Casoni, commemorazione del rastrellamento dell'8 ottobre 1944

CALICE AL CORNOVIGLIO/ROCCHETTA VARA– In collaborazione con il Comitato unitario per la Resistenza e la Regione Liguria, i Comuni di Calice al Cornoviglio e di Rocchetta di Vara, mercoledì 8 ottobre 2014, commemorano il feroce rastrellamento dell’8 ottobre 1944, in occasione del 70° anniversario dell’avvenimento, presso il passo dei Casoni, dove i partigiani, guidati da Daniele Bucchioni, il Comandante Dany, respinsero eroicamente l’assalto nazifascista.
La campana della piccola Chiesa di S. Domenico ancora porta i segni dei combattimenti di quel giorno: è infatti trafitta dai proiettili sparati nella giornata dell’8 ottobre 2014.
In programma, alle ore 10.30: la posa di una corona in memoria dei caduti nei rastrellamenti del 3 agosto e dell’8 ottobre 1944; gli interventi dei Sindaci di Rocchetta di Vara e di Calice al Cornoviglio, una meditazione a cura di don Mario Perinetti, cappellano della Divisione “Centocroci” e l’orazione ufficiale a cura dell’Assessore regionale Enrico Giovanni Vesco.
L’alzabandiera sarà accompagnato dal canto dell’Inno di Mameli, a cura degli alunni della Scuola primaria di Rocchetta di Vara, al suon di una fisarmonica.
In conclusione, posa di un medaglione in bronzo raffigurante il Comandante Dany, opera dello scultore Pietro Ravecca.

Così, in un’intervista rilasciata all’Istituto Storico per Resistenza e la Storia contemporanea, il Comandante Dany rievocava l’8 ottobre 1944.
La mattina dell’8 ottobre quattromila uomini circondano il fosso di Calice. È facile circondarlo. […] Noi ci schieriamo nella zona di Bastia, Cucchero e Predavalle, insomma a protezione delle provenienze da Rocchetta Vara, e aspettiamo i tedeschi col solito sistema. Lì io avevo dubbio se resistere oppure mettere gli uomini in salvo, perché temevo che facessero rappresaglie contro le case. Mentre salivano, loro hanno incendiato le case coloniche di Predavalle, di Bocchignola, e allora abbiamo detto: “Bisogna fermarli” Abbiamo fatto il solito sistema di attenderli allo scoperto molto vicini e quindi li abbiamo attaccati. Li abbiamo respinti, hanno riattaccato, li abbiamo respinti, allora è arrivata una compagnia dalla zona di Beverone: io ho modificato lo schieramento che prima era lineare, con un plotone che ho messo di fianco e abbiamo respinti anche questo.
Poi è arrivata un’altra compagnia: era quella che avevano schierato tra Gambella e Usurana.
Però i tedeschi scendono: invece di seguire la linea del Cornoviglio e scendere su Villagrossa, vengono deviati e ci prendono dall’alto. In quel momento, io devo dire che quando guardando col binocolo ho visto i loro elmetti bruni e mi sono reso conto che ormai il cerchio si chiudeva, ho avuto la sensazione che il terreno mi mancasse di sotto i piedi. Allora ho chiamato immediatamente una pattuglia e ho fatto ripiegare gli uomini dall’alto. Dirigendo il fuoco di alcuni bren e mitragliatrici contro quella formazione, obbligandola quindi a disperdersi, onde permettermi di guadagnare quei cinque, dieci minuti per far ripiegare i reparti. I reparti ripiegavano dai lati. Finalmente è rimasto solo il nucleo centrale, dove ero io con i miei uomini: il gruppo comando. Combattiamo accanitamente con questi ragazzi, e poi dico: “Ripiegate che vi proteggo, col bren”. Con me si è voluto fermare Spezia, Girolamo che aveva la sorella e il bambino ospiti in casa mia perché il padre era stato ucciso dai tedeschi ad Arcola e la madre era in prigione. Ha voluto rimanere con me. Noi continuiamo a combattere in tutte le direzioni per proteggere i nostri compagni che ripiegavano. In un certo momento dico a Spezia: “Ripiega che ti proteggo” e lui mi fa: “No. È troppo tardi, se dobbiamo morire moriamo assieme”. Una raffica di fucile mitragliatore sparata lateralmente e prende d’infilata la nostra postazione. In quell’istante io stavo piegandomi per prendere un nuovo caricatore per il bren. I colpi sono passati sul suo torace, sulla sua testa e sopra la mia testa. Erano proiettili traccianti. Spezia si è accasciato sulla mia spalla.
Allora l’ho preso, l’ho messo fra due rocce: un gesto istintivo. L’ho messo fra due rocce perché non fosse ancora colpito mentre si sparava. Mi son tolto il nastrino tricolore, l’ho spillato sul petto e ho continuato questa battaglia. Io nella mia pistola avevo un proiettile in canna con incisa una croce: era il proiettile destinato a me perché ovviamente non volevo cadere né vivo né ferito in mano ai tedeschi.
Sparo col bren di Spezia, avevo tante bombe a mano che lanciavo in tutte le direzioni, tanto i miei uomini avevano raggiunto la salvezza. Un certo momento si alza una nuvola, come nebbia. Non so se l’hanno lanciata i tedeschi per serrare sotto senza essere visti e colpiti o se questa nebbia fosse provocata da una delle bombe nebbiogene che potevano essere tra le mie. Comunque appena si è levata questa nebbia, io non ero più visibile, sono scattato fuori, ho preso il bren, me lo sono messo a tracolla e come un capriolo, da un campo all’altro ho raggiunto i miei uomini.
[…] Scendendo i tedeschi hanno ucciso 4 contadini, due erano dei poveri infelici, minorati, che erano al pascolo delle loro bestie, altri due li hanno trovati nei campi sotto Santa Maria e li hanno fucilati. Però hanno abbandonato immediatamente il paese di Borseda, si sono fermati solo cinque minuti per buttare delle incendiarie nella mia casa e poi sono andati nel versante opposto.

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