Pabst e Chabrol: quando mai finirà la danza delle streghe?

LA SPEZIA – Doppio appuntamento con l’ACIT (Deutsch – Italienische Kulturgesellschaft) di La Spezia (2 e 5 dicembre): i regolari incontri annuali dedicati ad alcune importanti pagine della Storia del Cinema arricchiranno, per l’occasione, un programma di iniziative in ambito provinciale avviato tanto a commemorare il Centenario della Prima Guerra Mondiale (2014-2018) quanto a tracciare una riflessione critica, in vista del Venticinquesimo Anniversario del crollo del Muro di Berlino, sulla plausibile continuità tra valori etici e principi economici in Occidente nonché la trasformazione della coscienza degli individui e della vita pubblica alla luce delle nuove tecnologie dell’informazione. Il dott. Giordano Giannini curerà l’introduzione alle visioni e il commento finale.

Superate alcune cautele o pregiudizi, possiamo scrivere con fermezza che il Primo Conflitto Mondiale sia un argomento scandalosamente trascurato dalle generazioni attuali. L’eroismo, giustamente onorato, di chi ha sacrificato la propria vita in difesa della libertà ha finito inconsapevolmente per ammutolire la già flebile voce di quei giovani che, viceversa, si sentirono inadeguati rispetto all’ideale del volontario (recita, implacabile, un passo da Niente di nuovo sul fronte occidentale [1929] di Erich Maria Remarque*:Imparammo che un bottone lucido è più importante che non quattro volumi di Schopenhauer. Stupefatti dapprima, esasperati poi e infine indifferenti, dovemmo riconoscere che ciò che conta non è tanto lo spirito quanto la spazzola del lucido, non il pensiero ma il sistema, non la libertà ma lo «scattare».”); un vasto proselitismo continua a mantenere una certa ambiguità sugli orrori delle trincee, sulle attese senza fine nella “terra di nessuno”; neanche su quelle labbra disfatte dal gas iprite o quelle intere parti del volto strappate via dai colpi di fucile lo sterminato panorama del cinema dei primi anni Duemila – inclusi i suoi esiti più interessanti quali Il battaglione perduto (2001) di Russell Mulchay, Una lunga domenica di passioni (2004) di Jean-Pierre Jeunet fino ai recenti (e, purtroppo, ancora inediti in Italia) Haber (2008) di Daniel Ragussis (duro e asciutto mediometraggio su Fritz Haber [1868-1934], chimico noto per la sua supervisione del programma di gas tossici approvato nel 1915 dallo Stato Maggiore dell’esercito tedesco) e Gallipoli, La bataille des Dardanelles (2013) di Kemal Uzun – ha potuto assumersi del tutto il rischio di un giudizio che fosse netto, interamente indignato. In attesa dell’uscita in sala di Torneranno i prati di Ermanno Olmi dovremmo, quindi, fare un salto nel passato per trovare una determinata presa di posizione morale sulla Grande Guerra, contro il trionfo della bestialità sui valori più essenzialmente umani, dell’irrazionalità sulla ragione: Victor Trivas (Niemandsland), Jean Renoir (La grande illusione), Stanley Kubrick (Orizzonti di gloria), Juraj Jakubisko (Il disertore e i nomadi) …

Lo scorso anno, ad esempio, suggerimmo (ingenuamente, forse) che per “purificarci” dal Male avremmo dovuto rivolgerci ai film di Georg W. Pabst (1885-1967). Ebbene, il maestro di Raudnitz tornerà a far parlare di sé martedì 2 dicembre, ore 17:00, agli Archivi della Comunicazione Multimediale “S. Fregoso” (Via Monteverdi, 117 – Tel. 0187/713264) dove verrà proiettato “Westfront, 1918: Vier von der Infanterie” (1930), il suo capolavoro dei primi anni del sonoro, nel quale portò a compimento le tendenze “oggettivistiche” già distintamente rintracciabili nel periodo del muto con La via senza gioia (1925). Sceneggiato da Ladislao Vajda (dal romanzo Quarto fanteria di Ernst Johannsen), la pellicola è ambientata, appunto, sul fronte occidentale durante gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale. Fin dal prologo facciamo la conoscenza di quattro soldati: il Tenente (Claus Clausen), il Bavarese (Fritz Kampers), lo studente Rolf (Hans Moebus) e Karl (Gustav Diessl). Gli ultimi tre sono alloggiati presso la masseria di Yvette (Jackie Monnier), una francesina che Rolf non perde occasione di corteggiare. I piacevoli giorni passati fra partite a carte e schermaglie amorose vengono presto interrotti da un allarme che richiama i fanti in battaglia. Tagliati fuori dalla comunicazione (le linee telefoniche sono interrotte) e seduti sul bordo di un cratere lasciato da una bomba, Karl e Rolf rafforzeranno i reciproci sentimenti di solidarietà e, più precisamente, la speranza di rivedere, un giorno, Yvette … Come riporta lo storico Lino Lionello Ghirardini, nella pericolosa situazione politica del momento, in cui sfruttando i risentimenti nazionalisti e la miseria economica il partito di Hitler sembrava avviato al potere, “Westfront, 1918 …” poteva apparire come un chiaro grido d’allarme. Tuttavia fu proprio la sua apparente “oggettività” a consentirne la proiezione in Germania, mentre il coevo e bellissimo Allovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone, dietro violente dimostrazioni naziste, venne tolto dalla circolazione. Ciò premesso il film di Pabst, dopo ottantaquattro anni, rimane un umanissimo documento pacifista, valido e vitale.

Quanto invece al controverso (e tutt’ora sottovalutato) “Doctor M” (1990) di Claude Chabrol (1930-2010), compianto maestro del cinema francese, il discorso si fa più complesso. Trasportando la gesta del luciferino Dr. Mabuse di Fritz Lang a Berlino, a pochi mesi dalla caduta del Muro, il cineasta parigino ci presenta una popolazione cittadina atterrita da misteriosi suicidi sulle cui cause (inspiegabili) investiga l’agente Hartman (Jan Niklas). Ogni indizio condurrebbe al Club Theratos (in greco antico il vocabolo “θερατος” significa “mostro” ma è altrettanto eloquente l’assonanza con “τερατός”, genitivo di “τερας” ossia “prodigio”, “cosa incredibile”, la stessa radice del sostantivo “τερατιας” che vuol dire “ciarlatano”), un villaggio turistico fra i più gettonati della regione, ricco di comfort e frequentato dall’alta borghesia. Hartman vi si recherà in incognito al fianco di Sonja Vogler (Jennifer Beals), avvenente testimonial del club, la quale già da tempo aveva intuito del marcio sotto la superficie. La facciata di svago e indolenza del Theratos cela, infatti, un terrificante progetto di sterminio sociale, perseguito mediante le potenzialità ipnotiche delle reti televisive … Proprio come Jorge Luis Borges (L’attesa) e il ceco Egon Hostovský (Le vertige de minuit) si servirono della letteratura di spionaggio per rivestirla di valenze filosofiche, allo stesso modo il romanzo Dr. Mabuse, der Spieler (1921) di Norbert Jacques offrì a Chabrol il pretesto per sviluppare – non senza qualche reminiscenza dei racconti Istituto di bella morte (1963) di David Ely e Alle otto del mattino (1963) di Ray Nelson – una riflessione più ampia sull’illusoria armonia occultamente “applaudita” dai mezzi di comunicazione di massa sotto un regime autoritario (ancora presente, per quanto camuffato); su un quadro storico nebuloso, eticamente incerto, ancora lacerato da disuguaglianze sotterranee e nel quale le nuove architetture razionaliste sembrerebbero riflettere la definitiva cancellazione di ogni individualità o concreta particolarità delle singole culture. Da segnalare, a questo proposito, le scenografie di Dante Ferretti (Salò o le 120 giornate di Sodoma, Il nome della rosa, Le avventure del Barone di Münchausen) e Wolfgang Hundhammer (Vivi ma non uccidere, L’orologiaio) come anche l’uso altamente significativo nel commento musicale del brano Baba-Jaga, tratto dalla suite per pianoforte Quadri da un’esposizione (1874) di Musorgskij e rielaborato in chiave heavy metal dalla band germanica Mekong Delta: l’armamentario canonico televisivo ha dunque preso, a detta del regista, il posto della mitica strega slava, lusingandoci con sfarfallii luminosi e paciosi primi piani ma accrescendo, al tempo stesso, il nostro timore verso un tipo di oblio che ormai non ha più nulla da spartire con l’Ade pagano o l’Inferno cristiano ma è solo ed esclusivamente esaltazione del “finito”, per dirla in termini hegeliani, al cui avanzare non abbiamo alcun interesse a resistere poiché «il soggetto che assiste allo spettacolo del mondo ha tutto; gli manca soltanto un perché forte, incontrovertibile […], per scegliere qualche cosa di questo tutto. E finisce per trovarlo in una delle molte preparazioni alla morte che circolano sul mercato**»; perciò la scritta “Tod” (“morte”) capeggia sul citofono del club privato del Dr. M dove una torma di punk mima un catatonico sabba, corteggiando la “dolcezza narcotica” della fine.

Quando finirà mai la danza delle streghe che l’umanità mette in scena nei paesi capitalisti dall’inizio del diciannovesimo secolo?” scrisse il sociologo Werner Sombart. Proveremo a rispondere insieme venerdì 5 dicembre, ore 17:00, presso i locali dell’ACIT (Via Manin, 27; Tel. 0187/739625) che ospiteranno la visione della summenzionata pellicola di Claude Chabrol.

Ancora una volta ci auguriamo di cuore che il percorso tematico scelto possa suscitare non solo la curiosità del pubblico ma anche provocarlo con domande sottili, contribuendo alla sua formazione e alla sua crescita.

 

Buona Visione!

 

* Nota: E. M. Remarque Im Westen nichts Neues (Frankfurt / M, Berlin: Ullstein Verlag, 1986, pag. 21, 22).

** Nota: la citazione è tratta da Francesco Ingravalle Sulla dialettica della modernità in AA. VV. Il busto di Giano (Torino: Ed. Noctua, 2002, pag. 53).

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