Pierfrancesco Favino: attore e regista in “Servo per due”

Pierfrancesco Favino è attualmente uno degli attori più talentuosi nel panorama italiano, ha saputo imporsi a livello internazionale, alternando sapientemente cinema, televisione, teatro e film hollywodiani. Diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha poi seguito un corso di perfezionamento diretto da Luca Ronconi ed è tra i fondatori dell’Actor’s Center di Roma. Lo abbiamo incontrato a Viareggio durante la tournée teatrale che lo vede regista, con Paolo Sassanelli, e protagonista dello spettacolo “Servo per due“.

“Servo per due” è liberamente tratto da “Il servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, uno dei capolavori assoluti della storia del teatro, rappresentato in tutto il mondo. Cos’è che rende sempre vivo e interessante il teatro?
Innanzitutto, il fatto che sono classici e ancora resistono vuol dire che evidentemente c’è una buona base di modernità in ciò che è stato scritto, ci sono delle tipologie di personaggi che comunque rimangono sempre attuali e credo anche che il pubblico ami rivedere cose che fanno parte della memoria collettiva.

Servo per due è il fulcro di un progetto sulla commedia dell’arte rivisitata in chiave moderna. Ce ne parla?
E’ un progetto che nasce dal gruppo di cui faccio parte, i Danny Rose, siamo 40 tra attori e registi, in questo caso siamo 23 attori che si alternano in due cast diversi durante la tournèè. Abbiamo dovuto lavorare non solo sulla maschera, ma anche sull’acrobatica, sulla danza, sul canto e ovviamente abbiamo lavorato sulla commedia dell’arte. Il testo inglese da cui è preso (“One man, two guvnors”, di Richard Bean, n.d.r.) ha operato secondo me un lavoro di drammaturgia molto, molto interessante, ha ripreso e riadattato i nostri canoni, spostando il testo di epoca.

In tutto il mondo il musical è un genere riconosciuto e seguitissimo, a prescindere dalla sua spettacolarità, mentre in Italia di solito non raccoglie grosso consenso, soprattutto dalla critica. “Servo per due”, invece, è stato accolto positivamente sia dal pubblico che dalla critica. A cosa attribuisce questo grande successo?
Forse al fatto che non è propriamente un musical, è un avanspettacolo volutamente riportato agli anni Trenta, che usufruisce degli intermezzi musicali del varietà, però non è un musical. E’ prosa con intermezzi musicali, così com’era nel varietà. Poi è stato scritto musical perché gli attori cantano durante gli intermezzi, però il riferimento è al mondo del varietà, quindi forse alla commedia musicale italiana di alcuni momenti, che però non è quella del musical vero e proprio.

Nel teatro italiano ci sono ottimi attori che dal teatro sono passati al cinema, per poi tornare anche al teatro. La presenza di nomi che provengono dal grande schermo e dalla tv aiuta a riportare il pubblico a teatro?
Penso di sì, però non è detto che tutte le persone che hanno a che fare col piccolo e grande schermo sappiano poi stare su un palcoscenico, quindi il giudizio del pubblico in questo senso è assolutamente fondamentale. Ho sempre pensato che un attore di teatro possa fare cinema e televisione, ma non è detto che un attore televisivo riesca a essere un buon attore di teatro.

Si sente più attore teatrale o cinematografico?
Ho avuto la fortuna di fare quel percorso di cui stavamo parlando. Mi sono diplomato all’Accademia, quindi ho lavorato in teatro e mi sento un attore che può sfruttare le sue capacità con mezzi diversi e sono cose che ti restituiscono sensazioni completamente diverse. Il rapporto diretto col pubblico è insostituibile.

Fra i suoi colleghi chi apprezza a teatro?
Tantissimi… tantissimi. Per primi mi vengono in mente quelli che hanno dedicato e continuano a dedicare la loro vita al teatro, come Lavia, poi le giovani compagnie, le compagnie sperimentali e ancora Ronconi, con cui ho avuto l’onore e la fortuna di lavorare. Dei miei coetanei che hanno deciso di fare il mio stesso percorso in questo momento sono in scena Stefano Accorsi, Beppe Fiorello, Claudio Santamaria… sono persone che vengono dal teatro e che hanno sentito il desiderio di ritornarvi. Ancora Filippo Timi, Fabrizio Gifuni.

 Ha mai pensato alla direzione artistica di un teatro?
C’ho pensato con terrore, nel senso che è un impegno, è una responsabilità molto molto grande. Già aver fatto la regia di quest’opera è stato un impegno molto forte.

C’è una formula per gestire con successo un teatro di provincia?
Io penso che ci sia una formula in generale per gestire il teatro, che sia di provincia che delle grandi città, che è l’onestà di ciò che si mette in scena e la consapevolezza del pubblico che si ha di fronte. In generale non penso che esista il segreto del successo, esiste l’onesta dedizione quotidiana al proprio mestiere, che se poi è accompagnata anche dal talento può portare al successo, però non si può fare a meno di considerare chi è il pubblico oggi. E il teatro dà la possibilità di guardarlo in faccia, piuttosto che ipotizzarlo su carta, su dati di share e così via.

Cosa pensa del Teatro Valle occupato?
Penso che innanzitutto l’operazione che è stata fatta ha impedito al Teatro di diventare qualcos’altro e questa grande tradizione e storia per Roma ha un valore enorme. Penso che chi l’ha occupato debba (e si sta organizzando in questo senso) pensare a qualche proposta creativa. Il teatro è un luogo caldo quando fuori fa freddo e piove, come ha detto Peter Brook, ma lo stesso Brook ha detto una cosa giusta e cioè da questo momento in poi iniziano le difficoltà, quelle di proporre. E poi non so, sarò un tradizionalista, ma credo che il palcoscenico che ha visto gli attori che ha visto, che ha visto nascere e rappresentare commedie importantissime della nostra storia teatrale, debba essere trattato coi guanti. Forse sarò all’antica, ma lì bisogna entrare in giacca.

Tornerebbe a lavorare negli Stati Uniti?
Sì, però non per scappare da qualcosa. Sono contento di stare qua e d’altra parte se vengo preso là è perché lavoro qua e non viceversa. Evidentemente porto qualcosa della nostra cultura e sarei un cretino ad abbandonare, tra l’altro non m’interessa neanche l’idea di farlo, anche perché fino a quando non avrò la stessa libertà di espressione in una lingua diversa dalla mia sarò in grado di fare cose migliori qui che non lì.

La tournée prosegue in questi giorni a Cagliari, quindi a  Barletta, Avellino e sarà a Genova dal 4 al 9 febbraio al Teatro della Corte.

Info e date sul sito ufficiale dell’attore www.pierfrancescofavino.it

In scena con Pierfrancesco Favino gli attori del Gruppo Danny Rose
Traduzione e adattamento: Pierfrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen, Simonetta Solder
Regia: Pierfrancesco Favino, Paolo Sassanelli
Elaborazioni musicali a cura dell’orchestra Musica da Ripostiglio
Scene: Luigi Ferrigno
Costumi: Alessandro Lai
Luci: Cesare Accetta

a cura di Paola Settimini e Claudia Bertanza

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