Un collezionista spezzino si aggiudica all'asta una delle fotografie più famose al mondo di Shrin Neshat

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Anche se non si è ferrati in storia dell’arte e della fotografia questa immagine è sicuramente bene impressa nella memoria di tutti perché è una fotografia (e parte di una serie fotografica) che colpisce per la precisione e chiarezza del messaggio ed è stata ampiamente diffusa e riprodotta come simbolica di una rivoluzione al femminile. Shrin Neshat è l’autrice: un’artista iraniana tra le più famose al mondo, dedita alla fotografia e da alcuni anni anche al cinema e alla videoarte che ha ritratto negli anni Novanta la condizione femminile nel suo paese. Uno spezzino innamorato della sua arte è riuscito ad aggiudicarsi in asta a Genova un’opera tra le più significative della serie Woman of Allah, forse la più riprodotta e simbolica del confronto tra estremismo religioso e forza vitale femminile, oppressione e aspirazione ad essere liberi.

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Shirin Neshat, proviene dall’Iran da una famiglia agiata, ma è a Los Angeles per motivi di studio quando nel 1979 scoppia la rivoluzione islamista degli Ayatollah che le impediscono di tornare in patria fino alla morte di Komeyni avvenuta nel 1989. Nel ’90 torna in Iran e rimane fortemente colpita dalle trasformazioni della società e soprattutto dei cambiamenti che il “regime teocratico” impone soprattutto alle donne. Da allora ha preferito un esilio volontario a New York, dove ora vive e lavora. Vincitrice della Biennale di Venezia nel 1999 ottiene anche un premio alla Regia nel 2009 per il film Donne senza uomini, un esempio sublime di realismo magico al cinema. Le donne sono le protagoniste della famosissima serie “Woman of Allah” che risale all’epoca del suo primo viaggio di rientro in Iran e ritrae donne musulmane (e lei stessa in autoritratto) chiuse nel chador con ricami calligrafici in “farsi” l’antica lingua persiana, impressi nelle mani e sempre in primo piano, un’arma da fuoco simbolo della violenza.

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La riflessione femminismo e religione islamica permea molta parte della sua produzione:  sono donne coraggiose, fiere a confronto con l’oppressione e “la condanna a diventare invisibili”, volti che rovesciano gli stereotipi di passività e rassegnazione con cui l’Occidente spesso liquida il dibattito sulla condizione femminile nell’Islam. La fotografia in bianco e nero traccia inequivocabilmente un territorio di denuncia della violenza e insieme di bellezza. Dice la Neshat:

 ”Molto sulla cultura e l’identità di una società può essere raccontato dallo status e la condizione in cui vivono le donne, dal ruolo che hanno, i diritti a cui possono o non possono accedere, l’abbigliamento a cui devono aderire. Inoltre una donna musulmana  proietta più intensamente le realtà paradossali che cerco di identificare – ha spiegato la Neshat in un’intervista -. Ogni immagine è costruita per amplificare la contraddizione. Il tradizionale femmineo come  la bellezza e l’innocenza da una parte, e dall’altra la crudeltà la violenza, e l’odio, che  coesistono all’interno della complessa struttura dell’Islam stesso”. 

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