Monterosso: le frane e quelle "griglie" che avrebbero dovuto sostenere il monte. La storia ci insegna qualcosa?

MONTEROSSO – L’allarme scatenato dalla frana di Monterosso riporta in primo piano il tema della cementificazione del territorio. Il territorio delle Cinque Terre continua a franare: non sono dunque serviti a nulla il disastro e i morti causati dall’alluvione del 2011?

Vedremo nei prossimi mesi se la nuova giunta saprà affrontare in maniera decisa il problema riportando il territorio al suo giusto equilibrio, rilanciando la cura e la manutenzione in luogo della cementificazione e dello sfruttamento selvaggio.

A noi tornano alla mente quelle famose griglie di contenimento che avrebbero dovuto sostenere il monte (!!!) e furono progettate e collocate anni fa, appositamente con questo scopo, nel territorio di Monterosso.

Miriam Rossignoli, fotografa e designer monterossina, le immortalò e segnalò al pubblico nella loro totale inutilità (e solenne bruttezza), nel suo libro “MonterossoAmare”, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni Giacché (libro che fu recensito addirittura dal New York Times ma che, evidentemente, i tecnici di casa nostra non hanno letto!)
Il libro si interrogava, tra l’altro, sulla responsabilità che abbiamo nei confronti dello splendido territorio delle Cinque Terre, patrimonio Unesco, e del modo in cui lo stiamo “mantenendo”…
Le foto del territorio brutalmente ferito, degli oggetti salvati dal fango si alternano, in quelle pagine, alle immagini che abbiamo dimenticato dell’alluvione del 1966.
Allora il monito servì, si aprì uno squarcio di verità: si era rotto un delicato equilibrio idrogeologico costruito a fatica dall’uomo col passare di secoli. Dalle pagine de l’“Unità” dell’epoca, riprodotte nel libro, leggiamo – con termini che oggi farebbero impallidire molti esponenti dell’attuale “sinistra” – di una terra “devastata da un’inconsulta e sfrenata politica di costruzioni di strade e speculazione edilizia” con precise accuse alle giunte Dc. Vi fu un aspro scontro politico con iniziative e convegni, richiesta di interventi dei parlamentari liguri del PCI con l’anticipazione di temi e disastri che si ripetono oggi a dimensione tanto maggiore. Cosicché, a quasi cinquant’anni di distanza, osserviamo di nuovo, nelle immagini del 2011, lo smarrimento nei volti degli abitanti, il silenzio e la desolazione e il buio della notte dopo l’alluvione.
Un tema difficile da affrontare, che le immagini asciutte e senza retorica di Miriam scandiscono in tre tempi: le alluvioni del ‘66 e del 2011, la ricostruzione post-alluvione.

E adesso?

Resta sul tappeto il nodo della cura del territorio, i coltivi che si raggiungono con fatica sul monte tra mille difficoltà, consapevoli del fatto che quel lavoro di cura è esso stesso vitale per la sopravvivenza dei borghi delle Cinque Terre.
Con un’economia tutta basata sullo sfruttamento turistico, chi coltiverà «le piane»? Mentre i borghi sono tornati al loro antico splendore, le campagne sono ridotte a un covo di rovi invase dai cinghiali, gli alberi malati non vengono rimpiazzati e i muretti, senza più nessuno che li curi, crollano.

La nostra ‘cattedrale’, – concludeva Miriam Rossignoli nel suo libro – il nostro museo a cielo aperto è il paesaggio, scolpito a fatica per opera dell’uomo. Questo, e i prodotti della nostra terra, sono il nostro bene da conservare. Tutto il resto è una semplice cornice.”

Un tema su cui agire al più presto. Prima che sia troppo tardi…

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