Daniele Virgilio, un archi/poeta racconta le periferie

La marginalità, la disarmonia che siamo soliti attribuire alle periferie urbane non è il tema del bel libro di Daniele Virgilio, architetto e dottore di ricerca in tecnica urbanistica, In questo luogo distante. Quaderno di una periferia. Da profondo conoscitore e studioso delle tracce suburbane e delle conurbazioni (specie quelle del nostro territorio spezzino) Virgilio scova piuttosto, significati poetici e rimandi letterari per questi territori in degrado a un passo della città che solo un occhio inesperto, ovvero un occhio che non guarda “ad altezza d’uomo” non coglie. E ne restituisce senso e dignità, invitando a “pensare diversamente la periferia”. E così, con una sistematizzazione catalogatoria più filosofica che catastale, Virgilio ci invita a una “deriva situazionista” verso aree vicine ma lontanissime,  con un percorso dove siamo guidati solo da segni inequivocabili: contraddizioni edilizie e geografie sociali, resistenza al definitivo assoggettamento industriale, forme abitative ibride, confinanti con aree a continuo rischio ambientale, persistenze agricole commuoventi in aree fagocitate da capannoni. “La periferia è la città mancata: non è pensabile colmarne di progetti la dismisura, le crepe, i vuoti”.

Alla periferia della Spezia Virgilio ha dedicato uno studio decennale che noi, da studiosi d’arte e fotografi, abbiamo potuto usufruire durante una manifestazione della Provincia da me coordinata (Luoghi Comuni: giovani artisti raccontano la periferia): in quell’occasione (2000) Virgilio accompagnò Jacopo Benassi, Enrico Amici Roberto Buratta Sara Fregoso Lorenzo D’Anteo e molti altri artisti per una ricognizione nell’area di Melara e Limone e in quell’occasione furono scattate fotografie, poi stampate in grande formato e riproposte nei tabelloni di Piazza del Mercato. Un’azione artistica seguita passo dopo passo, da quella che è considerata la massima teorica dei “non luoghi” fotografici, la studiosa Viviana Gravano.

Quello studio, all’epoca appena iniziato confluisce nel libro con una straordinaria dovizia di particolari, raccontando il paesaggio con ciminiera Enel, i piazzali di cemento, l’ammasso di container, le discariche che nascondono veleni, ovvero come li elenca Virgilio: “Frammenti di campagna interclusi nel tessuto urbano,  spazi aperti senza forma, senza uso, abusati, deformati. Accatastamenti, accumuli, abbandoni, villette, villette, villette.Tapparelle, alluminio, araucaria, parabola, ceramica,  pomodori, plastica, rovi, gesso. Il bar, l’insegna luminosa. Il marciapiede”

Pur citando i riferimenti bibliografici d’obbligo in questi casi (da Marc Augé, teorico dei “non luoghi”a Stefano Boeri, L’Anticittà“) Daniele Virgilio non scrive un libro di sociologia urbana e si mantiene libero di raccontare la sua visione della periferia anche attraverso filosofi, antropologi, persino artisti e studiosi di religione e mescola insieme, senza soluzione di continuità, Pasolini e Tarkowsky,Mircea Eliade e Daisaku Ikeda, La Cecla e Samuel Beckett.

Un libro importante per ripensare all’idea di “città” e di “confine”.

Naturalmente una domanda è d’obbligo e il dubbio è lecito. Daniele Virgilio lavora per il Comune della Spezia, settore urbanistico: come mai non è stato affidato a lui, architetto raffinato e colto, attento alle dinamiche trasformative della città, acuto osservatore delle relazioni disgiuntive tra i paesaggi, e per giunta interno alla amministrazione, il progetto di riqualificazione per Piazza Verdi?

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