Zio Vanja, un film di Antonio Salines

Tutta l’opera teatrale di Anton Cechov parte dalla constatazione che  “bisogna mettere in scena la vita reale. Quella in cui ben raramente ci si spara, ci si impicca, si fanno dichiarazioni d’amore e altrettanto raramente si dicono cose intelligenti. Per lo più si mangia, si beve, si bighellona, si dicono sciocchezze”. Zio Vanja di Antonio Salines è un film raffinato. Penso che se Anton Cechov avesse realizzato un film, avrebbe certamente scelto Salines. Nella semplicità di questa affermazione si riassume ogni commento in un film dove il senso del vero coinvolge costantemente lo spettatore, lo insegue, si impossessa dei suoi pensieri, fa scomparire il palcoscenico. Istintivamente si avvertono i personaggi in un contesto in cui gli attori provano sentimenti, non imitano, ma non perdono mai se stessi. E’ una recitazione intensa frutto di un lavoro lungo e di un’esperienza maturata nel tempo. Salines propone la consapevolezza catarchica dell’impotenza di fronte alla vita. Lo spettatore avverte la sensazione di non riuscire a inventarsi una vita diversa e si sente intorpidire nella meschinità della propria esistenza quotidiana. Resta prigioniero della mediocrità che lo circonda.  Avverte che la realtà che vive è mediocre, vuota, ma è come intorpidito. Non riesce a diventare padrone della propria vita, chiuso nella gabbia in cui si è rifugiato. Nulla di ciò che accade nei kolossal holliwoodiani, dove è un susseguirsi di azioni eclatanti che stordiscono lo spettatore, lo allontanano dal reale e gli impongono la frustrazione del ritorno al quotidiano.

La recitazione di Salines, fortemente legata alla miglior tradizione, rende appieno le sfumature del grigiore permanente e alienante della vita. Il fascino scenico è forte, lo spettatore si confonde nella vicenda dei protagonisti, con i quali inconsciamente si identifica, ma razionalmente disprezza. Salines con una regia minimale apre le porte dell’inconscio, rivoluziona la sensibilità scenica dell’attore superando la mera imitazione e la verità delle sensazioni. E’ bravissimo nel rendere la sconfitta dei protagonisti, l’accettazione passiva di un destino che non vogliono. Nella memoria emotiva dello spettatore affiora la sensazione della tristezza e della monotonia di una vita a cui non riesce a ribellarsi. Il motore psichico è una recitazione profonda in cui la parola trascende le leggi della logica e nella coerenza tempo-ritmo si soffre crudelmente l’immobilità della sconfitta e della rassegnazione. Ecco, in Zio Vanja di Salines il conflitto scrittore-regista si ricompone in una sintesi grammaticale perfetta, un’opera in cui si ritrova tutto il teatro del Novecento.

Decisamente significativa è l’immagine finale del film, in cui Salines, non zio Vanja si affaccia da un palazzo come per dire: E’ tutto vero. E’ proprio così.

(Daniele Ceccarini)

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