“Il teatro laboratorio di Grotowski” di Raymonde Temkine: recensione di Daniele Ceccarini

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Il teatro laboratorio di Grotowski” di Raymonde Temkine è un libro di fondamentale importanza nella storia del teatro moderno. Il proposito dell’autrice è di “rendere più accessibile un’attività insolita che spesso sconcerta e nel contempo affascina; si ha la sensazione che dietro la porta di cui non si possiedono le chiavi vi sia la stanza del tesoro” e il tesoro è il teatro tutto particolare di Grotowski. Il metodo di Grotowski, spiega l’autrice, consiste “nell’eliminare gradualmente tutto ciò che è superfluo, scoprire che il teatro può esistere senza trucco, costumi e scenografie appositi, senza uno spazio scenico separato (il palcoscenico), senza gli effetti di luce e suono, etc.”.

Grotowski, spiega Raymonde Temkine, ha rivoluzionato il teatro, partendo dall’intuizione che “il teatro non può esistere senza la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta”, perché “il teatro è la sintesi di disparate discipline creative: la letteratura, la scultura, la pittura, l’architettura, l’illuminazione, la recitazione“. Grotowski pone al centro della sua ricerca l’attore con il suo corpo e la sua voce senza aiuti, mettendo da parte i costumi e gli allestimenti scenici e su questa la premessa elabora il progetto del teatro povero, in cui la preoccupazione fondamentale è il rapporto dell’attore con il pubblico. Raymonde riconosce che Grotowski deve molto a Stanislawskij e a Mejerchold, ma che si tratta “dell’influenza tipica che esercitano i modelli, perché in realtà la formazione di Grotowski fa sì che egli si appoggi su idee –forza, facendone gli strumenti di investigazione e di una ricerca personale, spinta fino agli estremi baluardi della logica in esse implicita”. In effetti, se si legge “Il lavoro dell’attore” tenendo presente l’esperienza di Grotowski si rimane colpiti dal legame fra questi uomini di teatro.

Particolarmente interessante il giudizio di Grotowski su Brecht e Artoud, richiamato dall’Autrice “Brecht ha inventato la verfremdung per obbligare i tedeschi a un po’ di umorismo: antidoto alla loro tendenza al misticismo, mentre Artoud predicando la crudeltà ha tentato di far saltare le difesa cartesiane dei francesi. Insomma uno ha posto delle dighe, mentre l’altro ha rotto le barriere del disgelo; entrambi per il bene supremo del teatro”. Più complesso il rapporto tra Grotowski e il Living. Raymonde Temkine, che conosceva bene entrambi, ritiene che “unire Grotowski al Living nella stessa ammirazione e nella stessa riprovazione sia diventata la manifestazione più importante di conformismi”. In proposito, richiama il giudizio di Malina secondo la quale “siamo rimasti stupiti nel constatare che la strada parallela seguita da noi ha pochissimi punti di contatto con quella di Grotowski”. Secondo Raymonde “nel Living c’è una tribù mentre in Grotowski una équipe, l’ideologia ha la precedenza nel Living e la tecnica invece del teatro laboratorio di Grotowski”. Questo ha comportato, secondo l’Autrice che “il Living è un fenomeno umano e sociale significativo di grande importanza”, mentre Grotowski è “un uomo di teatro che sta spingendo le sue ricerche in zone lontanissime (anzi, le più lontane da Stanisslavskij”. Raymonde giunge così alla conclusione che “Beck distrugge ed è appunto questo che gli sembra positivo, mentre Grotowski elabora passando spesso per iconoclasta. Beck si esprime con lo scatenamento mentre Grotowski tutto è padronanza e controllo delle forze più incontrollabili dell’essere”. Oggi, lezione di Grotowski ha influenzato il teatro italiano in particolare Leo De Bernardinis, Roberto Latini e Andrea Rossetti. Un libro straordinariamente interessante e ricco di riflessioni per chi ama il teatro.

Raymonde Temkine ha insegnato letteratura francese e successivamente ha svolto intensa attività come critico teatrale. Ha lavorato per vari giornali e riviste: Combat, La pensée, Revolution, La Quinzaine Litteràire di Maurice Nadeau, Actoeurs di Pierre Laville e ha collaborato con l‘Enciclopedia Britannica. In particolare, ha studiato il teatro-laboratorio di Jerzy Grotowski. Autrice di molte pubblicazione, ha scritto tra l’altro: Grotowski et le living; Grotowski, Le maitre d’oeuvre; Un’esperienza teatrale in Polonia; Benvenuti al teatro d’avanguardia.

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