La storia non si cambia: Genova e Spezia furono rivali per secoli.Intervento di Getulio Poletti

LA SPEZIA– Il 23 maggio presso il salone della Provincia è stato presentato un volume alquanto corposo, in due tomi, dal titolo “I signori da Passano/ Identità territoriale, grande politica e cultura europea nella storia di un’antica stirpe del levante ligure”. C’è da dire sin da subito che il lavoro, frutto di diversi apporti, tutti di alto profilo, non tradisce né titolo né aspettative: si presenta come onesto, utile e necessario riferimento per chi vuol conoscere i Da Passano (e anche qualcosa di più) e tale è effettivamente. Per capirlo, basta prendersi la briga di scorrere, persino con rapidità, la buona carta delle quasi mille pagine per avvedersene. La fitta selva di note e riferimenti puntualissimi a corredo di ogni affermazione, il percorso infaticabile e utile di quella ricerca che (oltre al cercare appassionato unisce una formazione remota negli studi di autori di chiara fama e sicura scuola, comunque citati) è stato effettuato sugli archivi nazionali e padronali, dunque disponibili al pubblico anche se non di pubblico dominio e rese così fruibili in forma provabile, ragionata e riproducibile -dunque scientifica nel senso più proprio del termine, parla per i vari Petti Balbi, Olgiati, Lercaro, Martelli, e Giordano, ma non solo, che vi hanno operato.
Da qui l’interesse per il prezioso materiale, quasi tutto inedito, presentato peraltro con una finezza di coordinazione dei dati e una consapevolezza nel comporli, tutt’altro che comune e che non può far sfuggire il pur cospicuo prodotto editoriale, che unisce in una felice coincidenza competenze elevate e materiale prezioso a disposizione degli studiosi ed appassionati sia di territorio sia del lavoro d’archivio. Unica pecca, semmai, la mancanza, per un testo tanto scrupoloso, di un indice analitico di precisione pari alla serietà del lavoro svolto.

A questo punto vorrete scusarmi, ma fermerei la recensione per iniziare con le mie considerazioni.
Proprio per via di tanta precisione, occorre ricordare il pericolo, peraltro solo rasentato nel caso presente, insito in questo genere di fatiche: intendo la fallacia archivistica. Si fa presto a dire “storia”: si dice storia in molti sensi. La medesima parola -lo sappiamo da tempo cronologico e da tempi editoriali remoti, da ben prima di Vico, anzi, da prima di Giordano Bruno – in forma di termine tripartito – causa viraggi d’impiego letterario ormai consolidatisi in una pragmatica secolare: intendo la parola “storia”, “la storia” e “le storie” che delineano un orizzonte tripartito nel quale si stagliano molte cose. Tutte problematiche. Niente dilemmi, ma molti problemi. Tale ambiguità, comunque mai equivoca, non è poi troppo dissimile a quella tra ragione, la ragione (con l’articolo determinativo) e le ragioni. La predichetta, la finirei qui, ma chi vuol capire ha capito da che parte sto.
Tornando a noi, lo storico ha e deve -o dovrebbe voler avere- competenze archivistiche. E di numismatica, e di grammatiche, e di logica e di geologia, e di demografia, e di editoria dei secoli passati e contemporanea …
Tuttavia, la consapevolezza dello storico risiede in qualcosa che pur sudate carte, terre di scavo e laboratori non possono conferire neppure a riprodurle in formato di pubblico dominio: il senso storico. Come il suono non risiede solo nella vibrazione acustica ma anche e soprattutto nel percepirla e rispondervi in modo indovinato -perché non c’è un modo adeguato vale a dire dovuto, perché non v’è alcunché di dovuto, nell’interessarsi di identità, quando essa si rivela davvero tale e non la solita fonte di patine culturali a rivendicazioni varie- così la fonte archivistica e il lavoro finale dello storico. Nello specifico, un esempio di come la sintassi della cartapecora possa, passando per la pragmatica, fornirci una sorta di aberrazione storica, un errore semantico, che uno storico non dovrebbe commettere. I Da Passano conservano archivi piuttosto accurati, da professionisti, non da nobili, per via di un privilegio concesso loro da Genova: quello di poter nominare i podestà che volevano nelle proprie terre. Un privilegio da feudatari veri e propri, non da mero patriziato con la solita esenzione da balzelli vari, che si riducevano ai balzelli sui beni alimentari, in quei tempi di scambi che dire ridotti sarebbe eufemismo. Tale possibilità permise loro di avere archivi gestiti da lavoratori, la gioia per gli storici, autentiche camere del tempo per le vicende che narrano. Tuttavia, proprio lo sciame di storie rischia di avvelenare la storia da tare non indifferenti. Ad esempio, esaminando gli archivi dei Da Passano sembrerebbe quasi, e purtroppo viene detto esplicitamente (vedi pp. 94- 97), che non ci sarebbe stata rivalità storica tra Genova e i territori dello spezzino, ma anzi una sorta di proficuo scambio e interrelazione tra la Repubblica e le terre della losanga che va da Sestri/Levanto sino a Carpena e oltre. La fallacia archivistica, di chi può permettersi di riempire carta(pecora, a volte) e conservarla, sicuramente era dalla parte di chi era allineato con Genova e poteva permettersi il lusso di creare una memoria per il proprio mo(n)do. Tuttavia, se storico è chi supera le carte senza eluderle, la condotta di Genova verso lo spezzino era tutt’altro che di amicizia o comunque di “non- rivalità”: dovrei stravolgere la nozione di amico o di “non- rivale”, fare la teologia dei trattini, per poterlo sostenere. Un amico o comunque un “non- rivale” non interdice il golfo ai commerci per 400 (diconsi “quattrocento”!) anni, tanto per limitarmi ad un fatto innegabile. E, semmai, il commercio fu minimamente possibile proprio e soltanto quando il patriziato locale decise di trovare nei Savoia un nuovo alleato per emanciparsi da “un’amicizia” che, essendo basata sull’opportunità proficua, si rivela non esser mai stata tale: come il peperoncino, appena germogliato e per qualche tempo, somiglia in tutto e per tutto ad una piantina di pomodoro, prima di rivelarsi per quello che fu sin dapprincipio.

Genova fu, è e sarà la Superba. Lo spezzino fu, è e sarà sempre il luogo della selvatichezza indomita, inconsapevole della propria ancestrale recalcitranza -quasi una condizione dell’anima più che un’area geografica- dai tempi delle deportazioni romane, e null’altro possiamo o dobbiamo aspettarci da lei. Una specie di monito. Ed è già molto.

Getulio Poletti

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