La Spezia: quale cultura ? Un dibattito per chiedere di partecipare alle scelte di una città che vuole crescere

La cultura nasce e cresce sempre in un terreno fertile se coltivato da chi la considera un bene collettivo da condividere. È la logica del perseguimento del profitto ad ogni costo che ha portato ad una decadenza intellettuale, responsabile di aver svenduto i principi di un fare cultura responsabile e socialmente aggregante, a favore di una “mercificazione” che rincorra ossessivamente i palinsesti televisivi. Un pessimo modello di riferimento. Il perché accada è facilmente spiegabile: in Italia la gestione del bene comune (cultura inclusa) viene spesso affidata a pochi privilegiati funzionari/politici, incaricati ed eletti come se fossero più dei ragionieri/amministratori di aziende , piuttosto che persone illuminate nel guidare e indirizzare politiche culturali gestite dalla base di una società e di chi opera “artigianalmente” nel produrla.

Sta sparendo sempre più nella mentalità comune il considerare la cultura come un reale mezzo di promozione di un benessere esistenziale. La parola “cultura” definita senza aggiuntivi e aggettivi, il fare cultura che trova in se stesso la propria ragion d’essere sta scomparendo dall’orizzonte di un paese che l’ha svenduta e barattata per cercare facili consensi e facili guadagni e per tornaconto personale. Colpisce allora una frase di Matteo Taranto, attore di origine spezzini, presente al dibattito organizzato da La SpeziaOggi- “chiacchera con…”nel sentire dire: “Mi piacerebbe pensare ad un’economia della cultura piuttosto che ad un’economia di cultura”.

Paola Settimi editore di La SpeziaOggi  insieme a Matteo Taranto, attore spezzino

Un incontro pubblico al fine di discutere insieme a Fabio Nardini editore della Cut Up, l’editrice Irene Giacchè, Annamaria Monteverdi docente universitaria e critico teatrale. Riuniti insieme per parlare di“Politiche culturali della e per la città”: quella di La Spezia, luogo interessante per studiare gli effetti di strane dinamiche. Un laboratorio culturale e sociologico dotato di contraddizioni politiche e amministrative nel momento stesso lo si frequenti con assiduità. O per chi la cultura la consideri, invece, come un esempio di democrazia partecipata partendo dall’assunto che la cultura la si fa partendo dal basso e la si consideri un bene primario per far conoscere e divulgare il pensiero, la tradizione, la storia, l’innovazione, e tutto quanto possa nutrire una società sempre più deprivata di memoria storica. Il dibattito ha offerto uno scambio proficuo di opinioni e la sensazione percepita anche da chi, come me, viene da un’altra città, che La Spezia sia una realtà urbana in cui la gestione della cultura comprendente anche lo spettacolo, l’arte e l’intrattenimento, riveli forti tensioni interne e determini una forte insoddisfazione tra la cittadinanza Per tutti coloro siano convinti della necessità di essere protagonisti della propria vita culturale.

La delusione si è percepita tra i presenti. Editori che non trovano spazi pubblici per presentare le loro opere che raccontano la vita e la storia della loro città. Spazi culturali arroccati in una sorta di autoreferenzialità. Un fenomeno abituale in molte realtà urbane ma che qui sembra amplificarsi. Si ha la percezione che La Spezia possieda potenziali inespressi e risorse mal sfruttate. Fare cultura significa aprire a continui scambi, offrendo la partecipazione attiva, esaltando le bellezze naturalistiche e geografiche senza però farne solo un commercio. Accogliere il turista e il visitatore creando l’opportunità di diffondere altrove quanto visto e usufruito elogiando e consigliando ad altri la visita. Non accade sempre a La Spezia. Così come non accade nel Parco delle Cinque Terre dove da anni si assiste al degrado di un villaggio turistico fatiscente e abbandonato a Corniglia, con materiale eternit che rilascia amianto. Una cultura del territorio tra l’altro patrimonio dell’Umanità, lasciata all’incuria delle persone e del tempo.

 

Tra le persone che hanno animato il dialogo sussiste una forte rassegnazione di come l’amministrazione pubblica non valorizzi a sufficienza i suoi concittadini che si distinguono nelle varie discipline artistiche e culturali. Matteo Taranto ha raccontato la sua formazione di attore che per necessità si è rivolto altrove per costruire la sua carriera. Naturale che avvenga per chi sceglie una professione del genere, ma nulla vieta che la città natale non si senta orgogliosa di avere un concittadino noto e affermato. L’attore ha recitato con Alessandro Gassman al Teatro Stabile del Veneto in “Roman e il suo cucciolo” e in “La parola ai giurati”. Al cinema ha interpretato una parte in “Mine vaganti” diretto da Ferzan Ozpetek. A La Spezia ha firmato la regia di “In viaggio con Enrico Berlinguer”, portato in scena al Teatro Civico. E di questo teatro se ne è parlato a lungo durante l’incontro. Tema attuale in cosiderazione di quanto accaduto dopo la sentenza del Tar che ha annullato la nomina di Roberto Alinghieri, direttore artistico del teatro spezzino, attuale presidente dell‘Istituzione dei Servizi Culturali, e consulente che per soli tre mesi di incarico ha potuto usufruire di una remunerazione corrisposta di oltre dodicimila euro. Ma al di là della questione politica ed economica – ma anche etica- in questione, da critico teatrale quale sono mi colpisce come la stagione del Teatro Civico sia improntata su artisti che se richiameranno un folto pubblico, determinando anche il “tutto esaurito”, rivela però anche una logica anche di tipo commerciale più che una programmazione mirata

Il teatro italiano è vario e composito ma se si leggono i nomi scelti si evidenzia come sia più facile contattare attori e attrici che portano in tournée spettacoli di richiamo, facilmente reperibili tramite agenzie di spettacolo. Non una scelta in cui offrire al pubblico compagnie e artisti attenti a problematiche sociali rilevanti, tematiche attuali di costume e società, allestimenti di titoli ormai obsoleti, visti girare per i teatri di tutta Italia da anni. Nomi altisonanti di comici e attrici se pur dotati di talento, possono rischiano di creare quel fenomeno molto simile alla programmazione televisiva di cui sopra ci si è soffermati. Esiste a La Spezia anche una stagione teatrale parallela gestita dalla Compagnia/Associazione degli Scarti, denominata “Fuori Luogo”, e qui in effetti la programmazione propone un genere più sperimentale, alternativo e di ricerca se si vuole. Ospitata in uno spazio ristretto come il Centro Dialma Ruggiero capace di ospitare solo novanta spettatori a recita.

Una nicchia rispetto ad un teatro capace di accogliere centinaia di persone. Fare cultura non significa solo chiamare un artista passato dal teatro al cinema e poi magari in televisione con l’alibi che  “ è la gente che lo vuole”. Domanda ed offerta deve essere gestita con la convinzione che un’educazione/formazione del pubblico, capace di interrogarsi anche a teatro, sia importante per lo sviluppo e la crescita di una collettività, rispettando il sacrosanto diritto al divertimento. Annamaria Monteverdi nell’intervenire al dibattito ha citato il portale dell’Unione Camere di Commercio (www.unioncamere.gov.it) dove consultandolo si può leggere la presemtazione del rapporto Symbola-Unioncamere 2013: “IO SONO CULTURA. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”.

Cito letteralmente: «Frutta al Paese il 5,4% della ricchezza prodotta, ossia 75,5 miliardi di euro, e dà lavoro a un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,7% del totale degli occupati del Paese. Nonostante le difficoltà, quindi, il sistema produttivo culturale conferma una certa capacità di reazione anticiclica. Estendendo il calcolo dal sistema produttivo culturale privato anche a quello della pubblica amministrazione e del no-profit, il valore aggiunto della cultura arriva a 80,8 miliardi, pari al 5,8% dell’economia nazionale. Allargando lo sguardo dalle imprese che producono cultura in senso stretto a tutta la ‘filiera della cultura’, il valore aggiunto prodotto dalla cultura schizza dal 5,8 al 15.3% del totale dell’economia nazionale.». Scorrendo il rapporto redatto da Claudio Gagliardi risulta significativo constatare come nella classifica provinciale, per incidenza del valore aggiunto della cultura sul totale della richezza prodotta, La Spezia raggiunga solo il 2,9 per cento, attestandosi solo sopra a Taranto e Sassari (2,7 per cento) e Livorno e Caltanisetta (2,8). Basti solo questo risultato per riflettere come La Spezia sia un fanalino di coda e si trovi in una posizione assolutamente marginale e priva di un vero ruolo di città produttiva anche da un punto di vita culturale nella sua accezione più vasta possibile.

Nel suo intervento Annamaria Monteverdi ha ribadito come negli anni abbia assistito a un progressivo allontanamento delle associazioni dall’organizzazione culturale cittadina: «Un tempo creavano una certa vitalità culturale e in questi anni progressivamente ma inesorabilmente sono state allontanate dalla progettualità cittadina, tollerate o oggetto solo di assistenzialismo anziché includerle nel momento progettuale. Molte di queste hanno prodotto iniziative con un seguito di gran lunga più ampio di quelle realizzate dal Comune stesso. Questo “esproprio” è accaduto in nome di una cultura istituzionale priva di attrattiva anche per i turisti, slegata dal contesto della città reale, senza connessione con la formazione e negli anni non ha prodotto né seguito né economia, perché tutta rivolta unicamente alla promozione dei musei. Cultura istituzionale significa resistenza all’innovazione, ai cambiamenti. Va ripensato il modello progettuale culturale della città, perché i teatri e i musei sono luoghi istituzionali ma potrebbero anche non esserlo ed essere gestiti da associazioni, gruppi, cordate di volontari culturali, come accade per il Museo della Resistenza di Fosdinovo. L’Istituzione culturale è nata nel 1997 e doveva dirigere Musei e Biblioteche, poi si è estesa anche ai teatri nel 2000. Negli ultimi anni il cda non esisteva più, molti sono stati i dimissionari, compreso il suo presidente e non c’è stato un ricambio – ha proseguito la docente ed esperta – anche perché si pensava che la sua funzione fosse esaurita. Invece si assiste oggi ad una sovrabbondanza di cariche e titoli culturali: abbiamo sia il presidente delle Istituzioni che l’assessore alla cultura, non è ancora chiaro il ruolo dell’ uno e dell’altro. »

Non basta essere scalo per il traffico commerciale su navi, possedere industrie e siti turistici da visitare. Va rivisto l’intero settore e riorganizzato per creare una rete che dia la possibilità di interagire tra sedi istituzionali deputate al fare cultura. Il Camec deve uscire dal suo isolamento per diventare un centro di aggregazione per tutta la città che senta di possedere un’istituzione da far crescere e riconoscere come propria. La città che si affaccia sul Golfo dei Poeti manca di una sua identità che sia riconosciuta e non si accontenti di immagini da cartolina per la gioia dei turisti di passaggio. La Spezia sembra rassegnarsi ad una vita modesta sul piano dell’offerta di beni e servizi culturali. Non contano le singole manifestazioni organizzate a dare una costante vitalità produttiva e artistica, piuttosto è impellente una politica che riveda strategie e progetti a lungo termine, capace di anticipare visioni e tendenze, senza dimenticare di coinvolgere la base, ovvero tutti quei cittadini desiderosi di rivendicare il proprio ruolo di “artigiani” culturali, così come ha spiegato Matteo Taranto, definendosi lui stesso un artigiano nel fare il lavoro di attore e non solo artista come definizione in uso abituale. I cittadini di La Spezia vogliono contare di più nelle scelte e nelle definizioni delle politiche culturali, e la proposta di Irene Giacchè di creare un coordinamento tra tutte le associazioni culturali della città, è valida e va sostenuta. Una rete tra chi opera nel comparto e vuole rivendicare un ruolo attivo,  non subire decisoni che non vedono una partecipazione che contribuisca a far crescere la vita sociale e culturale di una città che deve saper trovare la forza di fare un salto di qualità,  capace di competere con altre realtà vicine molto più dinamiche e attive.

 

 

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