Intervista a John Dufresne dalla Florida

SALO– Il personaggio di Bay Lettique, che appare fin dalla prima pagina di “No regrets, Coyote”, ha la stessa meravigliosa grazia risolutiva di Mandrake dei fumetti anni ’50 unita però a un’umanità empatica e ironica. Si tratta di un personaggio del tutto inventato o della somma di personaggi reali alla Get Shorty che lei ha occasione di incontrare e frequentare nel mondo disincantato e tropicale della Florida?
Amo la micromagia (genere di magia realizzato a poca distanza dal pubblico, normalmente seduti a una tavolo, ndr). La figura di Bay si basa principalmente su un uomo che ho incontrato anni fa in una piccola sala da poker a Winterhaven, in California. Un amico giocava a poker nella stanza accanto. Sua moglie ed io eravamo gli unici due nel bar. Il barista ci servì i nostri drink e poi iniziò a fare giochi di micromagia per noi. Era stupefacente. I trucchi che ha messo in scena per noi sono gli stessi a cui ricorre Bay nel romanzo. Mi chiese persino di pensare a una carta – non prenderla – solo immaginarla, e la individuò correttamente. Ancora non so come abbia fatto. Come dice Bay nel libro – è lì la magia. Non ricordo il suo nome, ma ricordo che era delle Hawai ed era un ex Marine. Quindi Bay è un insieme composito di questo tipo, di professionisti che incontri qui a Miami come Ricky Jay e Apollo Robbins, e di un fantastico mago locale, che risponde al singolare nome di Mio.

Il mix peculiare del suo stile ci pare in grado di coniugare l’andamento classico del noir Marlowiano e Leonardiano con passaggi di scrittura quasi sperimentali e riferimenti alla letteratura classica americana del sud e della campagna, al punto da inserire con leggerezza short stories fulminanti, spunti descrittivi realistici e paradossali senza perdere il filo di una suspence. Questo ardire dello scrittore è pienamente inteso dalla critica del mondo culturale e letterario americano?
La maggior parte dei critici ha mostrato di apprezzare ciò che sto facendo. Non è audacia da parte mia; è proprio il modo in cui mi piace scrivere. Le mie storie sono guidate dai personaggi, e quando ho deciso di cimentarmi nel genere poliziesco sapevo che trovare la soluzione di un caso sarebbe stata solo una parte del racconto. Credo che questo approccio, che non nasce con me, possa essere definito romanzo poliziesco letterario . Non potrei scrivere in altro modo. Penso che le persone che divorano romanzi criminali più tradizionali possano avere maggiori difficoltà con “Coyote” rispetto ad altre. Potrebbero trovare che non è un libro che si divora tutto d’un fiato. Potrebbero non gradire che occorra del tempo per riflettere su quelli che chiamate spunti paradossali.

Dal suo libro traspare una critica amara di molti aspetti della postmodernità e soprattutto del micidiale mix di welfare-affluenza-criminalità-corruzione che affligge la società democratica americana. Nello stesso tempo nel romanzo è evidente una grande compassione nei confronti dei marginali, soprattutto delle donne, sempre ancora oppresse, brutalizzate e strumentalizzate. Questo le deriva da un’effettiva pratica terapeutica? Ovvero che rapporto c’è nella vita fra il terapeuta Melville e lei?
Questo è interessante. Prima che diventassi uno scrittore, e prima che diventassi pittore edile, ho lavorato per un certo periodo in organizzazioni dei servizi sociali, una linea diretta per la prevenzione del suicidio, un centro giovanile, un programma per la prevenzione delle tossicodipendenze. Per cui ero in diretto contatto con la vita difficile che così tante persone sperimentano qui. Ho lavorato con molte persone che avevano perso la speranza e con altre che erano in preda a terribili disturbi emozionali. E non ho mai superato la sensazione che non facciamo abbastanza per prenderci cura dei meno fortunati. Non è popolare a dirsi, forse, almeno negli Stati Uniti ma il socialismo offre speranza ed è un sistema economico molto migliore e più equo del capitalismo sfrenato che abbiamo qui, che è palesemente criminale. Di fatto è socialismo per il ricco e capitalismo per il povero. Le grandi aziende sono persone, amano dire i politici, ma sono persone che non vanno in carcere se commettono crimini. E potrei continuare.

Nella vicenda di No regrets una normale e stupida violenza quotidiana ormai dilagante costituisce il fondale per il perpetuarsi e divenire norma e costume di una violenza mafiosa di malavita e ceti dirigenti corrotti. A cosa imputa una tale degenerazione materialista del costume democraticamente spiritualista americano?
Posso dire questo a proposito di violenza personale, violenza organizzata e violenza istituzionalizzata. Che sono la stessa cosa. Cechov ha detto da qualche parte che i peccati mortali sono un’aberrazione; sono i peccati veniali, quelli che commettiamo un centinaio di volte al giorno, che ci fanno diventare ciò che siamo. Tutti gli incidenti che sembrano così eccessivamente violenti e assurdi li ho letti sul quotidiano locale mentre scrivevo. La violenza viene a bussare alla porta ogni giorno. E cos’altro si può fare con una catastrofe se non farne arte – perché non puoi trovarci un senso.

Nell’episodio Alaska di No regrets, Melville, gentile e pacifista, per sopravvivere e non soccombere, è tirato per i capelli all’omicidio. Questa è un po’ una costante di molta narrativa americana in cui il protagonista onesto e idealista deve alla fine imparare a maneggiare un’arma e a difendersi.
Questa giustificazione della violenza arriva, quasi cristianamente, nel romanzo a spiegare la violenza dei russi mafiosi, dei poliziotti immersi nel clima malavitoso, degli avvocati troppo facilmente tentati dalla manipolazione della giustizia, a dare le chiavi per comprendere l’inevitabilità del male. L’America contemporanea quindi è rimasta quella del Far West o, affogata dal suo progresso e dalla sua ricchezza, è addirittura peggiorata?
Qui ci aggrappiamo a una mentalità da Wild West. Lo Spirito del Pioniere, tutte quelle sciocchezze sul diritto-a-portare-armi del secondo emendamento. Sto scrivendo a proposito delle stesse questioni nel secondo romanzo con Coyote, e uno degli amici di Wylie, mentre parlano del recente rapimento delle ragazze in Nigeria e del massacro di Santa Barbara, e così via, dice: “Non sono tutti uomini, ma sono sempre uomini” (it’s not all men but it’s always men).E poi hai idioti che dicono che il loro diritto ad avere pistole è superiore alla morte di qualsiasi numero di donne e bambini. Così viviamo ora, ed è davvero deprimente. Ho bisogno di un Martini, adesso.

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No regrets, coyote.

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