Un libro sulla Sacra Corona Unita: intervista a Carlo Cavallaro, autore di "Le tre vite"

Uscirà lunedì 5 gennaio il romanzo “Le tre vite” (Edizioni Fantasma) di Carlo Cavallaro. Cavallaro, veneto di Este, classe 1986, è al suo primo romanzo. Ha una personalità dalle molte sfaccettature; come scrittore autopubblica nel 2009 “Pier Paolo Pasolini, un uomo di troppo.” E’ autore di testi musicali impegnati e poetici, per sé e la band “Attika”, autore teatrale – di “Il paradosso non esiste (ma è vero anche il suo contrario)” nel 2010 e  “Raccontando John Cage…” nel 2012 – e radiofonico, coautore delle trasmissioni culturali “Liberiamo” e “Amleto”, su Quantaradio fra il 2011 e il 2012 e della trasmissione dedicata ai cantautori italiani “Escluso il cane”, su RadioControCultura nel 2013. Ventiduenne vince il Premio nazionale “Baveo Pulliero” città di Monselice nella sezione “poeta emergente” con la lirica “Il Mendicante”.

Le tre vite” è la storia di Marco-Sandro, un ragazzo come tanti che, rimasto orfano da bambino con una madre malata, lascia un Nord di povertà e sofferenza (la prima vita) per entrare nella malavita pugliese, diventando un boss della Sacra Corona Unita (la seconda vita). Da ragazzo disperato e impaurito diventerà l’uomo più potente della Puglia, ma l’amore e il dolore (la terza vita) lo riporteranno a un confronto con se stesso e le sue radici, mai dimenticate.

Lo abbiamo intervistato.

  • Da cosa nasce l’ispirazione per questo libro?
    Anni fa commerciavo olio pugliese, il migliore, qualitativamente. Scendevo nella BAT in un frantoio a comprarlo e lo vendevo nella zona del padovano. Essendo un prodotto eccezionale, fortunatamente, ho dovuto fare spesso quella strada in pochi mesi. Ed è stato frequentando quei luoghi, conoscendo persone che per te erano persone normalissime e magari avevano dieci anni di carcere alle spalle o erano appena usciti da una banca a fare una rapina che mi sono addentrato in una cerchia specifica ma io non potevo saperne nulla se nella vita facessero gli agricoltori o i criminali. Avrò parlato con decine di persone che si presentavano a me con uno pseudonimo, classico di quelle zone ma in generale di tutta l’Italia. Quando mi venivano raccontati fatti o comunque situazioni particolari, decisi di approfondire anche perché ho sempre avuto la passione, se così si può chiamare, per questi fenomeni. Avevo 8 anni quando morirono Falcone e Borsellino e da allora ho sempre avuto una specie di bulimia verso films, documentari, libri eccetera. Ecco che la mia passione per la letteratura e per la scrittura ha fatto capolinea con i fatti raccontatimi.
  • Nel romanzo lei immagina un’Italia in piena guerra civile. La ritiene un’ipotesi probabile o è solo uno scenario di fantasia?
    L’ho scritto anche nel libro che ‘quando provi la fame non te la scordi più’. Nello specifico credo che quando mancano dei punti di riferimento ad un popolo che è sempre stato imboccato dal potere di turno, qualcosa di cui preoccuparci c’è. Sarà una guerra tra poveri anche se la colpa è sempre delle solite lobbies che si sono sbranate il Paese (fisicamente, culturalmente, eticamente).
  • Il protagonista del suo romanzo è un bravo ragazzo come tanti, che, abbandonato dallo Stato, finisce per diventare un criminale. Non teme di giustificare, in qualche modo, il ricorso alla violenza?
    Quando avviene un fatto di sangue nelle province del sud, c’è un morto ammazzato per terra e prima che arrivino le Forze dell’Ordine, il cadavere viene circondato da una trentina di persone della strada tra cui i bambini.  E’ chiaro che quel bambino che vede un cervello schizzato fuori dalla testa crescerà con un’umanità diversa da un bambino “normale” perché la violenza fa parte della sua vita già da 2-3 anni. E’ tutto normale, non è un film. E’ la strada  che egli stesso frequenterà perché gli hanno sempre detto che se spacci droga hai i soldi facili. Gli stessi soldi che gli permetteranno di inseguire l’idea del benessere che per lui è solo materiale.  Perché quella è sempre stata l’educazione, perché quelle terre sono sempre state abbandonate dalle Istituzioni e perché è insito nel dna di quelle popolazioni la ‘guapperia’ come dicono a Napoli ovvero l’organizzarsi in gruppi di quattro-cinque ragazzi e tirare a campare. E questo i boss lo sanno. E i boss hanno bisogno di ciò che in gergo si chiamano ‘soldati’ o ‘corrieri’ per trasportare una dose, un’arma o andare ad incendiare la bottega di quello che non paga il pizzo eccetera. E’ un problema culturale che non si risolverà mai perché per le Istituzioni, quello, non è mai stato un problema. Per rispondere alla domanda le dico che non giustifico la violenza ma neanche la giudico. Solo con un’educazione pedagogica si possono risolvere certe situazioni ed era quello che Don Peppe Diana o Padre Pino Puglisi stavano facendo: creando degli oratori nelle zone pericolose che una notte sì e una no gli venivano incendiati. Ma questo credo sia l’unico modo:  l’educazione alla bellezza.
  • Della Sacra Corona Unita si sa molto poco: pensa che grazie al suo romanzo ci sarà una maggior conoscenza del fenomeno?
  • Mi sono reso conto che molte persone non la considerano neanche una mafia, quando probabilmente è la mafia più ‘importante’ tra le altre, mi spiego: la SCU è l’unica ad avere contatti diretti con l’Est Europa. Vi ricordate le carrette piene di albanesi negli anni novanta? La stessa guerra nell’ex Jugoslavia è stata finanziata in parte dalle famiglie più importanti della SCU e dalla Mala del Brenta (che, per inciso non è affatto finita o scomparsa).
  • Quanto è pericolosa oggi la mafia pugliese?
    La mafia pugliese oggi è pericolosa magari non per attentati, anche perché, la SCU non ne ha mai fatti di clamorosi. La mafia pugliese si è messa lo smoking come tutte le altre mafie, hanno capito che è meno faticoso gestire gli appalti pubblici che spacciare droga, è più proficuo fondare società che si servono di manodopera (le famose cooperative) piuttosto che chiedere il pizzo a negozi della loro zona. E’ un salto imprenditoriale – criminale migliore investire in Germania, Paesi Bassi, Svezia eccetera anziché rischiare di investire in un albergo in una città qualsiasi in Italia. Le mafie (tutte) stanno espatriando avendo, per intero, il controllo totale del ‘territorio Italia’.
  • Ha già ricevuto minacce o intimidazioni in vista dell’uscita del romanzo?
    Diciamo che molti sanno che io so. Ma molti di cui non conosco veramente i nomi veri. Li conosco per soprannome e i pesci piccoli che essendo tali in certi casi si sono veramente confessati con me. Io so i nomi dei paesi nel nord Italia dove vengono mandati a turnazione i boss, tanto per far perdere le tracce. Io so i nomi delle banche dove tengono i conti. Conosco che corrente politica sostengono.  Citando Pasolini ‘io so ma non ho le prove’. Però so che è così. Credo che questo libro diventerà scomodo nella misura in cui se ne parlerà e se ne darà importanza. Le minacce e le intimidazioni resteranno sempre anonime anche perché stiamo sempre pur parlando di gente vigliacca. Spero che questo libro e che la mia voce crei loro problemi. 
  • Se sì, ha paura?
    Quando si è dalla parte della verità e del giusto non si deve avere paura. Questo libro vorrei che diventasse un messaggio per i ragazzi e non solo, soprattutto oggi che manca il lavoro quanti adolescenti per qualche centinaia di euro potranno entrare nel giro? Il rischio è elevatissimo, ecco perché questo libro deve essere letto e perché, citando il Giudice Borsellino bisogna parlarne di mafia: al bar, a scuola, ovunque.

Per informazioni sull’autore e sul libro: Carlo Cavallaro su Facebook

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