Gipsy Rufina da Bacchus venerdì 3 gennaio

Gipsy Rufina, rietino di Santa Rufina, professione folker per il mondo, domani sera si esibirà da Bacchus  per il primo concerto del nuovo anno, alle ore 22.00. Il resto in un’intervista rilasciata a Radiorimasto, dove potrete capire chi è questo personaggione che avremo l’onore di ospitare.

www.gipsyrufina.com

Marciapiedi sporchi e asfalto, personaggi al limite, anime sospese nel limbo tra terra e mare. Ha viaggiato registrando i suoi brani live su un Tascam a cassette usando solo chitarra acustica ed armonica. Moltissimi chilometri in giro per il mondo. Chiamiamolo pure folk metropolitano. Lui è Emiliano Liberali, in arte Gipsy Rufina.

Hai scelto un nome d’arte che sembra proprio una dichiarazione d’intenti. Quanto ti senti zingaro nella vita?

Il nome Gipsy Rufina è nato per scherzo. Mi chiamavano Gipsy già ai tempi dell’hardcore vent’anni fa. Mi sono tenuto il soprannome, che mi stava a pennello, e ci ho aggiunto Rufina per provocazione, perché partivo da un posto che si chiama appunto Santa Rufina, nella provincia. Da anni conduco una vita che è in tutto e per tutto quella di un hobo. Un hobo puoi solo esserlo e non far finta di esserlo. Penso sia ridicolo interpretare la parte giusto il tempo di fare il concerto la sera e poi mettersi la camicia e andare a lavorare in ufficio il giorno dopo. “Zingaro” per me è una specie di versione europea più zozza e altrettanto romantica. “Travelling troubadour” è il termine che preferisco.

I tuoi precedenti musicali sono in una band hardcore, i Redemption, come sei approdato da questo alla scelta acustica e solista?

Nel ’78 avevo 4 anni. Il primo ricordo musicale della mia vita sono i Kiss in una vecchia televisione in bianco e nero. Simmons sputava dalla bocca una roba nera che era ovviamente sangue mentre suonava il basso. Era la cosa più interessante che avessi mai visto (forse lo è ancora).
Quella musica mi ha scioccato e cambiato la vita immediatamente. Poi in famiglia girava una chitarra e una serie di dischi di Neil Young, Bob Dylan, Iggy Pop, Beatles, Stones… è partito tutto da li. Dopo c’è stato il punkskate. La mia prima band si chiamava I Contraccettivi, io suonavo il basso e cantavo. Il periodo hardcore è durato per un bel po’… Sì, i Redemption… A un certo punto mi sono annoiato… Tra le varie band che ho avuto nel frattempo ci sono stati The Bloodmakers, con cui suonavo garage rock. Importante per me è stato il tour fatto insieme ai Ballbusters di Boston,”the last Johnny Thunders band”. E poi tutta la gente cui mi ha introdotto il compianto Mr. Rick Blaze a New York City. Una volta tornato in Italia, nel 2003, ho preso la chitarra acustica a ho continuato a fare quello che volevo fare da solo, cioè suonare. In realtà non era niente di nuovo per me, era un po’ tornare bambino.

New York, appunto. E poi Chicago, il nord Europa, la Germania… Nel 2004 ti sei imbarcato per girare i mari di mezzo mondo: Sud America, Pacifico, Carabi, Africa… Oggi vivi tra Roma e Santa Rufina. Che esperienza per te il viaggio?

Per me il viaggio è la vita, la conoscenza, la ricerca e la scoperta continua… e poi il fine stesso del tutto. Negli Usa ho avuto il mio periodo beatnik; in Germania facevo il folk-rocker nei baracci e il busker per le strade; nei mari del Sud sono stato marinaio così come documentarista… Quando sono a Santa Rufina, di solito per poco tempo, faccio una vita semplice e riservata.

Mi sembra di capire che la tua forma musicale è la ballata. Acustica, minimale e pure un po’ metropolitana, è così? Cosa preferisci raccontare nelle tue canzoni?

Tutto può essere una ballata. Mi piace andare liberamente senza nessuno schema musicale… la poesia, i ritmi, le storie, vengono tutti dalla mia vita. Non c’è molto da inventare. Io racconto, descrivo, dipingo delle immagini, che ti possono colpire e restare dentro o meno. Per un attimo, per anni… o per niente. Se poi non le capisci come io le intendo, di sicuro ci puoi trovare un tuo significato. L’importante è che ti portino da qualche parte, che ti facciano viaggiare per un po’.

Cosa puoi raccontarmi di questo ultimo album?

L’ho appena registrato in Svizzera. E’ un viaggio un po’ diverso, una specie di esplorazione che parte dalla solita strada, città e deserto per staccarsi verso l’infinito, la luce e eterne questioni mai risolte. Son 12 canzoni (11 inediti e una cover). Il titolo è Space Talking.

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