Si muore (anche dentro) quando si è soli

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande“. Questa è una citazione di Giovanni Falcone. La morte a cui il giudice ucciso da Cosa Nostra e dallo Stato nel 1992 è ovviamente quella reale, fisica. Ma una persona (giudice, magistrato, semplice cittadino) può essere “ammazzata” anche in altri modi: con l’isolamento, la solitudine, la delegittimazione. Ne sono vittime tutti quegli uomini e quelle donne che, a vario titolo, si mettono contro qualcosa di più grande di loro, che sia una criminalità “alla luce” come le grosse organizzazioni mafiose italiane (tipo Cosa Nostra), o che sia una criminalità più strisciante, più nascosta, che ormai è diventata sistema, grazie alle connivenze coi poteri più forti. Per colpa di una società, di uno Stato che non riesce più a tutelare il singolo individuo che combatte.

Ci sono persone che decidono di denunciare e si trovano a loro volta invischiate in problemi con la Giustizia, delegittimate, accusa, allontanate, sottoposte a processi mediatici e popolari prima che nelle aule di Tribunale, magari sbattute come “mostri” in prima pagina. L’isolamento e la solitudine possono portare alla disperazione, alla “morte interiore“. Pensiamo sempre che queste cose accadano “agli altri“, ma questo lo pensavano anche “gli altri“, tutti coloro che da un giorno all’altro sono precipitati in un incubo.

Per uccidere una persona, non è necessario spararle, o farla saltare in aria col tritolo. Si può morire anche dentro, ma solo se si viene lasciati soli.

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