"Il giorno prima" – Intervista a PIERO ANGELA (29-07-2014)

Piero Angela, giornalista, scrittore, divulgatore scientifico e conduttore televisivo … vorremmo saperne di più riguardo al suo rapporto con il cinema. Quali film le piacevano quando era ragazzo? Ha mai pensato di scrivere una sceneggiatura o di ricoprire, comunque, un ruolo nell’ambito del cinema?

Non sono stato un grande frequentatore di sale cinematografiche. Da giovane ho amato molto “Miracolo a Milano” (visto più volte) e “Ladri di biciclette”. Ricordo che mi stupii che quest’ultimo avesse avuto così poco successo di pubblico: ma dopo un premio importante (in Belgio, se non sbaglio) tornò sugli schermi e fu un gran successo … Non avrei mai pensato di scrivere un giorno per il cinema.

Il giorno prima, pellicola del 1987 incentrata su un esperimento di convivenza all’interno di un bunker che sfocia in tragedia, è tutt’ora purtroppo poco nota oppure esaminata superficialmente da quella critica che si occupa della filmografia di Giuliano Montaldo e, più in generale, della cinematografia italiana degli anni Ottanta. Secondo lei per quale motivo alla sua uscita il film non ebbe in Italia il successo sperato? Può raccontarci come nacque il soggetto?

Franco Cristaldi, che conoscevo da tempo, fin dagli anni giovanili di Torino (e che era un mio grande estimatore), un giorno mi disse: “Perché non scrivi qualcosa per il cinema?”. Rimasi un po’ incerto, perché non avevo esperienza in questo campo, ma lui insistette. Mi misi al lavoro, quasi per curiosità, e ne vennero fuori due soggetti. All’epoca mi ero molto occupato di guerre nucleari, e avevo scritto una lunga prefazione al libro di Jonathan Schell “Il destino della terra”, un best seller che Mondadori aveva tradotto per l’Italia. In quella occasione mi ero documentato, tra l’altro, anche sulla questione dei rifugi anti-atomici (in paesi come la Svizzera e la Svezia ogni cittadino aveva a quel tempo un “posto-rifugio”, pubblico o privato).

Pensai quindi di scrivere un soggetto su questo argomento. Andai in Svizzera a parlare con il capo della Protezione Civile, e scoprii da vicino una realtà poco conosciuta: rifugi nucleari molto ben organizzati, alcuni addirittura con sale chirurgiche e persino prigioni … Tutto quello che è descritto nel film corrisponde alla reale struttura e all’organizzazione di un rifugio privato per 15-20 persone. Mi informai anche su eventuali collaudi già eseguiti: in effetti c’erano stati esperimenti di sopravvivenza, ma realizzati solo sul piano tecnico. Mi venne quindi l’idea di scrivere un film in cui l’esperimento fosse reale: cioè quello di mettere un gruppo di persone in una trappola, facendo loro credere di trovarsi veramente sotto attacco atomico, a causa di una testata nucleare che, improvvisamente per un errore, stava per colpire la loro città. Una situazione drammatica, che permettesse veramente di vedere cosa succedeva in quel gruppo, e dalla quale poteva uscire fuori il meglio e il peggio di ognuno. Si trattava di un esperimento condotto da uno psicologo, in accordo con una società tedesca che costruiva rifugi nucleari. Questa situazione avrebbe permesso di osservare (un po’ come in una gabbia di topi) i singoli comportamenti prima e dopo l’annuncio dell’attacco.

Consegnai quindi questo soggetto a Cristaldi, insieme a un altro, dicendogli: “Qui hai due soggetti: uno che piace a me e un altro che invece piacerà a te”. E infatti Cristaldi scelse quello del rifugio atomico. Anche l’altro (quello che io preferivo) riguardava il problema nucleare, ma visto in un modo completamente diverso. Cristaldi fu entusiasta (pensò persino di far entrare nel cast Marlon Brando). E altrettanto interessati al soggetto furono vari produttori stranieri. Gli dissi però: “Guarda, io non sono un dialoghista: per questo devi cercartene uno bravo. Io ho comunque scritto una prima sceneggiatura con dialoghi provvisori, per meglio articolare lo svolgimento dell’azione”. Infatti il soggetto che gli consegnai era anche una sceneggiatura, di 50 pagine.

Cominciò così una lunga serie di scritture e riscritture, in cui si alternarono ben 11 sceneggiatori, sempre con risultati non del tutto soddisfacenti, e comunque non migliorativi. Questo fu uno dei veri problemi di questo film, perché occorsero più di due anni per arrivare alla stesura finale, e ciò comportò un ritardo che si rivelò molto penalizzante per il film. Infatti io scrissi questo soggetto nell’83, in piena Guerra Fredda, all’epoca di Bréžnev: ma il film uscì nelle sale all’epoca di Gorbaciov, cioè quando l’Unione Sovietica si era dissolta, e il pericolo atomico USA-URSS era (fortunatamente) scomparso. Credo che questo abbia nuociuto tantissimo al film.

In qualità di soggettista e sceneggiatore che ricordo serba di quell’avventura cinematografica e come spettatore che impressione le ha fatto rivedere il film dopo anni?

Non l’ho mai più rivisto. Sono rimasto da allora con questa “ferita”, di un film completamente bruciato dall’attualità. Anche se rimane valido l’impianto generale: cioè una trappola (che in questo caso era un rifugio nucleare, ma che potrebbe essere oggi qualunque altra situazione) per osservare il comportamento umano in situazioni estreme.

Nell’intervista inclusa negli extra del DVD de Il giorno prima lei afferma che non si sarebbe mai aspettato quanto potesse essere complessa la stesura di un copione, dovendo tener conto delle forti esigenze del produttore, degli altri sceneggiatori e del regista stesso. Cosa avrebbe fatto all’epoca se la scrittura fosse dipesa totalmente da lei e cosa apporterebbe, oggi, di diverso?

Effettivamente mi resi rapidamente conto (ma lo sapevo, ovviamente, già prima di iniziare) che scrivere per il cinema era una cosa molto diversa. Quando scrivo i miei programmi televisivi (e a maggior ragione i miei libri) sono il solo “decisore”. Ottenuta la fiducia di un editore o di una Rete, non ho vincoli nello scegliere l’argomento da trattare e nel come farlo, scegliendo anche i collaboratori di fiducia. Nel cinema invece la macchina funziona in modo diverso. E infatti Cristaldi, parlando di questo problema, mi disse: “Se vuoi essere il Maestro a bordo devi fare quello che hanno fatto tanti sceneggiatori: diventare anche regista. Ancor meglio se diventi anche il produttore …”.

Tra il 1983 e il 1989 uscirono nelle sale diverse pellicole marchiate da un profondo terrore nei confronti di un’eventuale guerra “definitiva”. Pensiamo al celebre The Day After di Nicholas Meyer, a Quando soffia il vento di Jimmy Murakami fino al toccante Sacrificio di Andrej Tarkovskij, interpretato proprio da Erland Josephson … Lei e Giuliano Montaldo guardaste qualcuno dei suddetti film? Se sì, ne siete stati indirettamente influenzati?

Naturalmente in quel periodo vidi uscire (con molta sofferenza …) altri film che trattavano del problema nucleare, in particolare “The Day After”. Eravamo partiti per primi, e ci vedevamo “logorare” l’argomento …

La sceneggiatura del film di Montaldo porta anche la firma dello scrittore Brian Moore, autore del romanzo Cielo gelido nonché del soggetto de Il sipario strappato di Alfred Hitchcock, thriller di spionaggio ambientato, non a caso, a Berlino Est durante la Guerra Fredda. Quale ruolo ricoprì Moore nella fase di scrittura? Ritiene che il suo contributo sia stato determinante?

Brian Moore fu effettivamente il migliore di tutti. E finalmente il film poté essere realizzato. Molto onestamente devo comunque dire che la struttura rimase esattamente quella dell’inizio.

In molte delle puntate della serie “QUARK” veniva spesso sottolineato come nel mondo animale sia fondamentale il problema della conservazione della specie, per cui i comportamenti che noi giudicheremo crudeli risultano invece necessari in vista dello scopo suddetto. Nel film è possibile leggere tra le righe la stessa curiosità scientifica dalla quale sono mossi i suoi documentari? Non si tratta in fondo anche qui di un team di scienziati che osserva un gruppo di persone alle prese con il problema della sopravvivenza, pur con tutti i dilemmi morali che sorgono quando è l’uomo a far da “cavia”?

Certamente. Come dicevo all’inizio, era un esperimento “virtuale”, una trappola per osservare il comportamento umano. Naturalmente eravamo nella finzione: per capire i possibili comportamenti reali davanti a un tale problema di sopravvivenza, pensai di consultare uno psicologo sociale che aveva realizzato esperimenti di condizionamento con soggetti reali.

Dott. Angela, sappiamo che lei si recò a San Francisco per mostrare il copione a Philip Zimbardo, docente di psicologia nonché inventore di uno dei più famosi esperimenti realizzati nell’ambito della psicologia sociale: il test carcerario nei sotterranei della Stanford University. Quante delle conclusioni dedotte da Zimbardo durante le proprie ricerche sono presenti nel tratteggio dei personaggi del film? Ad esempio, mi ha molto colpito la sequenza della “votazione” (ovvero se si dovrà aprire oppure no la porta per far entrare la folla in preda al panico): il personaggio di Swanson (Erland Josephson) propone una scelta democratica finché è sicuro di avere dalla sua la maggioranza ma, appena si vede sconfitto, non esita ad impugnare le armi per imporsi! Altrettanto memorabile è il fatto che una parte del gruppo decida moralmente di aprire la porta del bunker per quanto, dal punto di vista logico, la decisione opposta sarebbe altrettanto comprensibile, anche se spietata … In tutto ciò, credo si possa intravedere un messaggio politico molto forte! Quali opinioni espresse il prof. Zimbardo non appena vide il risultato finale?

Conoscevo da tempo il professor Zimbardo (che fu poi anche Presidente degli psicologi americani), insieme avevamo realizzato alcuni programmi TV. Egli trovò il copione molto ben fatto e fu entusiasta nel collaborare. Mettemmo a punto alcuni aspetti che derivavano dalla sua esperienza, e disse che sarebbe stato un ottimo film per dibattiti universitari (cosa che poi effettivamente avvenne).

Naturalmente con Montaldo, una persona davvero eccezionale, fummo d’accordo nel dare alla narrazione questa linea: era uno scontro, a guardar bene, tra razionalità e sentimento, tra realismo e etica, ma anche egoismo e altruismo. In proposito avevo incontrato a quel tempo degli esperti, negli Stati Uniti, di un’Agenzia governativa che si occupava di gestione di crisi e di emergenze. Mi raccontarono un caso emblematico, che si erano trovati a dover affrontare qualche anno prima. Nelle regioni del Sahel (a sud del Sahara) si era verificata una terribile siccità, che aveva creato una situazione drammatica nelle popolazioni locali: niente raccolti, bestiame che moriva, mancanza d’acqua, e soprattutto carestie tra la gente. Molte centinaia di migliaia di persone erano a rischio di morire, se non arrivavano subito dei soccorsi.

Elaborarono rapidamente dei piani di intervento. Il più efficace, quello che avrebbe salvato più vite, consisteva in questo: poiché la regione colpita era molto vasta, sarebbe stato impossibile raggiungere contemporaneamente tutti i villaggi sparsi in tempo utile, poiché questo avrebbe richiesto una disponibilità di mezzi, di aiuti e di personale che non esisteva; era quindi più razionale concentrarsi sulle zone più raggiungibili e più popolate. Calcolarono che in questo modo si sarebbero salvate circa il 30% di vite in più. Questo però voleva dire decidere deliberatamente di escludere dagli aiuti le altre zone, e condannarle quindi a morte sicura.

Un piano del genere non era però presentabile. Decisero quindi di procedere nel modo meno efficace, ma più accettabile: inviare gli aiuti sul posto e salvare più gente possibile, senza escludere nessuno. É un po’ quello che farebbe un padre se i suoi 3 figli stessero annegando: non deciderebbe di salvarne uno solo, lasciando annegare deliberatamente gli altri … La scelta nel rifugio era un po’ quella. Quando a bussare alla porta erano pochi si poteva aprire, ma se erano oltre un centinaio il rifugio non avrebbe potuto fornire cibo e spazio per tutti. Questa scelta, però metteva in crisi certi valori e principi morali, ben radicati. In alcuni più che in altri. Secondo me questo era un aspetto sul quale lo spettatore (e la critica) avrebbero avuto occasione di riflettere e di dibattere. Voi avreste aperto?

Ci sono momenti nella vita in cui ci si può trovare di fronte a scelte di questo tipo. Nell’ultima guerra, per esempio, durante il periodo della Resistenza, ci furono persone che rischiarono la vita per fare scelte difficili. Anche per salvare persone in pericolo. Altri no. Questo vale, del resto, per le piccole cose quotidiane. Si sceglie, a volte, di stare dalla parte soccombente, per questioni di principio. Altri preferiscono invece badare più a se stessi.

Ad un certo punto si accenna allo scenario apocalittico in cui si troverebbero plausibilmente a vivere i superstiti di una guerra atomica e si avanza il dubbio se valga la pena di vivere in un contesto simile. Lei cosa ne pensa? Condivide l’affermazione del personaggio di Mike (Ben Gazzara): “Non c’è rifugio dalla bomba. Neanche all’interno del rifugio”?

Questa battuta non è mia, ma di Brian Moore. Non significa che i rifugi nucleari non siano utili (credo che ognuno di noi vorrebbe averne uno, se fosse lanciata una bomba atomica): significa naturalmente che possono esplodere all’interno altri tipi di conflitti, ma soprattutto che il rifugio non può salvare quello che la bomba distrugge: le vite, i beni, e anche gli individui, al loro interno.

E’ pertinente affermare che quell’esperienza estrema abbia fatto maturare in alcuni membri del gruppo la consapevolezza dell’ambivalenza “prometeica” della scienza, in quanto può essere finalizzata a migliorare la qualità della vita oppure volgersi contro di essa fino a distruggerla?

Questo è un problema di cui si discute da molto tempo. Quali che siano le posizioni individuali, c’è una realtà non aggirabile: lo sviluppo tecnologico mette a disposizione strumenti straordinari per vivere meglio e anche per uccidere meglio. É un meccanismo che nessuno riuscirà a fermare. Quello che si può tentare di fare è orientarlo nel migliore dei modi. E questo è un problema politico, economico e culturale, non scientifico.

Il giorno prima fu trasmesso dall’emittente televisiva HBO con un buon successo e venne proiettato, con l’introduzione dello stesso Philip Zimbardo e altri docenti, in molte università americane, dalla California fino a New York. Alcuni studenti produssero perfino degli elaborati sulle implicazioni psicologiche rintracciabili nel film. Queste relazioni scritte sono rimaste confinate in ambito universitario oppure alcune di esse sono stato pubblicate?

Non ne sono al corrente.

Un’ultima curiosità. La pellicola venne distribuita in tutto il mondo con il titolo “Control”, secondo noi più efficace ed inquietante rispetto a “Il giorno prima”. Chi fu a suggerire quest’ultimo? Lei preferisce l’uno o l’altro?

Io ero molto contrario al titolo “Il giorno prima”, perché era un richiamo, ovviamente, a “The Day After”, come se fosse stato un sottoprodotto, una sottomarca di quel film. Purtroppo prevalse l’aspetto “promozionale” con l’idea che chi aveva visto “The Day After” sarebbe stato incuriosito nel vedere il nostro. Anche Cecchi Gori padre (il distributore), dopo che lo vide, optò per “Il giorno prima”.

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