“Tutto tranne Elena è fango”. Il “Doctor Faustus” di Richard Burton

Ultimo appuntamento con l’ACIT (Associazione Culturale Italo Tedesca) di La Spezia che ha completato il trittico di incontri focalizzati sul Mito di Faust nella storia del cinema. Per l’occasione è stato proiettato il poco noto “Doctor Faustus” (1967) di Richard Burton e Neville Coghill, in lingua originale con sottotitoli in lingua inglese. Il dott. Giordano Giannini ne ha curato l’introduzione alla visione e il commento.

Sabato 7 dicembre, ore 16:30, i locali dell’ACIT (Via Manin, 27; Tel. 0187/739625) hanno ospitato la proiezione di “Doctor Faustus” (1967) di Richard Burton (1925-1984), una pellicola interessante, dal taglio decisamente teatrale ma eccezionale sul versante figurativo e assai abile nel suo continuo gioco di rimandi simbolici oggettuali; per troppo tempo etichettata dai critici come un progetto inerte, di pura vanità, costruito a tavolino per sfruttare il gigionismo dell’attore gallese e la bellezza della consorte Elizabeth Taylor (1932-2011). Ora vi racconteremo in breve la genesi del film. Nei primi mesi del 1966, presso l’Oxford Playhouse Theatre, E. Taylor e R. Burton calcarono le scene in ben nove repliche de The Tragical History of Doctor Faustus (1588) di Christopher Marlowe (1564-1593). Questa coppia d’eccezione inscenò il dramma elisabettiano con l’amichevole partecipazione degli studenti dell’Università di Oxford, senza retribuzione e al solo scopo di raccogliere fondi per le attività teatrali promosse dall’Ateneo. Ciò fu anche per l’onore di tornare a lavorare con la supervisione di Neville Coghill (1899-1980), noto studioso letterario e primo vero incoraggiatore di Burton verso l’arte della recitazione. Preso atto del notevole riscontro di pubblico ottenuto a Oxford, il divo meditò seriamente sulle possibilità di una riduzione cinematografica del testo di Marlowe. E così avvenne. L’anno successivo Doctor Faustus avrebbe significato la prima ed ultima esperienza di Richard Burton dietro la macchina da presa, coadiuvato proprio dal mentore Coghill, autore anche della meticolosa sceneggiatura.

La vicenda resta sostanzialmente inalterata: l’ambizioso Johann Faustus (Richard Burton), inappagato dagli studi di medicina, legge, logica e teologia, sceglie di dedicarsi a pratiche occulte di magia. Ha dalla sua il rozzo servo Wagner (Patrick Barwise) il quale convoca per l’occasione Valdes (Ram Chopra) e Cornelius (Richard Carwardine), due esperti di arti divinatorie: Faustus ha bisogno dei loro insegnamenti. Rimasto solo nel suo studio, Faustus comincia a sussurrare segrete formule in latino quando, all’improvviso, appare Mefistofele (Andreas Teuber) sotto le mentite spoglie di un frate domenicano: il vegliardo uomo di scienza ha maledetto la Santissima Trinità, perciò l’araldo infernale ha subito bussato alla sua dimora! L’incauto Faustus prega quindi Mefistofele di portare un messaggio al potente Lucifero (David McIntosh): egli è pronto a vendergli l’anima a patto che lo risparmi ancora per ventiquattro anni, cedendogli tutto ciò che vorrà, svelandogli tutto ciò che avrà l’ardire di chiedere, lasciando cadere in rovina i suoi nemici e obbedendo sempre a ciascun ordine …

Girato in gran parte a Roma, Doctor Faustus non è soltanto una tragedia filmica sul Peccato ma, inconsapevolmente, incastona le tracotanti gesta del dottore di Wittenberg nella forma che ha sempre occupato la nostra immaginazione: rudimentali vetri ottici, volumi desueti e polverosi, alambicchi, ampolle, fuochi fatui … e quella vitalità spinta all’ebbrezza che punteggia di continuo la pagina di Christopher Marlowe. Concreta e carnale. Oltretutto Richard Burton riunisce sul set un gruppo di personalità creative le quali, come inferito prima, hanno contribuito non poco a far balzare l’aspetto visuale in primo piano: il grande Gábor Pogány (1915-1999) – già direttore della fotografia per Roberto Rossellini in Giovanna d’Arco al rogo (1954) – infiamma la messa in scena di cromatismi fiamminghi; lo scenografo Italo Tomassi (1910-1990) – Tosca (1956) di Carmine Gallone o Fratello Sole, Sorella Luna (1972) di Franco Zeffirelli, solo per citarne alcuni – lascia che lo sfarzo, sposato a tinte surreali, quasi carnevalesche, prenda il sopravvento tenendo conto anche della lezione coeva di Roger Corman e dei suoi adattamenti di numerosi racconti di Poe (La maschera della morte rossa [1964] su tutti). Infine, la colonna sonora di Mario Nascimbene (1913-2002), che rielabora alcuni temi da Le baccanti (1961) di Giorgio Ferroni, conferisce al racconto un tono di volta in volta epico, misterioso, di notevole suggestione.

Una pellicola, insomma, da riscoprire assolutamente qualora si presentasse l’occasione. Da vivere se non altro come un omaggio visionario del vulcanico Richard a sua moglie Elizabeth (nei panni di Elena di Troia – vedi foto), l’amore per la quale trapela da ogni inquadratura.

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