Omicidio Lea Garofalo: la Cassazione conferma quattro ergastoli

Sono definitive le condanne per l’omicidio della testimone di giustizia Lea Garofalo, vittima di ‘ndrangheta, uccisa a Milano il 24 novembre 2009: rapita, picchiata, torturata per ore e infine bruciata. Di lei non doveva rimanere traccia, così aveva ordinato Carlo Cosco, suo ex compagno e padre di sua figlia Denise.

Ma chi era Lea Garofalo?  Calabrese, in giovane età s’innamora di Carlo Cosco e dalla loro unione nasce Denise. Carlo, però, non è il bravo ragazzo che probabilmente Lea sognava e la giovane donna si ribella al sistema ‘ndranghetista di cui è testimone e nel 2002 entra a far parte del programma di protezione dei testimoni di giustizia. Denuncia, parla, porta la piccola Denise lontana dalla Calabria, dal padre, dalla famiglia. A distanza di anni, però, l’ex compagno non perdona, non dimentica, non ha pietà. Nel 2009 decide che Lea deve morire, ma non solo. Deve sparire completamente dalla faccia della Terra, è una traditrice. Così (Lea nel frattempo era uscita dal programma di protezione e viveva a Milano) la chiama con una scusa, le dice di voler parlare del futuro della figlia. Ci sono alcuni fotogrammi di madre e figlia mentre costeggiano il cimitero Monumentale. L’ultima immagine di Lea Garofalo viva. Poco dopo viene rapita e uccisa.

La I Sezione Penale della Cassazione, presieduta da Maria Cristina Fiotto, ha confermato l’ergastolo per Carlo Cosco, il fratello Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Per l’ex fidanzato della figlia di Lea, Carmine Venturino, la condanna definitiva è a 25 anni in ragione dello sconto di pena per aver collaborato e raccontato la verità sulla morte della donna.

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