Seminario di lettura filmica “Georg Wilhelm Pabst. La Virtù e il Male”

A volte il linguaggio del Cinema Muto si ripresenta ai nostri occhi, come un genitore disperso da tempo e ad un tratto … ritrovato. E’ forte il timore che possa abbandonarci di nuovo ma ben presto questa possibilità si rivela infondata: in un articolo pubblicato tre anni fa paragonai un probabile impatto del pubblico contemporaneo verso i capolavori dell’Era del Muto a quello di un adolescente scettico e prepotente mentre sfoglia un vecchio libro illustrato per l’infanzia nel quale gli spazi, le tinte, le espressioni dei volti e le stesse posture dei corpi erano già depositari di un senso definito, senza che le didascalie costituissero un veicolo indispensabile per la fruizione del messaggio. Sapere, allora, di voler riacquistare un affinità “originaria” con la sala cinematografica! Poterne rievocare, incitare, ricreare il medesimo schema di puerile commozione (l’aumento delle sale di film in 3D è un chiarissimo segnale di questo rimpianto)! Ora potrei spingermi oltre poiché sono convinto che il pubblico menzionato sentirà sempre meno il bisogno di correre dietro a dialoghi ammiccanti e neppure terrà più conto dei sentimenti cosiddetti “ufficiali” o di consolidati luoghi comuni che, come fastidiosi intercalari, fanno puntualmente capolino dai copioni. Essere solo in grado di “guardare”, tornare solamente a “sentire”. Basterà quindi rivedere Joan the Woman (1916) di Cecil B. de Mille per “sentirsi” cristiani osservanti (e magari restar tali ancora per una mezz’ora, un pomeriggio, un’intera serata) oppure giocare con i deliziosi corti di Georges Mèliés e intuire infine, in mezzo a belle aliene e sfarfallii di stelle, quale sia l’ultima vera dimora del genere umano …

Ma se è la liberazione dal Male ciò che desideriamo sopra ogni cosa è alla filmografia di Georg Wilhelm Pabst (1885-1967) che dovremo rivolgerci. Ne avremo bisogno più di quanto non si creda. Il maestro nativo di Raudnitz ha, infatti, dialogato spesso con “romanzi senza qualità” – per usare una definizione di Carlo Bordoni – traendone capolavori sulla “tirannica fatalità della carne” (L. L. Ghirardini) come nessun altro cineasta della sua generazione è riuscito a fare. I primi vagiti di un approccio affabile ai drammi mondani potrebbero essere individuati nell’opera di Oskar Messter (1886-1943) – si guardi La felicità amorosa di una cieca (1910), con Henny Porten – oppure in una pellicola secondaria del movimento “Kammerspiel” quale fu Vanina (1922) di Arthur Von Gerlach ma è con Pabst che tale criterio raggiunge una forma compiuta: facendo una panoramica sui titoli più interessanti del maestro possiamo, dunque, vedere accanto a decorose incursioni nei grandi autori della letteratura mondiale (Frank Wedekind, Miguel De Cervantes, Pierre Benoît) alcune intense interpretazioni di romanzi popolari scritti da Hugo Bettauer (1872-1925), Margarethe Böhme (1867-1939), Il’ja Ėrenburg (1891-1967), Oscar-Paul Gilbert (1898-1972).

Le soluzioni del ceco Pabst per rielaborare le situazioni topiche del romanzo d’appendice saranno il centro nevralgico del seminario di lettura filmica intitolato “G. W. Pabst. La Virtù e il Male”, curato da Giordano Giannini, promosso dall’ A.C.I.T. (Deutsch – Italienische Kulturgesellschaft) di La Spezia e che alternerà quali locali di proiezione gli Archivi della Comunicazione Multimediale “S.Fregoso” (Via Monteverdi, 117 – Tel. 0187/713264) e la sede dell’Associazione suddetta (Via Manin, 27 – Tel. 0187/739625). Sempre alle ore 16:30.

La programmazione avrà inizio sabato 22 febbraio con l’imprescindibile Lulù o Il vaso di Pandora (1929): Pabst prese per l’occasione due drammi del citato Wedekind rielaborandoli in maniera oltraggiosa per l’epoca, effettuando tagli e rimaneggiamenti che sembrano mutuare sì la tragedia nel feuilleton (la prostituzione, il lesbismo, finanche l’incesto) ma affondano altrettanto efficacemente il coltello nelle inquietudini della borghesia coeva. Indimenticabile Louise Brooks (1906-1985): amorale, di una bellezza folgorante e al tempo stesso così infantile ed ingenua; il ciclo proseguirà sabato 1 marzo con Diario di una donna perduta (1929), folgorante melodramma dove la Brooks veste i panni di Thymiane Henning, la giovane figlia di un farmacista che viene sedotta da Meinert, il lascivo assistente di suo padre, restandone incinta. Leggendo il diario di Thymiane la sua famiglia scopre l’illegittima gravidanza sicché la fanciulla è costretta a lasciare casa, affidare il nascituro ad una levatrice e rinchiudersi poi in un istituto scolastico in cui vige una disciplina militare ai limiti del sadismo … ancor più che in Lulù si potrà assistere allo spaccato di una società e autobiografia di una donna ad un tempo, la quale, dalla stessa società, apprende a soffrire, a “cadere” e, in ultimo, a ritrovare la propria autostima.

Sabato 8 marzo la proiezione di Don Chisciotte (1933) segnerà di certo un bel momento per ogni appassionato di canto lirico che si rispetti ossia l’occasione di riascoltare Fëdor Šaljapin (1873-1938), il basso più famoso di tutto il Novecento, in questo caso protagonista di una riduzione del capolavoro di Cervantes, elegantissima nella composizione delle immagini (si veda una suggestiva sequenza di disegni realizzata da Lotte Reininger) e marcata da un radicale pessimismo di fondo – complice l’evidente parallelismo fra la biblioteca del Cavaliere data pubblicamente alle fiamme e il rogo nazista dei manoscritti nel 1933.

Un certo signor Chalibëv, invece, è solo il primo di molti “uomini senza scrupoli” che popolano il poco noto Il giglio nelle tenebre (1927), liberamente tratto da L’amore di Jeanne Ney di Il’ja Ėrenburg; quella che inizia come una selva intricata di piani politici si trasforma ben presto in una storia d’amore tra la bellissima e colta Jeanne e Andreas, un rivoluzionario bolscevico. La svolta decisiva si compirà a Parigi dove, intanto, il losco Chalibëv sta colmando di illusioni Gabrielle, la cugina non vedente di Jeanne … dovrete aspettare sabato 15 marzo per sapere cosa avrà in serbo il fato per la coppia di tormentati amanti!

Per finire, nel 1925 Pabst firmò la regia di quello che può considerarsi a ragione uno dei massimi capolavori del periodo del Muto, La via senza gioia, ispirato a La via delle lacrime (1924) di Hugo Bettauer. In una strada buia del distretto di Vienna, la miseria assume molte maschere. Alcune ragazze cercano con prudenza e coraggio di scongiurare la rovina economica delle proprie famiglie, altre si concedono a milionari e speculatori per la stessa ragione. L’avidità per la ricchezza, la brama per un desiderio sessuale veloce e altrettanto velocemente insoddisfatto nella cornice dei tabarin … Il film viene ricordato soprattutto per la presenza di una giovanissima Greta Garbo (1905-1990) nonché per lo scandalo che fece all’epoca a causa degli argomenti trattati: sabato 22 marzo, incontro conclusivo, potrete verificare che il trascorrere degli anni non ha affatto scalfito la forza (e l’urgenza) di tutto ciò.

Mi auguro di cuore che il percorso tematico di quest’anno susciti non solo l’interesse del pubblico ma soprattutto quel sentimento che lo spettatore moderno sembra dimenticare visione dopo visione: il coraggio del pianto. Il riso può essere il distintivo del ragionevole ma uso della ragione altro non è che il pianto. Non escludete, tuttavia, che quelle lacrime si rivelino un preludio alla vera gioia!

Un caro saluto e Buona Visione.

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