Ecomafie e infiltrazioni negli appalti pubblici: intervista a Renato Scalia della Fondazione Caponnetto

LA SPEZIARenato Scalia fa parte della Fondazione Caponnetto ed è un ex Ispettore capo della DIA. Romano, vive da moltissimi anni a Firenze e si occupa principalmente di ecomafia.

Intervista.

Lei in un’intervista  a un giornale on line fiorentino ha dichiarato di aver consegnato, assieme alla Fondazione  Caponnetto,  una serie di proposte a Rosy Bindi per migliorare la normativa antimafia. Quali proposte avete presentato? Che risposta ha avuto dalla Bindi?
Posso dire che Rosy Bindi, rispetto ad altri politici, è più attenta a questi temi. Per quanto riguarda le proposte, abbiamo rilevato che le condanne per mafia al Centro Nord sono molto poche, il 416 bis viene quasi sempre derubricato a semplice 416 (Associazione per delinquere). Noi riteniamo che vi siano i presupposti per l’applicazione del 416 bis (controllo del territorio, assoggettamento delle persone) e chiediamo, quindi, che si proceda in tal senso. 

Dove sono, oggi, principalmente, le infiltrazioni mafiose?
Negli appalti pubblici. Non ci sono controlli sufficienti e non si fa nulla per cambiare. Ci vorrebbero banche dati con i nomi delle ditte con infiltrazioni, maggiori misure di prevenzione patrimoniali. Le cose stanno lentamente migliorando con il nuovo codice antimafia, ma arriviamo sempre in ritardo. Le istituzioni non fanno nulla. Non c’è consapevolezza: se un sindaco, per esempio, si affida a una ditta legata alla mafia, risparmia dei soldi e li fa risparmiare ai cittadini, perché la mafia, che ha i soldi, riesce a fare prezzi più bassi rispetto alle ditte pulite. Questo influisce negativamente su vari aspetti: a) uccide l’imprenditoria pulita b) si hanno lavori di bassa qualità, per l’uso di materiali scadenti (a questo proposito, esiste un’intercettazione calabrese in cui un boss chiede a un imprenditore di “non annacquare troppo il cemento”) c) la sicurezza sul luogo di lavoro, che non raggiunge certamente gli standard previsti d) il controllo del terriotorio: una ditta di Casal di Principe che viene a lavorare alla Spezia, per esempio, porterà il 90% del personale da Casal di Principe e così si creeranno dei veri e propri eserciti di “affiliati”.

Lei si occupa di ecomafia. Da dove nasce questo interesse?
Da una dichiarazione di Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia, che, nel novembre 2013, disse che “la camorra, in primis, sversava in Toscana”. All’epoca nessun giornalista riprese la frase e io iniziai a interessarmi alla cosa, facendo ricerche su Internet, coinvolgendo la Fondazione, parlando dell’argomento in una conferenza stampa, realizzata grazie a Rosy Bindi. La notizia venne “lanciata” da un giornalista dell’ANSA e poi da altri giornali. La politica, invece, da Forza Italia al PD, attaccò pesantemente Roberti.

C’è consapevolezza del problema? I cittadini sono informati?
Poco, perché la stampa italiana è “imbavagliata”, ci vorrebbero più organi di informazione liberi e indipendenti, che parlino di queste cose. Neppure le istituzioni fanno qualcosa. Anzi, spesso sindaci e prefetti non vogliono che si parli dell’argomento, perché potrebbe “rovinare il turismo”. Ma i cittadini devono sapere che camminano su rifiuti tossici, interrati non tanto nelle città (in una città storica come Firenze, ad esempio, è ovviamente impossibile interrare sostanze tossiche), ma nelle vicinanze, ad esempio sotto le autostrade

La lotta alla mafia è spesso delegata solo a forze di polizia, giudici e qualche giornalista coraggioso. Secondo lei il semplice cittadino può fare qualcosa? Se sì, cosa?
Sono convinto che il cittadino possa fare molto, ad esempio segnalare e denunciare. Ma spesso non lo fa. A Padova, per esempio, si scoprì un giro di richiesta di pizzo a oltre 100 imprenditori: solo due confessarono di aver pagato. La figlia di uno di questi due non era neppure consapevole della presenza della mafia a Padova, prima di vivere questa brutta avventura.

Lei fa parte della Fondazione Caponnetto. Il giudice Caponnetto affermava che la mafia teme la scuola più della giustizia. Voi andate a parlare di mafia nelle scuole? I bambini/ragazzi sono interessati?
Sì, andiamo nelle scuole e io dico sempre che preferisco parlare con i ragazzi, che sono molto più interessati degli adulti. La trovo un’esperienza decisamente positiva. Faccio mia la famosa frase di Paolo Borsellino che invitava a “parlare della mafia”.

www.antoninocaponnetto.it 

 

 

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