Salvare il Made in Italy, salvare la Ferrari

LA SPEZIA- Cosa succede in casa Ferrari? La Ferrari, la macchina più bella del mondo, quella che a mio parere rappresenta l’Italia migliore, rischia di diventare americana. Abbiamo perso la FIAT. Come è noto le multinazionali vengono in Italia a fare shopping. Leggiamo i numeri: dal 2008 al 2012 sono 437 le aziende italiane passate nelle mani di acquirenti stranieri: questo il dato più clamoroso del Rapporto ‘Outlet Italia. Dalla Cina al Qatar, dalla Corea all’India, il made in Italy oggi fa gola a molti più acquirenti. Siamo a livelli da furto legalizzato.
Ecco le ultime perdite.
Lusso, cibo, stile, motori. In una parola, made in Italy. In un ritorno al futuro recentissimo vengono in mente la Pernigotti di Novi Ligure e la Loro Piana di Quarona, Vercelli: la prima ceduta ai turchi di Toksoz dalla famiglia Averna e la seconda (l’80 per cento per due miliardi di euro) alla Lvmh-Louis Vuitton, che in Italia sembra aver trovato l’Eldorado. Sempre in Piemonte la Gancia è finita ai russi di Russkij Standart. Il settore alimentare, in particolare, è quello che sembra suscitare – al netto degli ultimi sviluppi su Telecom – le ambizioni degli investitori esteri: non serve scomodare la Perugina o la Buitoni, entrambe dal lontano 1988 controllate dal colosso svizzero Nestlè come molte altre aziende nostrane, perfino i salumi Fiorucci da un paio d’anni fanno capo alla spagnola Campofrio. In quel settore, secondo Coldiretti, dall’inizio della crisi abbiamo ceduto marchi storici per 10 miliardi di euro. Neanche il riso Scotti è più italiano al 100 per cento: il 25 è passato alla iberica Ebro Foods. Senza contare Algida, Bertolli o Santa Rosa, finiti alla britannica Unilever, o la Peroni, ormai sudafricana.
E ancora la Parmalat, dal 2011 controllata all’83 per cento dalla francese Lactalis – e nuovamente nel mirino dei giudici per la fumosa operazione Lag da 700 milioni di euro; alla Banca nazionale del lavoro, dal 2006 di proprietà dei cugini transalpini di Bnp-Paribas. E poi Bulgari, Gucci, Fendi, Ferré. Le più grandi e storiche griffe italiane decidono in realtà le loro nuove strategie in francese. O in arabo (Valentino, comprata l’anno scorso per 720 milioni dall’Emiro del Qatar), la Ducati: la casa di Borgo Panigale nel 2012 è diventata tedesca grazie agli 860 milioni di euro sborsati da Audi, gruppo Volkswagen. Infine la multinazionale svedese Electrolux si è portata a casa marchi come Rex, Zoppas, Zanussi e Molteni.
Conclusione? Siamo messi davvero male e il futuro che solo l’inizio del Paradiso di Renzi. Perdere le aziende vuol dire perdere il lavoro.Mobilitiamoci per fermare questa perdita di valore dell’Italia. Facciamo della Ferrari un caso simbolo. Impediamo la cessione delle Ferrari a società straniere.
Creiamo un Comitato pro Ferrari Italiana.

Mario Bonelli Attivista Movimento 5 Stelle Gruppo Amici di Beppe Grillo 11.

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