Beppe Alfano, un giornalista ucciso da Cosa Nostra

Aveva 48 anni, Giuseppe -Beppe- Alfano, siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, e faceva il giornalista. Un giornalista come Pippo Fava, uno di quelli che parlano della  mafia e dei suoi legami con le amministrazioni, la politica, la massoneria. Uno che dava fastidio, insomma. Uno scomodo, come si usa dire, uno che non stava zitto. E si sa che la mafia non sta a guardare senza far nulla: lo sapeva anche lui, sicuramente, ma non ha smesso di fare il suo lavoro. E così, la notte dell’8 gennaio 1993, qualcuno gli sparò. Tre proiettili, Alfano era alla guida della sua auto. Una morte veloce. Tre colpi: e un altro giornalista coraggioso fu messo a tacere, un’altra voce che si alzava libera e coraggiosa contro il potere politico-mafioso fu spenta. Il processo per la sua morte, per la quale è stato condannato il boss locale Giuseppe Gullotti, è ancora in corso. Gullotti, secondo le accuse, fu l’organizzatore. Ma chi ha voluto la morte di Beppe Alfano? Per questa verità da anni si batte la famiglia del giornalista; in prima linea la figlia Sonia, eurodeputata, Presidente della Commissione speciale sulla criminalità organizzata e membro attivo del Movimento delle Agende Rosse.

Ed è Sonia, nel suo libro “La zona d’ombra” (Rizzoli, 2011) a raccontare in maniera lucida e potente la scomparsa del padre.

Mi hanno raccontato che gli hanno sparato. Che ha accostato proprio qui e ha abbassato il vetro per parlare con qualcuno. L’altro gli ha detto qualcosa prima? O ha estratto subito la pistola? Chissà se papà ha avuto paura. Mi hanno raccontato che è morto in fretta e che quando sono arrivati i primi soccorsi l’auto era ancora accesa, con il motore su di giri perché accasciandosi, con il piede aveva bloccato l’acceleratore. La polizia, poi, doveva perquisire l’auto e così lo hanno tolto dal sedile e lo hanno disteso qui. Il sangue è colato a terra, formando una piccola pozza: l’ultima cosa di lui che posso vedere, l’unica.
Mio cugino mi tira piano per un braccio esortandomi a venir via, ma io non voglio. “Ma che resti a fare'” insiste.
“Ne ho bisogno”.
DEVO rimanere qui, adesso, qui dove è morto e dove c’è ancora traccia di lui. Devo imprimere nella memoria ogni dettaglio di questa scena inconcepibile. Per questo, adesso mi inginocchio e mi chino fino a sfiorare questo sangue con il viso, fino a guardarlo dritto negli occhi: devo sentire che odore ha, per fissarlo indelebilmente dentro di me. Questa notte ha cambiato per sempre la mia vita e io DEVO ricordarmi di tutto.
Mi abbasso fino a terra e respiro il sapore ferroso del sangue: è tutto quello che resta di mio padre. 

La mafia ha ucciso Beppe Alfano, ma lui parla ancora attraverso la famiglia, gli amici, giornalisti coraggiosi come lui che non lo hanno dimenticato.

 

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