Lettera al direttore di Roberto Bertonati

Gent.mo direttore,

Ho sempre pensato che l’informazione, per essere qualificata, debba essere massimamente improntata a criteri di correttezza, imparzialità e oggettività e, in quest’ottica, il giornalista, chiamato a ricoprire il delicato ruolo di intermediatore intellettuale tra i fatti e i potenziali lettori, abbia il compito di operare una chiara distinzione, sotto il profilo della narrazione, tra avvenimenti e opinioni personali. Gli uni, quando oggettivamente riscontrati, afferiscono alla sfera della diffusione della conoscenza, gli altri, finalizzati come sono all’apertura di un contraddittorio o di un dibattito, dovrebbero fungere da stimolo alla formazione dell’opinione pubblica.

Altra cosa è la mistificazione, la distorsione dei fatti o la strumentalizzazione degli avvenimenti finalizzata a rafforzare la propria verità molto spesso considerata come verità assoluta ed incontrovertibile. Altra cosa ancora è la pubblicazione di notizie non verificate, il ricorso al “si dice”, l’utilizzo di frasi ad effetto e il ricorso ai falsi scoop a scapito della dignità e della riservatezza perché, in tal caso, gli estensori, più che giornalisti, sembrano essere giornalai, categoria, quest’ultima, già ampiamente presente nella stampa locale e che, certo, non necessita di essere rimpinguata.

Nell’ormai stucchevole vicenda di Piazza Verdi, rispetto alla quale “La Spezia Oggi” continua ad essere cassa di risonanza monofonica, mi sembra si possano individuare dei chiari esempi di ciò che una testata giornalistica, a mio avviso, non dovrebbe contemplare. Naturalmente è più che legittimo schierarsi, prendere posizione e dare voce alle opinioni unilateralmente espresse, un po’ meno confondere i pareri personali, le argomentazioni o le interpretazioni soggettive con le notizie perché, in tal caso, si entra facilmente nel terreno della disinformazione, per niente tacere sui fatti quando questi siano scomodi o, quanto meno, non coerenti con l’assunto, perché, in tal caso, si entra nel terreno della censura o, meglio, dell’informazione censurata.

E, quindi, passino i pezzi di cronisti in lacrime di fronte al ramo tagliato del povero oleandro, quelli degli uccellini rimasti senza casa, delle palme di nome Miriam o quello della signora Margherita, passino i funamboli in bicicletta o gli illuminati critici d’arte che giustamente definiscono quello attuale un corso dimenticando la toponomastica e il fatto che il progetto mira proprio al recupero di quella dimensione di piazza che l’esistente non luogo non ha, passi che si dia ampio risalto alle firme raccolte a sostegno delle proprie idee e nulla si dica della petizione sul fronte opposto che pure annovera i più prestigiosi nomi dell’arte e dell’architettura mondiale (da Kapoor a Kounellis passando per Cattelan, O.Gehry, Corà etc.), passi che non sia stato pubblicata la street view del progetto, passino gli scherni e la derisione profusi indiscriminatamente verso pubblici funzionari, politici, artisti e architetti salvo poi stizzirsi di fronte alla definizione di essere retrodati, passi che si taccia delle sonore bocciature ricevute in tema di VIA, di tutela paesaggistica, di VAS, di rilevanza archeologica delle supposte straordinarie arenarie policrome rivelatesi in realtà delle banalissime piastrelle in pasta di cemento di edilizia popolare, passi che si dia voce agli interessi privati di operatori commerciali ritenuti evidentemente superiori rispetto a quelli collettivi che stanno dietro la realizzazione di una qualsiasi opera pubblica, passi la retorica sulle gravi violazioni di legge commesse dal Comune nel non aver adempiuto alla verifica di cui all’art.12 del Codice dei beni culturali non evidenziando, di contro, che in assenza di tale verifica i beni immobili appartenenti ad un ente pubblico e realizzati da più di 70 anni sono vincolati de iure e tali sono stati considerati dalla Sovrintendenza nella originaria autorizzazione all’esecuzione dei lavori, passi che si taccia del fatto che la verifica di cui sopra risponde, da un lato, ad un’esigenza di catalogazione – ora attraverso schede informatiche – dei beni culturali perseguita dal legislatore fin dal 1939 e scarsamente adempiuta non solo dal nostro ma dalla quasi totalità dei Comuni italiani, dall’altro, all’ assai meno nobile scopo di trasferire al patrimonio disponibile e, quindi, assoggettabile a libera vendita, i beni pubblici aventi un’età inferiore ai 70 anni (o non riconosciuti di interesse storico culturale), passi che si accusi il Comune di questa grave inadempienza richiedendo dimissioni in massa per i politici, licenziamenti e financo la galera per i funzionari senza evidenziare che, a proposito di inadempimenti ad obblighi di legge, quel Regolamento del Ministero dei Beni culturali che, ai sensi del 2° comma dello stesso art. 12, avrebbe dovuto individuare “gli indirizzi di carattere generale al fine di assicurare uniformità di valutazione”, dopo 10 anni dall’entrata in vigore del Codice non mi risulta sia stato mai emanato, passi ancora il cantare vittoria di fronte ad una decisione ripensata – a seguito di carte bollate ed esposti – da parte della Sovrintendenza il cui operato, atti alla mano, non è certo esemplare per coerenza, uniformità e rigore, e il cantare vittoria di fronte a possibili finanziamenti persi, possibili lavori non realizzati e spese che il Comune dovrà affrontare come se il Comune fosse altro da noi il che, volgarmente parlando, mi ricorda la storia del tipo che si era tagliato i coglioni per fare dispetto alla moglie, non passi, però, il fuorviante uso del termine illegalità come sinonimo di illegittimità anche se gli ambiti giuridici che i due termini richiamano sono totalmente differenti, l’uno attiene al diritto penale l’altro al diritto amministrativo. Ed è proprio questo il motivo per cui mi sono deciso a scriverti e che chiama in causa la correttezza dell’informazione e, credo, la deontologia professionale del giornalista. Mi spiego: quello che non può passare, in una testata giornalistica che si rispetti, è il silenzio su un fatto o, più specificamente, su un atto di fondamentale importanza quale il decreto di archiviazione degli esposti presentati alla Procura del Tribunale della Spezia. Non una parola è stata riportata né, tanto meno, si è avuta l’onestà di pubblicare il testo integrale di quell’atto. Quegli esposti non sono costati praticamente nulla a chi li ha presentati né a voi che li avete enfatizzati. Le accuse e le violazioni di legge ipotizzate, le illegalità appunto, oltre ad apparire prima facie assurde, ridondanti e del tutto infondate a me che non sono certo un esperto ma un semplice laureato in Giurisprudenza, hanno rivelato, fin da subito, un accanimento fuori misura e un’irragionevolezza che trascende i limiti della mia personale comprensione.

Quando, però, a seguito di quelle accuse si muovono interi apparati istituzionali e risorse pubbliche vengono destinate allo svolgimento di indagini che si concludono con una richiesta di archiviazione da parte della Procura e un decreto di archiviazione da parte del GIP, di quegli atti “La Spezia Oggi”, essendo stata cassa di risonanza di quelle accuse molto spesso condite, come se già non fosse abbastanza, da offese e denigrazioni veramente eccessive, avrebbe dovuto dare integrale pubblicazione. E invece non lo ha fatto. Io li ho letti e ti invito a farlo anche tu perché, aldilà di quelli che saranno gli esiti della vicenda sul piano della giustizia amministrativa, danno la misura del dispendio di energie profuse che, francamente, avrebbero potuto essere destinate a questioni ben più rilevanti per la collettività tutta, ed evidenziano, sul piano dei contenuti, l’iter seguito nello svolgimento delle indagini e, sul piano formale, pongono inequivocabilmente la parola fine – con intere frasi scritte in grassetto e con l’uso frequente delle sottolineature – su una supposta rilevanza penale di comportamenti del tutto irrilevanti.

Alla luce della censura anzidetta fa specie che due termini che ricorrono frequentemente negli articoli da voi pubblicati siano disinformazione (naturalmente riferita ai cittadini che non condividono le ragioni del no) e arroganza (riferita al Sindaco). Considerato ciò che ho sopra espresso in fatto di disinformazione e accettando che il termine arroganza derivi dal latino giuridico ad rogare cioè richiedere o attribuirsi ciò che non spetterebbe, visto, inoltre, che ancora non ho chiaro in base a quale titolo di legittimazione il comitato continui a parlare a nome della città,  mi sembra di trovarmi di fronte ad esempi di proiezione psicologica o, forse più semplicemente, sono indotto a pensare che il comitato si comporti quale “comitato del no se non sono io a decidere diversamente perché io sono l’unico depositario della verità assoluta” e, se così fosse, a rafforzare il personale convincimento di non condivisione delle ragioni del no, già espresse in un mio contributo pubblicato sulla tua testata.

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