Il GAMA di Albenga: un tesoro sottovalutato e altri pensieri

 Le interminabili giornate di pioggia come quelle che ormai ci stanno perseguitando da un po’ di tempo, sembrano avere poco da offrire. Insofferente e stanca di guardare le gocce scivolare lungo i vetri appannati, ho deciso di armarmi di coraggio (e ombrello) e andare alla ricerca di qualcosa di nuovo da fare. Era ormai da qualche tempo che meditavo di vistare la Galleria d’arte moderna (GAMA) aperta nel 2012 ad Albenga e così ne ho approfittato per soddisfare la mia curiosità. Non avendo trovato molte informazioni pratiche sul sito web non sapevo esattamente cosa aspettarmi.
E così che sotto la pioggia battente ho scoperto un piccolo gioiello! Forse non tutti sanno che nel cuore medievale di Albenga, all’interno della Torre Civica in Piazza San Martino, si trova una incredibile collezione di arte contemporanea che vanta opere di Gaugin e Picasso, Renoir e Kandiskij, Vuillard e Mirò, ma anche disegni di Tiepolo e fotografie del Giappone di fine ottocento, solo per citarne alcune. Il direttore della galleria, Sandro Ristori, mi ha accompagnato durante la visita, raccontandomi storie e aneddoti legati ai pittori, ai committenti, ai personaggi, facendomi viaggiare nel tempo e nello spazio. Com’è stato affascinante ammirare questi grandi artisti senza bisogno di andare a Parigi, Berlino o New York, e soprattutto in una torre medievale ancora affrescata con le campane che rintoccavano a pochi metri sopra le nostre teste!
L’emozione iniziale provata nel vedere opere di tale importanza, con le quali potevo costruire una relazione diretta essendo l’unica visitatrice della galleria, è stata sostituita rapidamente da un senso di desolazione. Purtroppo questa sensazione mi accompagna ormai quasi ogni volta che entro in un museo italiano.

Ho passato gli ultimi mesi in Inghilterra, studiando Museum Studies o meglio museologia (parola alquanto bizzarra per la maggior parte delle persone con cui parlo, ma che non dovrebbe esserlo dato che ci vantiamo di avere uno dei patrimoni artistici più ricchi al Mondo). Mi è capitato di entrare in musei in giorni di pioggia come quello di ieri e di trovarli affollati, letteralmente affollati. Decine di famiglie con bambini piccoli, anzi piccolissimi e che spesso riuscivano a mala pena a camminare: genitori che portavano i loro figli al museo in quanto luogo sicuro nel quale si può vedere qualcosa di ‘bello’ e imparare. Questo non accade solo a Londra, nei grandi e celebri musei. Queste scene si possono vedere al New Walk Museum di Leicester, un piccolo museo di provincia nel centro dell’Inghilterra, le cui collezioni non possiedono grandi capolavori da vantare, ma che hanno la capacità di essere ‘comunicative’, cioè di raccontare e spiegare qualcosa al visitatore (soprattutto se in giovane età).
Per questo ogni volta mi stupisco quando entro in un museo o in una galleria d’arte nostrani. Per quale motivo in Italia si preferisce ancora il tradizionale ‘giro al centro commerciale’ piuttosto che una visita a un luogo culturale?
Sicuramente una parte della colpa ricade sui musei stessi, che spesso si trincerano nella loro ‘torre d’avorio’ e considerano tutto ciò che è marketing, tecnologia e innovazione come un qualcosa di estraneo al mondo dell’arte e della cultura. Questo ragionamento però è ormai anacronistico e si sta rivelando controproducente.
Un esempio su tutti: i social network. Grandi musei come il Louvre e il British Museum hanno un profilo Facebook e utilizzano Twitter per comunicare quotidianamente con il loro follower. Il Louvre ha più di un milione di Like. Gli Uffizi non sono presenti su Facebook e i Musei Vaticani hanno meno di 53.000 Like. Come si possono raggiungere i propri visitatori e le nuove generazioni se contemporaneamente ci si rifiuta di aggiornarsi e di servirsi dei mezzi di comunicazione maggiormente diffusi?
Non è più accettabile consolarsi con il pensiero ‘Tanto ci saranno sempre turisti disposti a vedere i musei e i monumenti italiani, che bisogno c’è di cambiare?’. Il bisogno di cambiamento c’è ed è fortissimo.
I musei del XXI secolo devono imparare a creare un legame con le comunità che le circondano, devono sviluppare strategie di marketing efficienti, devono essere pronti ad affrontare le sfide sociali (in quanti musei si occupano dei temi della disabilità, degli studi di genere o della sostenibilità?), non possono limitarsi a conservare il patrimonio, devono generare cultura e identità.
Una piccola galleria d’arte come quella di Albenga non può essere abbandonata solo perché fuori dai maggiori flussi di turismo straniero e nemmeno essere guardata come qualcosa di estraneo alla comunità, un luogo destinato a una piccola élite. Dovrebbe invece diventare una fonte di orgoglio per i cittadini e un potenziale del territorio sul quale investire.
Sole, pioggia, vento: ogni momento è perfetto per entrare in un museo, anche solo per la gioia di vedere qualcosa di bello, di conoscere una nuova storia, di lasciare alla spalle il caos e lo stress per dedicarci a noi stessi e ai nostri pensieri.

E poi, Albenga è così vicina!

(Elena Settimini)

www.gamaalbenga.it

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