I musei italiani? “Bradipi tecnologici”.

Ieri è uscito un articolo su La Stampa, pagine culturali che riferisce una drammatica situazione di arretratezza tecnologica dei musei italiani. Ma a che serve, si chiedono i più, la tecnologia in un museo quando hai delle collezioni di pittura, un gabinetto di stampe antiche, sculture o una gipsoteca? Qua sta l’equivoco che governa un Paese dove i beni culturali sono spesso amministrati da storici e curatori  ad alto tasso di competenze storico artistiche (perché abbiamo le scuole di formazione migliori del mondo nel campo della storia dell’arte) ma con un basso livello di studi legati all’information technology (e al marketing…). Certo è che la società informazionale richiede una nuova impostazione, pena è rimanere il fanalino di coda del mercato.

Come unire musei e new media e con quali finalità? L’articolo parla di scarsa capacità di comunicazione (i network aiutano molto in questo senso) e di pochi musei italiani che possono vantare profili social, indirizzi twitter e social mailing… La riflessione è giusta ma l’articolo si limita a individuare nelle tecnologie una funzione “immediata” legata alla autopromozione, alla visibilità oggi possibile a livello globale con la rete e non individua un possibile “appeal” che può derivare da un uso non solo immediato ma mediato (qua uso la distinzione che ne fa Maldonado: un uso legato ai contenuti e non alla prassi usuale).

L’esempio viene dalla tecnologia oggi più in voga: la “realtà aumentata”. Termine che sembra essere fantascienza ma per chi frequenta un minimo l’orizzonte delle innovazioni tecnologiche sa che è già una prassi concreta messa in opera da marchi, usata per eventi urbani e spazi pubblici, sperimentata da artisti e -udite udite- usata anche per rinnovare la concezione di “museo”.

Cos’è la realtà aumentata? In parole povere è una “realtà” che si sovrappone -attraverso dispositivi semplici come uno smartphone o un Ipad- in forma di immagini tridimensionali, di informazioni video o fotografiche interattivamente e in tempo reale, alla “realtà” che vediamo con i nostri occhi. Un tempo si chiamava “realtà virtuale” e bisognava indossare occhiali e visore stereoscopici. Oggi il procedimento è cambiato, e i dispositivi “leggono” alcuni elementi “paper marker, QR code” e offrono a chi vede una aggiunta di informazioni sull’oggetto stesso. SI perché la direzione più attuale è quella dell’identità digitale degli oggetti che ci circondano (altrimenti definito con un curioso ossimoro “internet delle cose”) e quella della tridimensionalità (la pubblicità e il cinema hanno compreso molto bene questo trend). Concepire un oggetto come stratificato di notizie, informazioni, significa predisporlo a una quantità di usi diversi.

Ma come applicarlo ai beni culturali? All’epoca della realtà virtuale (curiosamente “superata”) esistevano i “virtual tour” che permettevano di fare viaggi nel passato, ricostruendo strati di storia di un luogo (per esempio: Piazza Dei Miracoli) da effettuarsi con INternet (ma la banda larga era ancora un sogno), oggi sostituiti da immagini in cui l’interazione con l’utente diventa fondamentale. Quindi, attraverso un sistema di geolocalizzazione, un applicativo mostra dell’area in cui siamo, tutte le informazioni invisibili. Per esempio, possiamo attraversare una strada di Londra e trovarsi nella stessa strada quale era nell’Ottocento, fare un’esperienza immersiva molto coinvolgente. Siamo già nella “città liquida” di Bauman dove le informazioni viaggiano in una sottorealtà che dobbiamo cogliere, catturare e fare nostra. Le superfici delle gigantesche architetture mondiali oggi sono concepiti come “Media buildings” fornitori di ogni informazione necessaria sul contenuto del palazzo stesso,con i negozi che mostrano “cataloghi immateriali” dell’intera collezione del loro brand senza metterla in vetrina.

Per i Musei basta citare un esempio importante: il museo STEDELIJK di Amsterdam che ha realizzato il progetto ARtours in cui la collezione storica, depositata in spazi non fruibili viene tradotta in realtà aumentata e offerta al pubblico in forma di visione con dispositivi, incrementando la possibilità di mostre dell’istituzione stessa.

Per cui, sicuramente i Musei italiani sono “bradipi tecnologici” nel comunicare ma sono vere formiche nel progettare con le tecnologie spazi per il contemporaneo; la tecnologia sarà sempre più il valore aggiunto e chi si è già attrezzato per il futuro resisterà alla crisi Gli altri rimarranno a guardare.

 

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