La Palazzina di Caccia di Stupinigi: delizia, splendore, ma…

Corona delle Delizie. Con questa definizione, che richiama all’immaginazione scene di piacere ed eleganza, si indicano le residenze di Casa Savoia realizzate tra Cinquecento e Settecento a Torino e nei suoi dintorni.

Luoghi destinati allo svago e al divertimento dei duchi e della corte, ma anche strumento raffinato per trasmettere visivamente e materialmente la magnificenza di Casa Savoia: da Villa della Regina e il Castello del Valentino, immersi in vigne ed eleganti giardini e dimore predilette di duchesse, principesse e regine, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e alla Reggia di Venaria, maestosi complessi barocchi, nati come residenze di caccia e di piacere, e molti altri.

Una magnificenza architettonica che ha superato i secoli e si è meritata l’iscrizione alla Lista del patrimonio Mondiale Unesco nel 1997.

Luoghi affascinanti che hanno fatto parte della mia infanzia. Non era insolito passeggiare davanti a una di queste meravigliose architetture per caso oppure organizzare una gita domenicale fuori porta per visitarle.

Sopraffatta da un momento di malinconia (che mi fa capire che sto invecchiando inesorabilmente) ho deciso di tornare e vedere come sono cambiati, dopo lavori di restauro durati diversi anni.

La scelta è caduta sulla Palazzina di Caccia di Stupinigi, a pochi chilometri da Torino, progettata da Filippo Juvarra per soddisfare Vittorio Amedeo II e la sua passione per gli svaghi della caccia. Come recita il sito web ‘fu dimora prediletta dai Savoia per grandiose feste e solenni matrimoni, oltre che residenza di Napoleone all’inizio dell’Ottocento’.  Insomma, grandi aspettative dopo cotanta descrizione! E invece…

Quello che mi si è presentato davanti agli occhi è una residenza già stanca dopo pochi anni dalla riapertura.  La palazzina è senza alcun dubbio maestosa e non ha niente da invidiare alle sue coetanee mitteleuropee, ma gli interni sono ‘muti’. I mobili preziosi, le chinoiseries, i capolavori di ebanistica e artigianato provenienti dalle residenze sabaude sembrano lì per caso, come se qualcuno le avesse dimenticate nelle stanze. Gli scarni cartellini sono pieni di nomi di artisti, principi e duchi sconosciuti ai più. In compenso non mancano le descrizioni precise delle varie fasi di restauro e l’autocelebrazione della Sovrintendenza e delle fondazioni che hanno contribuito alla realizzazione dei lavori. Questo va bene, ma non è sufficiente per una residenza che ha visto tante storie svolgersi nelle sue stanze. Soprattutto credo che un bene culturale, che fa parte del patrimonio nazionale e internazionale, dovrebbe essere accessibile a tutti e non limitarsi a soddisfare l’ego di pochi accademici. Diana, dea della caccia, storcerebbe il naso vedendo come viene trattato il territorio un tempo dedicato alla sua arte!

La vita della corte sabauda trascorreva tra svaghi e cerimonie, tra intrighi e passioni. Le decorazioni delle sale ci mostrano cavalieri eccitati dalle attività venatorie e dame che li seguono con più pudore. Ma chi erano? Come si svolgeva una tipica giornata dedicata alla caccia? Cosa facevano le dame nell’attesa? E quali erano le prelibatezze cucinate dai cuochi? Come ci si preparava all’arrivo della corte?

La vita di corte era un teatro, ognuno aveva il suo ruolo preciso. Perché non riportare in vita questo mondo sfavillante?

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