“La mia Sardegna”. Una riflessione poetica dello scrittore e sceneggiatore Paolo Logli dedicata alla regione oggi devastata dall’alluvione.

“Siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi. Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese. Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto. Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi”. Grazia Deledda

Guardo le immagini in tv e non la riconosco, la mia Sardegna. Questa che vedo nelle immagini è grigia, spenta. Colpita.

La mia Sardegna invece – quella dei miei ricordi e delle varie volte che sono ritornato là – è luminosa, colorata, sempre con la fronte al sole. Magari non è una fronte posta molto in alto, per fisiognomica. Quel pastore sardo che era mio nonno, quel pastore sardo scorbutico e sospettoso sono anch’io, perché quel pastore è anche dietro di me, tra i vari pregi, non ha mai avuto quello dell’altezza. Gente tracagnotta e ben ancorata a terra, i sardi. Così ricordo i miei zii e le mie zie. E i miei cugini. Che per tradizione sarda, visto che erano figli dei fratelli di mio nonno, pretendevano di essere miei zii anche loro. Gente dalla pelle dura e da un fatalismo antico. Per questo si rialzeranno, senza neppure un gemito. Perché lamentarsi non è cosa. Non ci si lamenta, se il lupo uccide le pecore. Si prende lo schioppo e si va a cercare il lupo arrampicandosi su per il Supramonte.

 In questi giorni della Sardegna ne parlano tutti, molti che hanno più titolo di me. Io mi sento autorizzato solo ad un pensiero, di chi l’Isola la guarda e la ama da lontano. Ma con la massima umiltà, e senza avere pretese di spiegare né appelli da fare.

 I miei ricordi della Sardegna, fin dall’infanzia, sono colorati e profumati. Forse perché ci andavo sempre in estate, finita la scuola, sulla Ford Cortina color vinaccia del Signor Antonio De Murtas, che per aumentare il suo credito sociale scrisse nella scheda militare, appena partito per la leva, “pastore calzolaio”. Mio nonno, appunto.

Sono rimasto in un contatto vitale e denso di affetto con la Sardegna. Ho delle immagini in testa, del Poetto, la spiaggia di Cagliari a primavera, solo la primavera scorsa, era fine Marzo, mi pare. La pasta coi ricci all’aperto e il profumo del mare e la Sella del diavolo che domina la scena. Non ci voglio stare a guardare quel fiume di fango che ha travolto i chioschetti e si è mangiato la spiaggia. E – lo dico di passaggio, ma lo voglio dire – questa sfilata di politici che recitano la giaculatoria, mi fa solo incazzare. Non ci voglio stare, al fatalismo del tempo meteorologico che cambia e che non si può prevedere.

E d’accordo che si rialzeranno, i Sardi. Ma come sempre da soli. Dopo essere stati imbottiti di chiacchiere da coloro che un programma di prevenzione avrebbero dovuto farlo.

 Ci vado spesso, in Sardegna, tutte le volte che posso, ed oltre ai miei parenti, arrampicati sulle colline dell’Ogliastra fino alle pendici del Gennargentu, tra Lanusei ed Arzana,  ho anche molti amici laggiù. Tra tutti, Francesco “Frisco” Abate, al quale invidio, oltre alla grande penna, quella pacatezza fatalista che solo i sardi incazzati sanno avere. Michela Murgia, Mimma Ferraraccio, Anna Marceddu, Loredana Rosa, ne dimentico qualcuno di certo e mi scuso. Tutte persone che coniugano una salda radice nella tradizione con uno sguardo dritto nel futuro.

Michela in questo periodo si è fatta capofila della loro voglia di rinnovamento, e della loro voglia di tenere ancora alta quella fronte, nell’orgoglio di essere sardi. E di stare meglio da soli.

Sto divagando? Forse, non troppo. I sardi non hanno bisogno di altri commedianti che allarghino le braccia e spieghino che questo è il clima, non è colpa di nessuno.

I sardi hanno con la terra, e con la natura in generale, un rapporto diverso da quello, per esempio, che ho conosciuto a La Spezia, e poi a Roma. Hanno una consapevolezza assorta dell’inevitabilità dei fenomeni naturali, forse perché della terra e dell’avvicendarsi delle stagioni conoscono il lato duro, come tutte le popolazioni che hanno, per millenni, vissuto di agricoltura e di pastorizia.

Ricordate le voci sarde registrate da De Andrè all’inizio de “Le Nuvole”?

 “Vanno, vengono, ogni tanto si fermano. E quando si fermano sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio. Certe volte sono bianche e corrono e prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia ma questo lo vedono meglio i bambini che giocano a corrergli dietro per tanti metri. Certe volte ti avvisano con rumore prima di arrivare e la terra si trema e gli animali si stanno zitti. Certe volte ti avvisano con rumore. 

Vanno, vengono, ritornano, e magari si fermano tanti giorni che non vedi più il sole e le stelle e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai. Vanno, vengono, per una vera mille sono finte e si mettono li tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.”

 La mia Sardegna affamata di pioggia – questa è un’altra ironia di quel che è accaduto – enumera i fenomeni del mondo, enumera le facce delle nuvole, e non pretende di spiegare il perché: si limita al come. Certe volte sono così, altre sono diverse. Il mondo è un avvenimento, che accade. E il sardo, il pastore che era mio nonno, e che da qualche parte c’è, dentro di me, sta ancorato al terreno e sa che con la natura, spesso, si combatte.

Ma il sardo, che è dentro di me, sa anche che la natura è un antagonista da rispettare, da non prendere in giro, da non sottovalutare. Ecco, questo sì è il vero sgomento. Lo so, lo so. Ci sono interessi dietro la cementificazione, e dietro i dissesti idrogeologici. So anche dai miei amici sardi che alcuni comuni della zona colpita avevano lanciato l’allarme. E altri no. So tutto questo come tutti voi.

 Ma mi sconcerta un’altra cosa.

Quella natura parla. Il pastore sardo che è dentro di me, lo sa. Lui era capace di ascoltarla.

Oggi invece, quelli che dovrebbero darci risposte sollevano gli occhi al cielo, seduti sulla massa di frasi fatte che purtroppo conosciamo bene, e non sanno dirci di meglio che il clima è cambiato, e che gli dei non sono più dalla nostra parte.

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