“Il giorno prima” di Giuliano Montaldo. Pensieri intorno a un film oscurato e al clima di un’epoca mai finita

Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza,
dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?
Prologo de “La rabbia” (1963)
di P. P. Pasolini & G. Guareschi.

Un serrato montaggio di deflagrazioni atomiche scende sull’iride come un’ombra oscura, minacciosa, perfino ricattatoria sotto certi aspetti. Relazioni occasionali, comodità, bramosie, grettezza, beni superflui … a questi falsi “modelli” di sviluppo non sembra esservi che uno sbocco: la Bomba, con i suoi pilastri di cenere e gas che si alzano verso il cielo e sembrano non fermarsi mai. Essi dimostrano definitivamente che l’Uomo dispone nelle sue mani di un nuovo potere, quello di cancellare completamente i propri simili dalla faccia del pianeta, riducendo quest’ultimo ad un tizzone annerito che naviga silenzioso nell’universo. Prima forse non era concepibile – si pensava che soltanto una divinità avrebbe potuto decretare la distruzione del mondo o addirittura la fine dell’intero cosmo – adesso, invece, può dirsi abbattuto il concetto di eternità, parlandone da un punto di vista laico; è fatalmente cambiato il nostro rapporto con la Trascendenza e con la stessa Natura la quale non sopperirebbe alle conseguenze delle nostre azioni …

Quelle appena rielaborate sono le lancinanti intuizioni sull’età moderna che ebbe Vincenzo Cerami rivedendo dopo anni La rabbia (1963) di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi, pellicola a metà strada tra il documentario e un flusso di annotazioni in forma poetica, con voci e immagini cariche ora di enfasi ora di sottile commozione. I due artisti, tuttavia, non furono i soli che si servirono della macchina-cinema per interrogarsi sull’incombente riarmo nucleare: erano passati dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ma guardando, ad esempio, Vivo nella paura (1955) di Akira Kurosawa era chiaro che il terrore dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki sarebbe rimasto per sempre scolpito nella memoria del popolo giapponese incarnato, in questo caso, dal fragile Nakajima (Toshiro Mifune) il quale, per paura di un altro micidiale attacco missilistico, progettava di costruire una struttura sotterranea di rifugio al Nord; nel violento Il giorno dopo la fine del mondo (1962) il divo britannico Ray Milland volle invece cristallizzare, aiutato da un suggestivo bianco e nero, le gesta di una famiglia scampata all’esplosione nucleare, allegoria dell’odierno Occidente che, pagato a caro prezzo i suoi programmi di sfruttamento, si ritrova a mimare i meccanismi tribali originari delle società primitive; contemporaneamente il cineasta russo Mikhail Romm, nel suo dramma Nove giorni in un anno (1962), celebrava con coerenza l’abnegazione di due giovani scienziati, Dimitrij e Il’ja, contaminati dalle radiazioni nel corso di un importante esperimento eppure mossi da una passione tale da poter affrontare la diagnosi ineluttabile del proprio male …

Ma è tra il 1983 e il 1989 che si rinsalda il terrore nei confronti di un potenziale conflitto atomico (e, nell’intimo, quello “mitico” riguardo all’estinzione del genere umano): attraversate da tale sentimento in modo ragguardevole, escono nelle sale diverse pellicole quali il celebre The Day After (1983) di Nicholas Meyer (che puntava sulla spettacolarità dell’aspetto catastrofico nonché la commistione di effetti speciali e filmati di repertorio), Quando soffia il vento (1986) di Jimmy Murakami (struggente film d’animazione focalizzato sull’ingenuità del cittadino comune che cerca sempre di trovare una ragione nella fiducia verso gli uomini di potere). Ancora, con Sacrificio (1986) il compianto maestro Andrej Tarkovskij consegnava ai posteri un provocatorio testamento spirituale nonché una delle pellicole più belle e importanti dell’anno, suggerendo che l’ordine sociale (osservabile) potrà continuare a riflettere l’ordine metafisico (non osservabile) solo se troveremo la forza di rinunciare, davanti a Dio, a tutto ciò che non è necessario ossia che neghi l’ordine originario, incontrovertibile, dell’esistente … un messaggio analogo viene da Se il sole non tornasse (1987) ispirato all’omonimo romanzo breve (1937) dello svizzero Charles-Ferdinand Ramuz e firmato dal regista Claude Goretta: Anzévui (il grande Charles Vanel), anziano erborista e taumaturgo, annuncia che il sole non sorgerà più sul suo villaggio. Una minaccia di oscurità eterna incombe quindi sulla piccola comunità montanara, cambiando poco a poco la condotta dei suoi abitanti. Alcuni si abbandonano al panico, altri, più giovani, si fanno beffe di Anzévui. Solo la dolce Isabelle oserà mettersi contro il fato decretato dal vecchio …

La distribuzione cinematografica italiana del decennio parve non considerare questa angoscia generale come una realtà fattuale e così molti dei film menzionati furono visti da una fascia purtroppo esigua della popolazione. Molti critici (e non solo loro) ricordano quegli anni come anni bruttissimi per il cinema, italiano o straniero. La televisione sembrava avere sempre più il monopolio dell’attenzione popolare. Le sale venivano disertate, non si facevano più dibattiti. Probabilmente esagererò ma a mio avviso, nel discontinuo panorama del cinema nostrano, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il poco noto Il giorno prima (1987) di Giuliano Montaldo (vedi foto) – indimenticato autore di Giordano Bruno, L’Agnese va a morire e il recente L’industriale – è forse l’esito più coraggioso e, in un certo senso, quello più genuinamente morale nonostante un’evidente serie di difetti causata da un estenuante processo di riscrittura del copione nonché dal nuovo assetto geopolitico del mondo (la caduta dell’Unione Sovietica) il quale ha influito non poco sulla ricezione delle tematiche esposte nel film.

Ideato e sceneggiato da Piero Angela (vedi foto), Il giorno prima racconta la tragica disavventura di quindici volontari provenienti da paesi diversi che accettano di partecipare ad un esperimento psicologico della durata di venti giorni, ambientato in un rifugio antiatomico a Francoforte. Nel gruppo si possono distinguere Swanson (Erland Josephson), un avido industriale svedese e sua moglie Laura (Cyrielle Claire); Mike Townsend (Ben Gazzara), un giornalista americano freddo e disincantato; Sarah (Kate Nelligan), una giovane attivista liberale inglese e il suo figlioletto; Matteo (Andrea Occhipinti), un ritrattista punk; i Bloch (Jean Benguigui, Andréa Ferréol, Lavinia Segurini), una famiglia di piccoli commercianti belgi; Hermann (Flavio Bucci), un impiegato postale che si diletta in giochi di prestigio; Saba (Zeudi Araya), seducente fotomodella eritrea, e Peterson (William Berger), un ingegnere civile. Come si può ben intuire, il fine ultimo dell’esperimento è quello di raccogliere il maggior numero di spunti utili sulla realtà della vita sotterranea, affinché la scienza futura impari a controllare meglio le reazioni di un essere umano costretto in uno spazio chiuso per un lungo periodo di tempo. Il tutto organizzato con la supervisione della dott.ssa Havemeyer (Ingrid Thulin) e di Herbert Monroe (Burt Lancaster), docente di fisica nucleare di fama mondiale. Nulla sembra turbare più di tanto la convivenza tra i partecipanti se non tacite discriminazioni sociali (la famiglia Bloch è guardata con sufficienza perché di fede ebraica), piccoli idilli inconfessati (il timido dott. Benoit [Alfredo Pea] si innamora di Saba) e dissapori di natura sessuale (Laura e l’adolescente Eva Bloch, lolita in erba, si contendono il bel tenebroso Matteo). Alcuni di essi cominciano ad avere nostalgia degli stimoli dell’ambiente esterno e sarebbero disposti perfino ad abbandonare il bunker (anche se questo significherebbe rinunciare ai diecimila dollari di premio che gli spettavano ad esperimento concluso) se non ché la radio e la TV annunciano l’imprevedibile: è scattato l’allarme nucleare. Da un secondo bollettino si apprende che il lancio accidentale di un missile sovietico, dotato di testate nucleari multiple, si rivolge verso ogni grande città d’Europa, compresa la stessa Francoforte in cui si trovano attualmente i protagonisti. Quando il bunker verrà assediato dalla folla in preda al panico, il test si trasformerà definitivamente in un incubo colossale …

Come è già stato inferito Il giorno prima presenta più di una pecca. La prestigiosa compagnia d’attori, ad esempio, deve vedersela con personaggi di carente spessore psicologico (maschere o “funzioni”, perlopiù) e, come afferma lo stesso Piero Angela, il soggetto della pellicola fu scritto nel 1983, in piena Guerra Fredda, ma il film uscì nelle sale durante la presidenza di Mikhail Gorbaciov e il rischio di una guerra nucleare con l’URSS non veniva più preso in considerazione seriamente. Il dibattito a riguardo era stato da tempo soppresso sicché lo scenario che si presentava agli occhi dello spettatore doveva avere un retrogusto quasi “fantascientifico”. Oggi, ventisette anni dopo, possiamo pure concentrarci sui meriti del film, riscoprendolo e rivalutandolo come si merita. Bisogna riconoscere che la tensione narrativa non cede quasi mai, i colpi di scena sono ben assestati, la musica – ossessiva e minimale – di Ennio Morricone (il quale riutilizza per l’occasione il brano Humanity, Part II, tratto dalla colonna sonora de La cosa [1982] di John Carpenter, e con esso fa capolino tutto ciò che rimanda alla condizione di isolamento dell’Uomo, la fobia per il diverso e il suo aver smarrito la certezza dell’identità) funziona e l’idea centrale (osservare l’altrui comportamento dall’alto, senza compassione, come un nugolo di cavie da laboratorio) non ha mai perso credibilità o efficacia nelle sue variazioni cinematografiche, basti pensare ai classici Prigionieri dell’oceano (1943) di Alfred Hitchcock,  L’angelo sterminatore (1962) di Luis Buñuel fino ai più recenti Cube (1997) di Vincenzo Natali, Das Experiment (2001) di Oliver Hirschbiegel e My Little Eye (2002) di Marc Evans.

In conclusione, credo sia importante segnalare una soluzione drammaturgica che suggella ulteriormente la notevole intelligenza dell’operazione filmica di Angela e Montaldo: avvicinandosi all’epilogo della vicenda la fotografia di Armando Nannuzzi coglie il volto dei protagonisti appena usciti dal rifugio; abbagliati dalla luce del sole, le loro espressioni si illuminano di una particolare commozione. Non solo è possibile scorgere in questo atteggiamento un’apertura verso una realtà “superiore” ma anche l’idea di rappresentazione della paura dell’Apocalisse che il cineasta genovese intendeva, forse, trasmettere al pubblico: non paura verso qualcosa di terribile che potrebbe accadere ma il panico “sottile” che qualcosa di benefico (luce naturale e non quella artificiale, aria pura e non quella condizionata, la comprensione, l’abbraccio e la vicinanza dei propri simili etc …) debba o non possa succedere più. Paura del non ritorno, dunque. Della non ripetizione, dell’interruzione del ciclo dell’esistenza, proprio come avviene nel citato romanzo Se il sole non tornasse di Ramuz.

Mi auguro di cuore che l’intervista a Piero Angela (di imminente pubblicazione), soggettista e sceneggiatore de Il giorno prima, possa chiarire i dubbi dei lettori e invogliarli alla visione del film.

Buona Estate a tutti!

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