Liguria e Lombardia, terre di ‘ndrangheta: Frediano Manzi a Borghetto Santo Spirito

Per Frediano Manzi, ex imprenditore che si ribellò al pizzo, passato poi a difendere e aiutare le vittime come lui, quella di venerdì 7 a Borghetto Santo Spirito è stata la prima uscita pubblica dopo il terribile gesto di un anno fa, quando si cosparse di benzina e si diede il fuoco a Milano, per strada, in un disperato ed eclatante gesto di protesta contro la solitudine in cui lo avevano relegato le istituzioni (articolo). L’evento, organizzato dal Comune di Borghetto Santo Spirito e Cristina Donzelli dell’ANAAM, si è aperto con un monologo della sempre bravissima Annalisa Insardà, attrice calabrese che da due anni, durante gli eventi antimafia, si trasforma di volta in volta nelle vittime e dà loro voce. Annalisa crede fermamente che la cultura sia un potente mezzo contro la criminalità e contro le mafie; la cultura e l’arte, che lei esercita attraverso la recitazione.

Riparto dalla Liguria” ha detto Frediano senza mezzi termini “perché la Liguria è terra di ‘ndrangheta“, come la Lombardia in cui Manzi vive. E racconta dell’usuraio di Ceriale, che taglieggia mezzo paese e dichiara 6000 euro l’anno. E della mafia nell’edilizia (“a Milano l’anno prossimo ci sarà l’Expo, realizzato coi soldi della mafia”), nelle sale da gioco, dietro all’insediamento delle slot machine (la cui società produttrice ha sede nelle Antille Olandesi). La mafia al Nord controlla il traffico di droga, è dietro ai “Compro Oro” (la denuncia di Manzi): ormai è ben radicata, va a braccetto con la politica. Non ne abbiamo la diretta percezione perché non ci sono morti: ma a questa mafia non interessa uccidere, l’importante è riciclare denaro.

Frediano Manzi, con la sua associazione S.O.S Racket e Usura, non si occupa solo di aiutare imprenditori in difficoltà, ma chiede anche che venga cambiata la legge 1o8/96 sull’usura, che prevede il risarcimento solo alla vittima che possiede partita IVA. Racconta di aver bussato alle porte della politica, di tutti i partiti, da Forza Nuova a Rifondazione Comunista, e di aver ricevuto solo silenzio. Il silenzio, l’indifferenza: ciò che fa più male alle vittime, ciò che alimenta le mafie. L’assenza dello Stato, l’isolamento. Non ci sono sportelli d’ascolto, per le vittime di racket, non ci sono psicologi, non c’è lo Stato. “Noi siamo tra la gente, con gli ultimi, per la strada” là dove la politica non vuole arrivare, dove le istituzioni latitano, dove lo Stato non c’è. “Non facciamo antimafia da tastiera, ma ci mettiamo la faccia, rischiamo la pelle“, continua, e “speriamo nei giovani“. Quello che fa lui, assieme ai suoi coraggiosi amici, quelli che non l’hanno abbandonato neppure nei lunghi mesi in ospedale, destabilizza, dà fastidio al potere, fa paura. Perché il potere ha paura di essere messo in ridicolo, la politica ha paura di chi fa nomi e cognomi.
Se non si formerà una nuova classe politica, “meno collusa, meno corrotta e più attenta“, afferma Frediano, ci sarà “il baratro“.

Quel baratro in cui anche lui, un anno fa, stava precipitando, con quel gesto “ultimo e disperato“. Le cicatrici sul suo corpo e nella sua anima rimarranno per sempre, ma oggi Frediano ha dimostrato di saper reagire e di essere più forte anche di quel fuoco, di tutta la sofferenza, del dolore. E nostro è il compito di aiutarlo, di aiutare noi stessi e la nostra Italia a non precipitare. Non è più tempo di far finta di nulla.

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