Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, di John Maynard Keynes: recensione di Daniele Ceccarini

John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di Terenzio Cozzi, (Torino, UTET, 2006, p. 343).

Quando John Maynard Keynes rivoluziona le teorie dell’economia classica proponendo l’intervento dello stato non era né un pericoloso bolscevico, né un infiltrato comunista, ma il protagonista della teoria economica che porterà il suo nome. Come è noto l’economia classica, secondo la legge di Say, sostiene la capacità del mercato di riequilibrare domanda e offerta, perché “il denaro ricavato dalla vendita è destinato ad essere immediatamente speso e in questo senso il venditore è sempre anche un compratore e, con ciò, offre uno sbocco alle produzioni altrui”.

La tesi di Keynes nasce dalla domanda, di evidente attualità, su cosa è necessario fare quando la domanda aggregata è insufficiente a garantire la piena occupazione. Secondo Keynes per trovare la risposta è “necessario semplicemente spostare l’attenzione dell’economia dalla produzione di beni alla domanda”.
Secondo l’economista di Cambridge, “l’intervento statale nell’economia è necessario come misura di politica di bilancio e monetaria qualora una insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione, in particolare nella fase di crisi del ciclo economico”. Di conseguenza, l’intervento dello Stato è necessario per incrementare la domanda globale anche in condizioni di deficit pubblico (deficit spending), perché produce “un aumento dei consumi e degli investimenti e dell’occupazione”. L’intervento pubblico statale è fondamentale per sostenere la domanda ed evitare la crescita della disoccupazione, in quanto nei periodi di crisi, quando la domanda diminuisce, si verifica che “le reazioni degli operatori economici al calo della domanda producano le condizioni per ulteriori diminuzioni della domanda aggregata”.

L’altra intuizione strettamente correlata è il cosiddetto moltiplicatore keynesiano come strumento di analisi macroeconomica per individuare l’effetto di un certo livello di consumo all’interno del sistema economico sul reddito finale del sistema stesso. Con il moltiplicatore si riesce a misurare “la percentuale di incremento del reddito nazionale in rapporto all’incremento di una o più variabili macroeconomiche componenti la domanda aggregata : consumi, investimenti e spesa pubblica”.
In proposito, è interessante leggere la formula proposta da Keynes: 1/ (1 – c’)
Dove c’ rappresenta la propensione marginale al consumo, che può variare da 0 a 1 e indica la percentuale del reddito che viene re-investita dai consumatori nel consumo stesso.
Keynes fa osservare che all’aumentare di c’, 1 – c’ diviene più piccolo e di conseguenza, il moltiplicatore diventa più grande.
Il moltiplicatore, come dice il nome, è lo strumento che moltiplica la somma dei parametri di domanda nella funzione successiva
[1/ (1- c’ ( 1-t) ] * (A+G + I+ NX)
A: indica il consumo di sussistenza, ovvero quella parte di consumo di base che permette agli uomini che danno vita all’economia di sopravvivere.
G: indica la spesa pubblica, ovvero il livello aggregato di investimenti statali.
I: indica il livello di investimenti privati in attività produttive.
NX: indica il livello delle esportazioni al netto delle importazioni e importazioni e (esportazioni nette o bilancia commerciale).
Giungiamo così alle conclusioni che tanto più grande è la propensione marginale al consumo c’, tanto più grande diviene il moltiplicatore [1/(1-c’)] e tanto maggiore sarà l’espansione totale dell’economia.
Senza addentrarci in ulteriori problematiche quali il finanziamento della spesa pubblica e le attività finanziarie e abbandonando le rappresentazioni per funzioni, talvolta complesse, il pensiero di Keynes consiste nel sollecitare l’intervento dello stato al fine di far crescere la domanda. Una lettura sulla quale riflettere e quanto mai attuale che può consigliarci come uscire dalla crisi.

(Daniele Ceccarini)

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