Intervista al regista Roberto Faenza di Daniele Ceccarini

Roberto Faenza appartiene alla generazione dei registi di denuncia. In “Escalation” descrive il potere attraverso lo scontro tra un padre borghese e un figlio hippy. Nel 1978 esce con “Forza Italia”, una satira feroce e profetica sul potere. La  censura e il successivo ritiro del film lo costringono a trasferirsi a New York. Il film torna sorprendentemente d’attualità quando Aldo Moro, nel memoriale prima di essere ucciso dalle Br , suggerisce il film di Faenza.  Nel 1995 dirige Marcello Mastroianni in “Sostiene Pereira”. Nel 2004 è la volta di “Prendimi l’anima”. Nel 2014 in “Anita B.” affronta il tema di una ragazzina sopravvissuta all’Olocausto. Un film drammatico sul rifiuto ad ascoltare la sofferenza degli altri. Anita riesce a parlare solo con un bambina che non capisce quello che racconta. Parla a chi non è in grado di capire le sue parole. Tra i numerosi riconoscimenti il David di Donatello e l’Efebo d’oro con “Jona che visse nella balena”.

Anita B. è un film sulla memoria la storia di una ragazza scampata all’olocausto. Perché ha deciso di raccontare questo tipo di storia?
L’idea è nata leggendo un libro di Edith. Mi ha colpito il tema e il periodo. Noi siamo sempre abituati a parlare dell’Olocausto, io stesso ho fatto un film “Jona che visse nella balena” che era la storia di un ragazzino scampato a Bergen-Belsen, però molto spesso il cinema e la letteratura hanno trattato molto poco il dopo. L’attenzione di tutti si è sempre concentrata sul “durante”. Lo stesso Primo Levi, se ci pensate, nel libro “La tregua” non è il “dopo” è solo il viaggio di lui che esce dal campo di concentramento, ma nessuno sa veramente il dramma che ha vissuto negli anni successivi. “Anita B.” è la storia del dopo, cioè è la storia di questa ragazzina che deve andare incontro alla vita, ricostruirsi la propria identità e trova un mondo estremamente ostile. Anita B. non riesce a parlare con nessuno di quello che le è accaduto. Nessuno la vuole ascoltare e appena lei inizia a parlare della tragedia che ha alle spalle le tappano la bocca. Praticamente  parla di quello che le è accaduto solo con un bambino di un anno e mezzo che non la capisce. Solo così riesce a sfogarsi. A me è piaciuta l’idea di portare sullo schermo questo periodo non trattato dal cinema   e neppure dalla letteratura sui campi di concentramento. Quello che mi ha sorpreso è stata la reazione a questo film che è stato praticamente emarginato dalla distribuzione. Non è stato distribuito e mi sono chiesto come mai? Sicuramente la ridondanza delle pellicole sui campi fanno sì che il “dopo” non venga trattato perché si crede sia sempre la stessa materia e poi presumo per una stanchezza del nostro circuito cinematografico di temi profondi. Di fatto, oggi circola la commedia, la leggerezza si vuole pensare poco e questo è un problema molto grosso che abbiamo perché le pellicole più belle sono quelle più emarginate.

 Lei ha dichiarato che è un film controcorrente, perché?
Proprio perché fare un film così oggi, che vogliono solo commedie leggere e ridere è andare contro. Personalmente mi aspettavo una reazione negativa, ma non una emarginazione così assoluta e che il film uscisse così in poche sale e che fosse praticamente boicottato anche senza ragione, anche perché a mio parere è un bel film che può piacere allo spettatore.  L’emarginazione del film penso che sia un torto al pubblico.  

Lei fece un film Forza Italia nel ’78 che venne censurato. In questo film, Lei racconta la spregiudicatezza della classe politica di allora, cosa ne pensa della classe politica attuale?
Quel film fu un film profetico perché raccontò il dissolversi di una classe politica che si rigenerava con il passare del tempo. Ho fatto anche un film altro su questo tema “I viceré”. Sono convinto che l’uomo che ha capito di più di questa Italia è Federico De Roberto, perché quando già nell’ottocento scrisse “I Viceré” capi che questo paese non è capace di rinnovarsi e capì che un paese che si rigenera attraverso lo stereotipo “un giorno sono di destra e un giorno sono di sinistra”.  Speriamo che oggi le cose cambino.

 Pensa che il cinema italiano sia in salute o che l’Oscar sia solo un lampo nel buio?
Non mi pare in grande salute perché il cinema italiano dipende sopratutto dallo Stato. Oggi praticamente solo la Rai finanzia i film, la Medusa non esiste quasi più, i circuiti privati non mettono denaro e, quindi, quando c’è una presenza così pervasiva dello stato c’è sempre meno libertà.  Quando mancano gli interlocutori, quando uno non sa a chi andare a proporre un film perché mancano i finanziatori il cinema non può crescere può soltanto avvilirsi. A  mio parere, il cinema italiano attuale è poco interessante, a parte le eccezioni ovviamente.

 Lei si è ispirato spesso alla letteratura per i suoi film. In “Sostiene Pereira”, fu l’ultimo regista italiano che diresse sulle scene Marcello Mastroianni. Come lo ricorda?
Di Marcello le commemorazioni non sono mai abbastanza veritiere. Devo dire che Marcello per me è stato un insegnante di vita quotidiana: era un divo, ma non faceva il divo, sapeva benissimo che il divismo un giorno c’è e un giorno non c’è più. Era sopratutto un uomo dotato di generosità di intelligenza. Personalmente, lo ricordo più come una persona piuttosto che come attore, anche perché come attore tutti sappiamo chi è.
 

 Nella sua carriera c’è un film al quale è più legato o un attore al quale è rimasto  più affezionato?
Forse il film che mi ha appassionato di più della mia carriera è “Prendimi l’anima”. E’  un film che io ritengo molto interessante, anche se riconosco che ha dei limiti ed è per questo che mi appassiona. Proprio perché non è compiuto. un giorno voglio rimetterci mano e rimetterlo in circolazione un po’ diverso.

Cosa consiglierebbe ad un giovane oggi?
Io lavoro nell’università quindi sono molto a contatto con i giovani, direi che sono tentato da due posizioni, una è di dire andate all’estero perché ci sono più possibilità più opportunità e più libertà, però d’altro canto non è neanche bello dover scappare e quindi penso sia maglio rimanere qui, ma per restare ci vuole una capacita di combattimento spaventosa per il fatto che qui il merito oggi non è riconosciuto. Nella realtà di oggi sono importanti altre cose, perché per lavorare e far si che sia riconosciuto il merito e non l’eredità oggi bisogna combattere.

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