Crisi economica: le cause secondo Sandro Barsanti

Riguardo alla crisi che attraversa l’Italia e alle possibili soluzioni, riceviamo e pubblichiamo un contributo da Sandro Barsanti.

Proviamo a essere più chiari riguardo alle cause della grave crisi che affligge l’Italia per cercare delle soluzioni.
a) Gli interessi passivi sul debito pubblico (90 miliardi l’anno), uno sbilancio con l’estero prolungato negli anni, il deterioramento per invecchiamento delle infrastrutture e degli impianti, le spese belliche e le calamità naturali sono le voci che causano la perdita di ricchezza della nazione.
b) L’estrazione di materie prime e la produzione industriale nel settore privato sono le voci che accrescono la ricchezza.

Il debito pubblico che genera gli interessi passivi è creato dalla spesa dello Stato e cresce senza sosta, ha raggiunto ad oggi la ragguardevole cifra di 2100 miliardi.
Da circa 30 anni le voci di cui al punto a) (ricchezza CONSUMATA dagli italiani) superano ampiamente quelle di cui al punto b) (ricchezza CREATA) con una sensibile accelerazione nell’ultimo decennio.

Fatta questa semplice osservazione macroeconomica, è stupefacente che ci siano ancora dei soggetti in politica (non saprei come definirli, ma pensavo alla parola criminali) che sostengono che bisogna aumentare la spesa dello Stato per rilanciare l’economia, altri (che definirei ladri) ritengono in aggiunta che questo fine vada perseguito con una fantomatica redistribuzione della ricchezza ovvero sequestrare ulteriori risorse a quelle categorie che con il loro lavoro hanno contribuito maggiormente a creare la ricchezza del paese per distribuirla a quelli che la consumano (geniale!!!).

Ancor più grave è il fatto che nessuno sembri averlo ancora capito nell’opinione pubblica come se 300 imprenditori suicidi, 30.000 imprese fallite e 1.000.000 di posti di lavoro persi non siano sufficienti a spiegare il meccanismo.
Sono tutti preoccupati però del fatto che lo Stato debba garantire welfare e servizi (chissà poi perché solo lo Stato), senza contare che il nostro modello di welfare, per ogni 100 euro sottratti al settore produttivo con le imposte ne distribuisce, a dire tanto, solo 20 ai legittimi destinatari essendo gli altri 80 euro sprecati nella gestione della mostruosa macchina burocratica.
Qualcuno chiama tutto questo “diritti sociali” ed “equità“.

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