"Dura pioggia cadrà" di Paolo Logli a Libriamoci: intervista all'autore

LA SPEZIAPaolo Logli, scrittore e sceneggiatore spezzino, presenterà in anteprima nella nostra città, nel corso della manifestazione Libriamoci, il suo ultimo romanzo “Dura pioggia cadrà”, edito da Castelvecchi Editore. La presentazione si svolgerà domenica 5 ottobre, alle ore 21, all’Urban Center. Lo abbiamo intervistato.

Il libro

Nella Roma dei nostri giorni – notturna e avvolta in misteri antichi come il Tempo – vive nascosto il druido Merlino. Come Artù, Lancelot e Parsifal, il mago è sopravvissuto alla caduta di Camelot, quando il sogno di fondare una nuova era di pace si era infranto sotto l’attacco dei tradimenti e della brama di potere. Il compito dei quattro eroi è proteggere Excalibur, la spada magica che può cambiare il corso della Storia, in attesa di trovare qualcuno degno d’impugnarla di nuovo. Condannati alla vita eterna, costretti a confrontarsi con le proprie debolezze, i quattro eroi però si sono persi: alcuni hanno lottato su fronti opposti, altri hanno dimenticato il senso della loro missione. Ma dopo sedici secoli una nuova minaccia incombe sul pianeta, e Merlino deve ritrovare i tre compagni per un’ultima, disperata impresa. Dalle mura di Castel Sant’Angelo alle strade di Dublino, dalle trincee della Grande Guerra all’orrore di Hiroshima, il noir si colora di sovrannaturale, la ricostruzione storica accoglie il crudo romanzo metropolitano, dando vita a un’originale e indimenticabile invenzione letteraria.

1)      Dura pioggia cadrà è ambientato nel presente, ma i personaggi appartengono al passato: perché questa scelta?
Intanto per un indubbio fascino del ciclo Bretone e di tutte le storie di Avalon, che leggo fin da piccolissimo. Ma soprattutto perché mi piaceva l’idea di prendere dei personaggi dell’immaginario collettivo, eroi senza macchia e senza paura, e metterli in scena in un presente di incertezza, nel quale anche i loro ideali di un tempo cominciano ad impallidire e nel quale loro stessi cominciano a vacillare.  Ho voluto raccontare dei cavalieri che hanno visto, in un’esistenza durata secoli, troppi secoli, sfiorire le loro certezze e il loro ideali, affogati dai dubbi e dall’imbarbarimento del mondo.  Merlino è stanco, non ha più voglia di cercare, comincia a convincersi che la sua missione non abbia senso e forse vorrebbe arrendersi e morire, ma non può. E’ evidente che in cifra sto parlando anche della crisi dei grandi ideali del Novecento, troppo spesso e troppo sbrigativamente assimilati alle ideologie, che invece sono una pastoia dalla quale liberarsi al più presto. Volevo inoltre raccontare quegli uomini del quarto secolo dopo Cristo pensando anche ai sogni e alle delusioni di una generazione, quella degli anni settanta, quindi la mia, che ha sperato di cambiare il mondo e che oggi vacilla sotto i colpi di una realtà troppo dura da modificare.

2)      Credi che ci sia qualcuno degno di impugnare Excalibur ai giorni nostri? Se sì, chi?
Non vedo tutti questi condottieri, in giro, meno che mai se parliamo dell’Italia. Anzi, per me è insopportabile vedere che ai valori e alla visione del mondo si siano a poco a poco sostituiti i dozzinali populismi, il pensiero debole e raffazzonato, la chiacchiera da bar e il tifo da stadio. Non sono cose per me, che frequento il dubbio metodico e che credo nel confronto di visioni del mondo diverse. Ma ci tengo a dire che anche i miei “eroi” di Camelot, così come li ho descritti, non sono affatto persone perfette, anzi, sono limitati, spesso meschini, di certo carichi di dubbi e di disillusione. Anche perché, nel corso di sedici secoli, si sono persi di vista e si sono spesso trovati a combattere su lati opposti della barricata.

3)      Come nascono i tuoi libri? Sei il tipico scrittore che scrive una certa quantità di righe al giorno oppure segui l’ispirazione?
Sono assolutamente uno scrittore che scrive ogni giorno, anche perché alla scrittura dei romanzi e del teatro alterno quella delle sceneggiature per il cinema e per la tv. Ho un mio studio, e ogni mattina esco di casa per andarci, faccio le mie otto, dieci ore, e in quelle ore scrivo. Non credo al “poeta” che sta seduto in silenzio fissando il vuoto nell’attesa di una ispirazione. Credo che narrare storie sia un lavoro da artigiani, che si impara, e che un’idea va sbozzata, lavorata, limata, con pazienza e con mestiere, prima di darle una forma definitiva e lasciarla andare per il mondo.

4)      La prima presentazione ufficiale di questo nuovo romanzo avverrà nella tua città natale, dalla quale vivi lontano da 35 anni. È casuale o è stata una scelta? C’è una particolare emozione?
E’ stato un caso, e ti posso dire che il destino ha uno strano senso dell’umorismo. L’invito a partecipare a Libriamoci mi è arrivato mentre ero intento all’editing finale del romanzo, e ancora non sapevo quando saremmo usciti. Ho accettato comunque, perchè ovviamente mi fa piacere tornare a Spezia, e solo dopo ho saputo che saremmo usciti col romanzo una settimana prima dell’incontro spezzino. Ma in realtà sono contento così, anche perché La Spezia è il primo luogo in cui ho letto pubblicamente stralci di “Dura pioggia cadrà”. Quest’estate, nel corso di una manifestazione a Cadimare, ho fatto un breve reading accompagnato da Renzo Cozzani che ha eseguito, tra le altre, anche “A Hard Rain gonna fall” il brano di Dylan dal quale ho rubato il titolo…

5)      Da cosa deriva il titolo del romanzo?
E’ appunto un omaggio a Dylan, ma ha una sua pertinenza. La ballata a cui mi riferisco infatti ha un sapore millenaristico, parla di una visione di distruzione che preannuncia la fine del mondo, parla di potenze magiche e di energie della terra in movimento. Io ho pensato che potesse descrivere il clima di questo romanzo, in cui fantasy, noir, visione millenaristica, rock e meditazione sugli ideali si incrociano e si mescolano, un po’ come nella canzone. Solo in seguito ho scoperto che Dylan a sua volta si era ispirato ad una ballata italiana del ‘600, che a sua volta rimandava a temi della tradizione bretone. Sono stato tentato di raccontare che lo sapevo prima e che l’omaggio a Dylan era una scelta colta, ma non è del tutto così…

6)      Sei anche sceneggiatore di successo. Preferisci scrivere film/fiction o scrivere romanzi?
Facile rispondere che ogni genere è una storia diversa. Scrivere romanzi mi appassiona molto, perché ci trovo una libertà maggiore, non tanto dal punto di vista ideologico, quanto dal punto di vista del linguaggio. Spesso in TV (anche se personalmente sono scettico su questa scelta, perché mi pare contenga una sfiducia di fondo verso il pubblico) ti viene richiesto di essere didascalico, esplicito, di spiegare tutti i passaggi… ovvio che mentre scrivi un romanzo sei più libero di andare per associazioni di idee, di non spiegare le immagini. Inoltre, amo molto il teatro, perché mi permette di giocare con le parole e coi suoni. In momenti diversi della vita, ho amato a turno ognuno dei generi che frequento.

7)      Prossimi progetti?
Per la narrativa, vediamo come il pubblico accoglie “Dura pioggia cadrà”. Potrebbe essere che cominci a pensare ad un seguito, anche se ho due romanzi “in coda”. Uno, che si intitola “Quevivagarcia” lo stesso titolo che ho messo al mio blog, è lo sviluppo di un racconto, “Gli occhi di Arabella” col quale ho vinto il premio noir della città di La Spezia 2 anni fa, ed è ancora in alto mare. Nel secondo, “Concerto per opossum”, che ho già terminato, torno invece a parlare di un tema che amo molto: un gruppo di ragazzini che suona rock, negli anni settanta…

8)      C’è chi sostiene che quando si scrive, si scrive sempre di sé. Sei d’accordo? Quanto metti di te nei tuoi romanzi?
Direi di sì, si scrive di sé. Non necessariamente del proprio vissuto, ma di certo del proprio modo di guardare al mondo, delle proprie domande, dei propri bisogni. E dei sogni. Di quelli ne ho ancora tanti.

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