Intercettazioni Riina-Lorusso: parla Pippo Giordano

Molti organi di stampa si stanno, da tempo, occupando delle minacce di Totò Riina a Nino Di Matteo, in particolare delle intercettazioni Riina-Lorusso. Il boss corleonese continua a “lamentarsi” dei magistrati e dell’attenzione della società civile attorno a loro. Su questo argomento scottante ho intervistato Pippo Giordano, ex ispettore della Dia, autore del libro “Il sopravvissuto“, protagonista degli anni caldi della lotta alla mafia siciliana (i precedenti articoli su Giordano: intervista e recensione).

Da un po’ di tempo a questa parte si parla molto delle minacce di Totò Riina a Nino di Matteo. Secondo lei c’è ancora da aver paura di Riina? Può ancora essere pericoloso? Che potere ha oggi Riina?
“La pericolosità di Salvatore Riina è conclamata; stiamo parlando di un personaggio che, manu militare, con la violenza e  l’inganno, prese il potere dell’intera Cosa Nostra siciliana.  Tuttavia, anche il furbo e forte Totò Riina, la cui natura violenta è insita del DNA, è stato minato nel fisico e ancor più nel potere da vent’anni di carcere in regime di 41/bis. Occorre evidenziare che proprio la lontananza dal territorio, non disgiunta dall’impossibilità di comunicare coi sottoposti, ha di fatto reso Riina un Re senza Regno. D’altronde,  Riina è vittima della sua stessa  filosofia e cioè, quando Luciano Liggio, si lamentava dal carcere di non essere più tenuto in considerazione,  Riina  gli spedì il laconico messaggio ” Lucianeddu fatti u carceratu“. Ma  tuttto questo non sta a significare che  non bisogna avere  paura di Totò Riina, perché ci sarà  sempre  qualcuno che potrebbe dargli ascolto. Di una cosa sono certo ed è che Riina non ha mai accettato “rivali” al suo strapotere. Se egli si convinceva che qualcuno potesse minare la sua supremazia, non ci pensava tanto, lo faceva ammazzare.
Per far comprendere meglio la mentalità di Riina, le racconto un omicidio di uno dei più sanguinari killer di Cosa nostra, “Scarpuzzedda” Pino Greco. Quest’ultimo ad un tratto non rispettava le decisioni di Riina e nemmeno rispondeva alle convocazioni. Il comportamento di Scarpuzzedda era in un certo senso dettato dall’ampio potere che stava guadagnando sul campo con gli omicidi, eppoi poteva contare su una squadra di killer preparata e spietata. Ecco, Riina non poteva sopportarlo e diede ordine di ucciderlo. A tradire Scarpuzzedda fu proprio un suo amico fidato che, appena il Greco gli girò le spalle, lo freddò con alcuni colpi sparati sulla nuca. Ma, anche costui fu poi ucciso  insieme ai suoi fratelli. Insomma, il sistema del mafioso “a perdere“.”

Nelle intercettazioni ambientali Riina parla con un altro boss, Alberto Lorusso. Ritiene giusto che a due pericolosi boss sia consentito di passare insieme l’ora d’aria?
“Ma vede, qui non si tratta  di ritenere giusto o sbagliato l’ora d’aria di Riina e Lorusso. Era un diritto d’entrambi di socializzare. Leggo dalla stampa che la decisione di far trascorrere l’ora d’aria al duo Riina/Lorusso è stata autorizzata dai Magistrati e suppongo sia stata concessa  nelle more che questi non potevano comunicare con l’esterno, non vedo tutto questo scandalo che si vuol montare. A proposito del  41/bis, checché dicano i novelli opinionisti mafiologhi, che  il 41/bis sia inumano, dico solo di analizzare bene il passato, quando i mafiosi soggiornavano nelle patrie galere  come se fossero in un Hotel a 5 stelle: avevano tanta libertà di comunicare con l’esterno, senza l’aiuto di internet, semplicemente con “pizzini” e parole dette  de visu. Comandavano le carceri con inaudita facilità e se qualche guardia si metteva di traverso, veniva  uccisa.
Le racconto un episodio per far comprendere meglio quel che ho detto: il  capo famiglia di Partanna-Mondello, Saro Riccobono, da  latitante si permise d’entrare all’Ucciardone portando aragoste e champagne per  festeggiare il compleanno di un uomo d’onore. Dopo la riunione conviviale uscì tranquillamente dal carcere. Ordunque finiamola  con queste panzanate che il carcere duro è simile a una tortura: rappresenta una delle migliori armi  per sconfiggere la mafia”.

Secondo lei i dialoghi tra i due boss sono semplici chiacchierate tra “amici” o, sapendo (o immaginando) di essere ascoltati, sono veri messaggi lanciati all’esterno?
Totò Riina e Lorusso sapevano bene d’essere intercettati, forse avranno creduto che passeggiando nel cortile nessuno potesse carpire i loro dialoghi. Ma anche qui nutro perplessità, e ho pubblicato il mio modesto parere di recente su Antimafia2000:E’ del tutto evidente che Totò Riina, nell’ora d’aria, appare come una persona senza freni inibitori, ossia una persona desiderosa di raccontare la sua storia criminale che, invero avrebbe dovuto,secondo i pentiti, tenere ermeticamente chiusa-. E qual è il ruolo di Lorusso, ha lavorato per conto proprio o per conto terzi? Questa vicenda, da qualsiasi lato si guardi, puzza: puzza di “perenne trattativa“. Anche le minacce di morte a Nino Di Matteo appaiono come un “alzare la posta” nei latenti messaggi che lo stesso Riina ha voluto mandare a menti raffinatissime. Penso di essere stato chiaro”.

E’ plausibile, secondo la sua conoscenza dell’argomento mafia, che dietro alle lettere anonime contro Di Matteo dei mesi scorsi ci siano proprio i due boss?
“No! Non credo affatto che ci sia la “manina”  di Riina e Lorusso o  di Cosa Nostra dietro le lettere anonime indirizzate a Nino Di Matteo. Piuttosto ritengo, che il “Corvo” degli anni ottanta e i produttori di “veline” degli anni passati, siano stati sostituiti da moderni scrivani indossanti abiti istituzionali. Pongo io una domanda: A chi giova fermare il processo sulla trattativa Stato-mafia? A Totò Riina di certo no!”

Il dottor  Antonio Ingroia, nel corso di un’intervista che gli ho fatto qualche mese fa, ha affermato che oggi non ci sarebbe, per Cosa Nostra, la necessità di uccidere. Quindi non “prevede” un ritorno alla strategia stragista. Lei cosa ne pensa? Cosa Nostra potrebbe tornare ad ammazzare?
“La mia opinione è identica a quella del dottor Ingroia, ovvero che allo stato attuale Cosa nostra non ha nessun interesse a compiere azioni eclatanti o omicidi eccellenti. Giova rimarcare che oggi Cosa nostra  non è più quella dei “corleonesi” di Totò Riina. Mi dicono che il ricambio generazionale ha cambiato il modo d’esercitare il potere sul territorio. Costoro, giovani ed eruditi, sembrano essere indirizzati a compiere i soliti traffici e affari “leciti“, ma con una mentalità imprenditoriale e dunque rifugiano qualsiasi visibilità. Non facciamoci forviare dalla richiesta di “pizzo” che è cosa ben diversa: è una raccolta differenziata per l’approvvigionamento di picciuli. Certo Cosa nostra ammazza, recentemente abbiamo avuto omicidi “interni” al sodalizio tanto per resettare i quadri dirigenti. E quindi lo considero un fatto squisitamente fisiologico. Ma immaginare un’escalation stragista e quindi un attacco diretto allo Stato, al momento credo sia da scartare. Ovviamente, il discorso Di Matteo e altri magistrati come Del Bene, Tartaglia, Teresi e Gozzo, merita e necessità  tutta l’attenzione possibile. E’ innegabile che le Procure di Palermo e Caltanissetta stanno scommugghiannu (scoperchiando) pentole contenenti verità  inconfessabili”.

A suo parere, sono utili le manifestazioni popolari a favore dei Magistrati? Non si rischia, così, di “mitizzare” uomini che fanno “soltanto” il loro lavoro?
“No! Ben venga la partecipazione popolare: sono passaggi democratici necessari per far sentire ai Magistrati tutto il sostegno di cui hanno  bisogno. Del resto, proprio dalle conversazioni del duo Riina/Lorusso, lo stesso ex capo dei capi si rammarica per la grande partecipazione della gente a favore di Nino Di Matteo. Non dimentichiamoci che proprio la solitudine e il silenzio causarono l’isolamento e quindi l’uccisione di tantissimi uomini dello Stato. Qui non si tratta di “mitizzare” o creare Eroi. Già di Eroe ne abbiamo uno in questo Paese, ossia quel Vittorio Mangano tanto caro a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi e  credo che basti! Gli altri sono solo persone che, onorando il giuramento fatto innanzi alla Costituzione, esercitano la Giustizia o il proprio dovere nell’interesse della collettività. Sono altri, ahimè, che calpestano ogni giorno i dettami della Costituzione”.

Cosa direbbe a Nino di Matteo?
“Intanto, esprimo il dispiacere per non aver ancora stretto la mano a Di Matteo, non ci siamo mai incontrati e colgo l’occasione per esprimere a tutta la Procura palermitana, nissena e trapanese, il mio ringraziamento per la loro opera certosina sin qui svolta. Mi permetta di ricordare con affetto Rocco Chinnici. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: estendo il ricordo agli altri Magistrati, miei colleghi della Polizia e carabinieri ammazzati dalla
mafia”,

Lei, come già mi raccontò nella precedente intervista, va nelle scuole a parlare di mafia con i ragazzi. Le fanno domande su questo argomento?
“La cultura è l’arma  più potente ed efficace per sconfiggere le mafie. Da cinque anni frequento le scuole di ogni ordine e grado e noto con compiacimento una forte apatia verso le mafie da parte dei giovani. Parimenti, sento il dovere di rintuzzare le accuse, secondo le quali i ragazzi  siano  impreparati sul quel che accade nel mondo mafioso. No! Non è affatto vero, dimostrano conoscenza e preparazione, ma soprattutto, attraverso le loro domande, si evince il desiderio di cambiamento, che nella sostanza significa, mai più mafie. Sì, spesso mi fanno domande su Di Matteo ed io cerco di appagare la loro sete di verità”.

In tv si parla abbastanza di mafia, ma si fa quasi sempre riferimento a Falcone, Borsellino… insomma, tutti morti. Si parla poco o niente dei vivi. Per quale motivo, secondo lei?
“Il motivo è che Falcone e Borsellino rappresentano le vittime sacrificali  di un Italia in mano alla mafia e a una certa classe politica che con la  mafia ci ha convissuto e che probabilmente ci convive ancora. Ordunque, loro rappresentano i martiri di quel coacervo  d’interessi affaristico/politico/mafioso, che passano attraverso la trattativa Stato-mafia. L’esposizione mediatica è dovuta proprio alla celebrazione del processo sulla trattativa, in itinere a Palermo: per la prima volta siedono accanto nelle vesti d’imputati, mafiosi  e uomini delle Istituzioni.
Il che è tutto dire!”

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