La Spezia, passato e futuro: una lettera di Umberto Di Leo

LA SPEZIA– Nel dibattito politico-economico, chiamiamolo così, che attraversa La Spezia (specchio di quanto avviene in generale nel Paese) mi stupisce la palese assenza di due tempi verbali: il passato e il futuro. Tutti i discorsi della pseudo-classe dirigente che questa cittadina si ritrova suo malgrado sono infatti caratterizzati da una sorta di eterno presente, tanto immemore del passato quanto privo di prospettive future. Che si rifiuti di guardare al passato ad onor del vero non è poi così sorprendente: non c’è molta gloria nel passato spezzino, e della sua classe dirigente, flagellato dalle scelte suicide su ACAM, dallo scandalo di Pitelli-Ruffino e più in generale dei rifiuti, dall’ENEL, dal porto, dalle piazze (non solo Piazza Verdi, come dimenticare Piazza Cavour, Garibaldi etc.)  e solo per citare ifatti più macroscopici. Assai più stupefacente è, casomai, che oltre a non voler ricordare il passato, si tenda casomai a negarlo: oggi le stesse persone che avevano richiesto ed ottenuto il declassamento da SIN a SIR di Pitelli ne richiedono a gran voce il rientro (dopo neanche un anno!); sono gli stessi difensori del salvataggio di ACAM che adesso accettano supinamente lo spacchettamento modello Alitalia; idem per chi ostentava il modello di trasporto pubblico locale di Atc, salvo poi avviare la fusione di fatto con l’agonizzante azienda genovese. E che straparlano di una città a vocazione turistica mentre si prepara un titanico ampliamento del porto commerciale, senza trascurare la diportistica.
C’è spazio per tutto, dicono, e peccato che  questo tutto ci stia a malapena e fino ad un certo punto solo in realtà come Rotterdam e New York, dove tra l’altro esistono fasce di rispetto vere e quando si istituiscono tavoli di confronto questi partono davvero.
Una città a vocazione turistica con una perenne emergenza partenopea dei rifiuti e le principali vetrine cittadine (una su tutte, i Giardini Pubblici) tutt’altro che in buone condizioni non la si è mai vista, tra l’altro. Forse è meglio così, ignorare il passato aiuta a non doverci fare i conti, ma almeno si eviti di offendere l’intelligenza di chi conserva un minimo di memoria storica. Dicevo che mancavano due tempi verbali, vero? Se è comprensibile, ma non giustificabile, che chi ci amministra voglia evitare riferimenti al passato, questo rifiuto quasi patologico di guardare ad un futuro che non sia l’eterno ritorno dell’uguale è a dir poco letale. Da quanti anni stiamo a sentire le stesse ricette per il rilancio di una città in palese emorragia economica e demografica? Nuova edilizia, ampliamento del porto, turismo e, seguendo la moda degli ultimi tempi, recupero del territorio. Cambiano le facce, più
o meno, ma sempre gli stessi discorsi. La Spezia, una città in uno dei golfi più belli d’Italia, circondata da alcune delle più suggestive località marittime e con un meraviglioso entroterra storico, sta ancora a discutere di colate di cemento in un porto commerciale con lo stesso accanimento terapeutico con cui a Taranto si è stolidamente difesa l’Ilva: tutti a guardare le briciole di ricchezza e lavoro portate, senza pensare a quanta ricchezza e lavoro andava persa. Quanto lavoro il porto commerciale ha compromesso? Nel turismo, nella pesca, nell’attività balneare, nella diportistica, indotto incluso? il bilancio è in attivo? Ed il danno ambientale? Possibile che nel 2014 l’unico modello di sviluppo ruoti attorno ad una struttura che non da nessuna certezza nel medio-lungo periodo? Il commercio mondiale si sta contraendo, non solo per la crisi, ma anche e soprattutto perché la rivoluzione digitale sta riducendo la mole dei beni fisici e i costi, economici ed ambientali, del trasporto di massa di merci sono sempre più insostenibili. Perché nel dibattito questi fatti sono assenti? Possibile che nessuno contestualizzi i dati di crescita del porto (tra l’altro, a ben vedere, tutt’altro che clamorosi) con un calo
ciclico dei porti vicini ed un più generale calo della movimentazione? Possibile poi che si continui a parlare di nuova edilizia quando il calo demografico e la stretta creditizia stanno lasciando centinaia di immobili vuoti? Il panorama dello spezzino è sempre più simile ad un cimitero di costruzioni incomplete o abbandonate. Quanto territorio, e risorse, sono stati sprecati? Perché perseverare? Perché insistere sulla distribuzione di massa, quando palesemente non porta ricchezza anzi depaupera un territorio? Il motivo è uno solo: l’eterno presente piace a chi da questo presente trae, e conta di trarre ancora, profitto. Purtroppo per questi novelli lorsignori, però, così come non si possono cancellare dalla grammatica, passato e futuro non si possono cancellare dalla realtà.

Umberto Di Leo

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