Da Spezia alla GAM di Torino per Bill Viola

Non faccio fatica ad ammettere che su  Bill Viola non ho mai scritto niente (forse giusto una scheda nella antologia sulle arti digitali di Garzanti) e il motivo è unicamente questo: per quanto abbia visto, studiato, amato in maniera viscerale le sue opere, acquistato vhs prima e dvd dopo le sue opere in commercio, non mi sono mai sentita all’altezza.

Semplicemente Bill Viola non è di questo mondo. Ha coniugato in maniera sublime e profonda arte tecnologica e spiritualità nel senso più puro del termine, non limitandosi alla visione religiosa sua personale (da buddista) ma inseguendo i territori universali dell’anima. L’arte video con lui prende il volo e dal movimento Fluxus di Nam June Paik si arriva a vette irraggiungibili persino dal miglior cinema.

Nella lunga carriera iniziata negli anni Settanta ha esplorato ambiti sperimentali quando ancora il Video tape recorder era solo per gli addetti ai lavori; ha registrato gli elementi naturali, le montagne, i deserti, i fiumi inducendo coloro che guardavano il video, a uno stato di concentrazione interiore o a una condizione di auto analisi. Le riprese dei primi vagiti di suo figlio uniti in montaggio agli ultimi attimi della madre in The passing, la lunga osservazione dentro le pupille degli animali per scorgervi una qualche somiglianza e riflettersi in essi, in I don’t know who I am like. E poi uomini dentro l’acqua che rimandano a rituali di passaggio, a purificazioni, a passaggi oltre la vita in un eterno ritorno. Ancora, la serie di rivisitazioni delle opere del passato, dal Pontormo a Masolino da Panicale, dando movimento (in sequenza rallentata) ai panneggi, alle vesti, alle espressioni dei volti sacri.

Nell’incontro alla Galleria d’Arte Moderna di Torino in una sala piena all’inverosimile, Bill Viola con Kira Peirov, sua moglie da molti anni e sua assistente, ha mostrato e spiegato la serie The encounter che da Londra è entrata alla Galleria di Torino per poi arrivare persino agli Uffizi. L’artista che è stato il primo videomaker ad essere esposto al Moma di New York ha spiegato che il video è stato girato in pieno deserto in estate.

Nei due video sono protagonisti due figure (maschile e femminile in un rapporto di maternità/paternità) che da un punto lontanissimo si avvicinano ma lentamente. Le donne si incrociano, i loro sguardi si uniscono, la donna anziana lascia un dono e ripartono, allontanandosi in traiettorie opposte. In mezzo, il miraggio del deserto, che renda la visione traballante e mostra le figure come apparizioni fantasmatiche. L’armonia cromatica induce a pensare che l’esperienza sui quadri rinascimentali e manieristi abbia influito nella composizione, perfetta in ogni dettaglio fotografico.

L’invito quindi è a cogliere all’interno di queste Gallerie, quella scintilla di illuminazione che il video di Bill Viola può offrire a chi entra nella dimensione dell’arte come porta per la conoscenza di noi stessi.

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