Getulio Poletti Calvino: lettera in risposta a Buren

LA SPEZIA– Invio una risposta alla lettera di Daniel Buren su La Nazione.

È dai tempi di Paxton – quindi 1850 circa- e del suo Crystal Palace, ma anche da ben prima, che si conosce l’architettura modulare ad accrescimento indefinito: ogni singola unità identica alla precedente si può aggiungere alla successiva, creando prospettive anche lunghissime, a perdita d’occhio, ripetendo sempre il medesimo motivo di base. In pratica fu la nascita del costruire contro l’edificare. La cosa per decenni andò avanti, silente e assodata, come tutte le novità aperte al peggioramento spregiudicato, accanto all’architettura più classica, l’una, la muratura, e l’altra, il metallo, a rincorrersi a vicenda per stile e impianti. Il solo vero vincolo, più che altro legato alla delicatezza del professionista, era di mettere insieme gli elementi con un certo qual gusto per l’ornato, in modo che non dessero l’idea di tunnel architettonico che opprime il cittadino quando cammina per gli spazi viari come una cavia che si avventura nei meandri di qualche gabbia da etologi. Consapevoli anche di tutto ciò -molto prima degli studi dell’impatto della forma sulla mente umana, prima della psicologia della Gestalt e via dicendo- i nostri vecchi decisero di porre, anche come soluzione di continuità, qualche quinta arborea, magari connessa all’identità territoriale: pini marittimi presso località di mare, essenze più resistenti al freddo nelle aree montane, latifoglie nelle pianure. Dunque non si trattava solo di “piante”, meri elementi di arredo che sarebbe poi facile ridurre, anzi, avvilire, ad aree del cosiddetto “verde urbano”. “Verde” non è un termine architettonico: è un colore. Trovo avvilente trattare un elemento vivo e identitario di un territorio, quale un albero, alla stregua di un cassonetto dei rifiuti, che si può rimuovere e ricollocare quasi dove si vuole. “Verde” è un colore: impersonale come una delle parti del discorso, non diversamente da verbi, avverbi, aggettivi, nomi, pronomi e via dicendo. E come tali, cioè addentellati burocratici, non come cosa viva, è sin troppo facile vengano trattati quegli elementi vegetativi che invece contribuiscono a rendere vivibile e anzi vivo l’ambiente cittadino.

C’è il “verde bandiera” e il “verde ramarro” e, da qualche anno in qua, un altro “verde”, detto “urbano“: aver fatto l’abitudine all’espressione non la rende però meno cruda quando vediamo in azione la mentalità che vi sottende.
Alla stregua d’una superficie meramente pigmentata, che si può ravvivare o eliminare come si appone o cancella uno scarabocchio su un foglio di carta o si cambia la tinta della facciata del cortile, così il trattamento degli alberi, cioè di viventi, quando sono ridotti al “verde urbano” in quella concezione discutibile che depersonalizza lo spazio pubblico riducendolo a mere occasioni di arredo per giustificare il drenaggio di fondi istituzionali che poi, sia chiaro, sono soltanto tasse differite per il cittadino.
La riduzione ecologica delle piante a purissime espressioni testuali e cromatiche -laddove invece costituiscono non di rado autentiche foreste urbane- permette anche l’eliminarle con un gesto di cancelleria, un incarico amministrativo, decadaverizzando l’atto fisico di soppressione effettuato con sega e pala meccanica su un organismo che invece cresce(rebbe) e viv(rebb)e pacificamente in città al pari di altri, con quell’attenzione minima che ogni vivente richiede e che quindi vien considerato più conveniente rimuovere che curare: in fondo, sembra trattarsi solo di eliminare un colore da un’area e risistemarlo in un’altra, piantumando magari varietà arboree di tipi che con la Liguria non hanno nulla a che vedere (anche con qualche essenza persino allergenica) così che le statistiche alla Trilussa sul rapporto tra cemento e aree “verdi” diano anche l’idea di quadrare se non addirittura di essere a saldo positivo.
Nel caso in foto, in cui il “verde” era quello di Piazza Verdi, la soluzione di continuità data dagli alberi impiantati sicuramente (vexata quaestio anche su ciò) oltre settant’anni fa, non aveva né l’intento né l’effetto di ostruire la visuale ovvero di svalorizzare le facciate dei palazzi attorno, bensì conferiva un senso percettivo di non sgradevole varietà nell’unità per chi quella piazza la vive come cittadino e non come studioso di storia dell’architettura che voglia esaminare il lavoro di un collega percependo come mero ingombro tutto ciò che cela allo sguardo terebrante del professionista il giudizio tecnico d’insieme sull’opera di un collega, invece di godersi, semplicemente, il luogo civico per eccellenza dell’incontro e dell’aggregazione, cioè la piazza con le sue vie, in cui i manufatti si inseriscono: si creavano, con gli alberi a dividere lo spazio, tante piazze minori quante erano le cesure nel setto alberato di Piazza Verdi. Ciascuna di esse interloquiva con le facciate retrostanti, sempre visibili ma come in filigrana, mentre il passante attraversava l’area senza convogliare lo sguardo sulla ripetitività delle palazzate altrimenti lunghe come una diga di cemento. Ed erano sempre gli alberi, a far da mediatore tra lo stile più moderno di Palazzo delle Poste, in tensione di chiasmo con quello più decorativo di Palazzo Boletto da una parte, mentre erano direttamente in dialogo Palazzo degli Studi Principe Umberto (“Il Costa”)/ Scuola Silvio Pellico dall’altra.
Adesso, invece, l’occhio sia di chi arriva dal lato Cattedrale sia di chi va dal lato Garibaldi, s’infila come in un imbuto prospettico formato dalle due paretate di palazzi in mezzo a quello che ora è ridotto ad uno stradone in attesa dei segnaposto da rotatoria – perché quello sono- che gli verranno fatti addosso.

Bèla Spèza.

Getulio Poletti Calvino

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.