Patrimonio culturale: onore o onere?

Alcune settimane fa, la Regione Toscana ha annunciato la decisione di stanziare un importante finanziamento per il restauro dell’Abbazia di Badia Pozzeveri, punto di grande interesse nel tratto della Via Francigena tra Altopascio e San Gimignano, con l’obiettivo di implementare la già ricca offerta turistica toscana.

La storia di questa abbazia camaldolese dedicata a San Pietro ha origini antichissime. Fondata nel X secolo, divenne tappa dei pellegrini che percorrevano la Via Francigena, un insieme di strade che dall’Inghilterra, attraversando la Francia, portava a Roma. Durante il Medioevo, il pellegrinaggio a Roma per visitare la tomba di San Pietro era una delle peregrinationes maiores che un buon cristiano doveva svolgere almeno una volta nella vita, insieme a quello a Gerusalemme e a Santiago de Compostela. In quell’epoca l’Italia era perciò continuamente attraversata da pellegrini provenienti da tutta Europa.

Dopo un lungo periodo di abbandono, la fortuna dell’abbazia ha ricominciato a brillare grazie a una campagna di scavi archeologici che ha riportato alla luce reperti di varia natura, compresi molti scheletri e reperti umani. Questo ritrovamento ha permesso di realizzare un excursus su mille anni di malattie, con eccezionali riflessi scientifici, tanto da meritare un approfondimento sulla rivista americana Science.

L’importanza di valorizzare un luogo così prezioso sia dal punto di vista storico che scientifico, sia a livello nazionale che internazionale, sembrerebbe quindi indiscutibile. Allo stesso modo sembrerebbe ovvio ribadire la necessità di sviluppare il percorso turistico-spirituale della Via Francigena, seguendo l’esempio del Camino de Compostela.

Eppure, tra le innumerevoli manifestazioni di apprezzamento verso la decisione presa dalla Regione Toscana, ci sono stati alcuni – fortunatamente pochi – commenti negativi riguardanti l’uso di fondi pubblici per la valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale. Molti si chiedono se non sia più giusto, in questo momento di crisi che sembra non avere fine, incanalare le risorse finanziarie nella sanità, nel lavoro e nell’istruzione, piuttosto che in settori secondari come la cultura.

Domanda più che lecita, soprattutto se consideriamo gli innumerevoli casi di cattiva gestione che ci vengono presentati ormai quotidianamente. Le istituzioni hanno quindi il dovere di rendere trasparente il loro operato, mostrando ai cittadini quali sono le politiche scelte, come vengono investiti i fondi destinati alla cultura, con quali risultati e quali sono le ricadute positive sulla nostra società.

Tale problematica non riguarda soltanto l’Italia; altri paesi europei, come la Gran Bretagna e l’Olanda, hanno dovuto affrontarla e hanno capito che l’unica soluzione è di aprirsi ai cittadini. Vari musei, tra i quali il British Museum, la Tate Gallery e il Victoria and Albert Museum di Londra, e il Rijksmuseum di Amsterdam, stanno partecipando all’OpenGlam, una rete globale formata da musei, archivi, biblioteche che promuove l’accesso libero e gratuito al patrimonio culturale digitalizzato. In questa maniera le persone interessate possono entrare virtualmente nelle diverse istituzioni per capire come queste lavorino a favore delle comunità di cui fanno parte.

I primi segni di apertura verso questo movimento, che ha come fine quello di rendere accessibile la cultura per vederla finalmente utile e utilizzata, si riscontrano anche da noi.

Il 22 febbraio scorso, la Fondazione Torino Musei (formata da Palazzo Madama, la Galleria d’Arte Moderna, il Museo d’Arte Orientale e il Borgo Medievale) ha partecipato all’OpenData Day, giornata internazionale dedicata alla libera circolazione dei dati e della trasparenza. Per la prima volta in Italia, un’istituzione ha aperto l’accesso ai dati ponendo come obiettivi principali trasparenza e creazione di valore. I partecipanti hanno potuto consultare immagini delle opere, informazioni su restauri e prestiti oltre che analizzare i dati sull’affluenza, sull’utilizzo dei social network e delle tecnologie.

Com’è stato dichiarato dagli organizzatori dell’evento, questa è stata un’occasione preziosa ‘non solo per garantire l’accesso e riutilizzo delle informazioni, ma anche – e soprattutto – per lanciare un’azione di vera e propria fertilizzazione culturale basata sulla condivisione e la circolazione delle conoscenze’. Una possibilità per far capire ai cittadini che il patrimonio culturale c’è ed è utilizzabile, che non si tratta di un fardello che ci è stato lasciato dal passato, bensì di un catalizzatore di creatività per il presente e ancora di più per il futuro.

Come ha spesso sostenuto lo storico dell’arte Salvatore Settis ‘la questione dei costi per la conservazione e la salvaguardia del patrimonio culturale è spesso trattata oggi separandola da quella della sua funzione’. Questo provoca l’incomprensione per cui si tende a dare per scontato che il patrimonio culturale sia un mero peso sul budget dello Stato e non che possa divenire ‘una riserva di energia per i cittadini e per le Nazioni’.

Soppesare il valore della cultura basandosi semplicemente su calcoli della spesa pubblica e concorrenza di mercato ci darebbe una prospettiva eccessivamente limitata. Il riconoscimento del valore intrinseco del patrimonio culturale, concepito come elemento fondamentale nell’elaborazione di una strategia sociale destinata a formare e rafforzare l’identità culturale, i legami di solidarietà, il senso di appartenenza – condizioni necessarie di ogni società strutturata – affonda le sue radici nel passato e non a caso l’Italia è stata la prima a integrare la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale nei principi fondamentali della sua Costituzione.

Per convincere anche i più scettici del valore della cultura, basta ricordare che gli economisti riconoscono con sempre maggiore chiarezza che un’efficiente sistema di gestione dei beni culturali è oggi un fattore non trascurabile di produttività.

Se si vogliono cambiare i punti di vista negativi è tuttavia necessaria una maggior apertura e trasparenza da parte delle istituzioni destinate alla conservazione, tutela e promozione del patrimonio culturale. Solo partendo dalla formazione di una coscienza comune e condivisa sarà possibile portare avanti con l’appoggio dei cittadini una politica di sviluppo economico e sociale che riconosca il ruolo basilare della valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale nazionale.

 

http://www.palazzomadamatorino.it/mostra.php?id_evento=215

http://openglam.org/

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