solista. Esce A trick of the tail ed è un buon lavoro. La band compone ancora sull’onda della creatività passata. Collins è un bravo cantante, solo qualche brano è un po’ più commerciale, ma i fans sembrano chiudere un occhio. Rassicurati, i quattro superstiti danno alla luce un nuovo lp che farà ancora da spartiacque. Una copertina autunnale ed un titolo che la dice lunga: Wind and wuthering, vento e tempesta. Contiene almeno tre gemme come i tempi migliori (One for the vine su tutte) ma segna l’abbandono anche da parte del grande Steve Hackett che inizierà una carriera solista di pochi guadagni ma gran qualità. Tuttavia, il marchio Genesis sta per partorire una montagna di soldi. Inizia la fase commerciale con l’ottimo live Seconds Out e con l’emblematico album “And the there were three”. Da qui in poi, si sentirà la “mano” di Collins sulle scelte musicali. Brani di facile presa, melodici e lo straripante successo da juke-box di Follow you follow me e Many too many. Tranne la parentesi del successivo Duke che segna un inaspettato passo indietro (in senso buono) come sonorità, il seguente Abacab spacca nettamente in due la carriera dei Genesis ma soprattutto i loro fans. Intanto, fanno un sacco di soldi, acquisicono nuovi appassionati ed i loro live-show sono faraonici. Esce l’omonimo Genesis con la hit da classifica “Mama” e le vendite si impennano ulteriormente. Phil Collins è una star mondiale dopo il successo planetario di “In the air tonight”. Il gran momento di Phil fa da traino alla band che ormai è una macchina per far soldi. Invisible touch segna l’apoteosi con il brano omonimo e con “Land of confusion”, famosa anche per un video molto popolare. Dopo una lunghissima pausa in studio, esce We can’t dance segnato da una tourneè trionfale. Anche Collins lascia il gruppo sancendo la fine di una storia gloriosa iniziata circa trent’anni prima. La parentesi finale di Calling all station, con il cantante Ray Wilson, è la classica situazione che ad un fan impone di stendere un velo pietoso. Non è semplice condensare in un articolo la lunga carriera di un gruppo che ha segnato la storia del rock progressivo prima e del pop-rock poi. Restano le loro vecchie copertine, un suono unico ed irripetibile ed una magia che si rinnova, ancora oggi, ad ogni ascolto.

(Fabrizio Bordone)

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