Intervenire per i bambini di Chernobyl: ne vale ancora la pena?

Le domande di Emilio Vanoni, presidente di un Comitato di accoglienza per i “bambini di Chernobyl” al presidente di Mondo in cammino, Massimo Bonfatti (pubblicato su www.progettohumus.it, 09-11-2013).

Come è la situazione in questo momento a livello generale nelle zone contaminate della Bielorussia?La situazione non è assolutamente in via di risoluzione. I dati sulla reale contaminazione del terreno non si conoscono (e forse non si conosceranno mai). La politica di minimizzazione del rischio è una cosa, la realtà un’altra.  Bisogna tenere presente che la contaminazione di Chernobyl (riferendomi alla Bielorussia) non è stata un fallout, ma un ri-fallout. Mi spiego. Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, il professore Bandazhevsky trovò in una biblioteca un libro: “Il fall out globale del Cesio137 e l’uomo”. Il libro, edito nel 1974 da Atomizdat di Mosca e stampato in 1.655 esemplari, riportava gli studi e le osservazioni di diversi studiosi sulla migrazione del Cesio137, a seconda del tipo di terreno, nelle varie radici delle piante e, di conseguenza, esaminava le cause dell’aumento dell’incorporazione del Cesio137 nel corpo degli abitanti rurali di alcune province dell’Unione Sovietica. In più a pagina 37 riportava una cartina con il fallout del Cesio137 in una zona particolare, definita “Poles’e”, ovvero, lungo la linea Brest- Gomel quella fascia di territorio che comprende i confini meridionali della Bielorussia e quelli nord occidentali dell’Ucraina. Per quanto riguardava la Bielorussia la cartina assumeva un respiro più ampio inglobando gli ultimi territori meridionali delle province di Minsk e Mogilev e completamente quelli delle province di Brest e Gomel. Nella cartina erano riportate le seguenti località: Brest, Kobrin, Pinsk, Luninets, Recitsa, Bobruisk, Baranovichi. Bragin, Khoiniki, fino giù alla stessa Chernobyl in Ucraina. Il professore capì subito che le cartine diffuse subito dopo l’incidente di Chernobyl sulle ricadute radioattive, non erano nient’altro che la riproposizione dei fallout dei precedente test atomici in atmosfera, di cui si era taciuto e di cui si era tentato di farne sparire le tracce. E per di più a Bandazhevsky fu chiaro perché subito dopo il fallout di Chernobyl venne registrata una percentuale notevole di cancri tiroidei. La situazione, creatasi in seguito alle ricadute degli isotopi dopo l’incidente, non era niente altro che lo specchio fedele delle risultanze dei suoi esperimenti: il fallout, precedente all’incidente di Chernobyl, aveva già innestato un processo di mutagenesi in molti individui; dopo Chernobyl un isotopo labile come lo Iodio131 colpendo, in questi individui, le cellule in preda a mutagenesi, si era trasformato in isotopo “provocatore” dei geni che, fino a quel momento, erano riusciti a svolgere una funzione vicariante senza dare segno di malattie o malformazioni. E, in previsione, bisognava aspettarsi l’azione di un altro  agente provocatore su cui stava lavorando il professore: non il labile Iodio131, bensì il più temibile Cesio137.
Questo significa che se, dopo il 1986, le patologie che si erano subito evidenziate erano conseguenza dei fallout degli anni ‘60 che avevano indotto quella mutagenesi slatentizzata in malattie dal nuovo fallout di Chernobyl, ora (2013) continuano a manifestarsi quelle patologie per cui nulla può il potere vicariante dell’organismo collassato dall’esposizione ad una dieta a base di radionuclidi: radionuclidi presenti nei terreni e nella dieta di molte famiglie che vivono nelle zone contaminate (famiglie, per di più, sottoposte a fallout subentranti, come quello di Fukushima, che,  a differenza di altre zone ed altri paesi, induce più in fretta – negli individui che vivono già in zone contaminate – il superamento della soglia di “tolleranza”).
Questa lunga premessa è per fare capire che, indipendentemente dal tasso dei livelli di radioattività (che hanno, però, una grande incidenza a livello peggiorativo), le popolazioni delle Bielorussia che vivono – soprattutto, ma non solo – nelle zone di Gomel, Brest, Mogilev, sono circondate da un ambiente di radiocontaminazione pericoloso e di cui è difficile prevedere la fine.
Il miglioramento, in generale, delle condizioni di vita (lotta alla povertà – che non vuole dire incremento del consumismo, ma dignitose situazioni di sussistenza e di igiene – e incremento del welfare sanitario) potrà favorire una maggiore consapevolezza negli abitanti per la propria gestione del rischio radioattivo e per richiedere l’attenzione dovuta da parte delle autorità locali e statali.

Quali sono gli effetti oggi sulla salute delle persone che vivono ancora in quelle zone?

Le popolazioni sono sottoposte all’azione costante delle “basse dosi di radiazione” che inducono quella mutagenesi scoperta, nei suoi esperimenti, dal professor Bandazhevsky. Gli effetti si tramutano in alterazioni genetiche, malformazioni fetali, aborti, infertilità, patologie tumorali, leucemie e, più in generale, in tutta quella casistica correlata all’immunodeficienza indotta dai radionuclidi (fino alle più semplici malattie che, in un altro contesto e a parità di condizioni, non si manifesterebbero).

Quando potrà essere archiviata l’emergenza Chernobyl in quelle zone?

Una risposta a tale domanda dovrebbe valersi del dono della preveggenza. La domanda deve essere posta diversamente, ovvero: “Quando si potrà gestire al meglio l’emergenza di Chernobyl?”. Su questa domanda dovrebbe confrontarsi tutto il modo dell’associazionismo impegnato nell’accoglienza dei “bambini di Chernobyl”. E la risposta è una sola: “Solo quando le persone e le famiglie che vivono nelle zone contaminate avranno gli strumenti culturali per una corretta autogestione”. Solo avendo presente la necessità primaria di fare crescere gli strumenti culturali, avrà valore e senso assicurare anche quelli pratici, economici e concreti che potranno fungere da implementazione e che addirittura, potranno diventare indispensabili. E per cultura intendo: informazione, programmi nelle scuole, distribuzione di materiale informativo, raccomandazioni sulla catena alimentare, corsi di culinaria per la preparazione degli alimenti, e così via. Per farmi capire meglio, a scopo esemplificativo,  ripeto quanto avevo affermato alcuni anni fa e che aveva dettato molto scalpore: “Se continueremo a costruire solo servizi igienici (intendo con essi unicamente interventi sulle condizioni di vita e sulla povertà avulsi dal contesto culturale di autogestione radioattiva) per i bambini di Chernobyl, sicuramente avremo dei bambini che evacueranno in condizioni igieniche – e anche confortevolmente – ma sicuramente che continueranno come prima ad ammalarsi e morire per la radioattività”.
Il compito importante è spezzare con gli strumenti della cultura e dell’informazione quella catena viziosa che ha creato “i bambini di Chernobyl”, che li ha fatti diventare “adulti di Chernobyl”, e poi “genitori di Chernobyl” con figli che – a loro volta – sono diventati e diventeranno altri “bambini di Chernobyl”.

Sono ancora validi i progetti di accoglienza dei bambini di Cernobyl per il risanamento sanitario o, come sostiene qualcuno, non sono più necessari?

Nelle affermazioni precedenti c’è già la risposta a questa domanda. Avrà senso continuare i programmi di accoglienza se si vorrà incidere a livello culturale e se si avrà consapevolezza che l’accoglienza è uno strumento, ma non il più importante per intervenire nella catena di protezione dal rischio radioattivo.
L’intervento più importante è quello a livello locale: con azioni nel campo della radioprotezione (le già citate raccomandazioni) si ottiene continuativamente per tutto l’anno lo stesso beneficio che si ottiene con un solo mese di permanenza all’estero e che, però, scompare progressivamente con il rientro in patria, quando i bambini assumeranno nuovamente radionuclidi tramite la dieta (e, soprattutto, nel settore privato).
Per raccomandazioni, intendo nozioni sul trattamento della cenere, sulla raccolta dei funghi e dei frutti di bosco, sul trattamento del latte, sulla preparazione e sul lavaggio degli alimenti, sulle regole nell’approvvigionamento della selvaggina e dei pesci, sulla consumazione degli alimenti conservati, sulla prevenzione degli incendi, sulla copertura dei pozzi, ecc.
Se l’accoglienza saprà essere propedeutica a questa capacità e volontà di consapevolezza nell’intervenire a livello locale, essa avrà ancora un grandissimo significato e valore.
Diversamente diventerà un programma “affettivo”, di miglioramento delle condizioni di povertà, di ”scambio culturale”, tutte motivazioni legittime. Ma, per favore, non chiamiamoli “programmi di risanamento per bambini di Chernobyl”! Se, invece, si saprà rispettare il vero valore del programma di risanamento, tutti gli altri obiettivi  – prima elencati – acquisteranno un plusvalore significativo, ovvero di implementazione e del raggiungimento del target dell’autogestione locale, unito alla consapevolezza, per tutte le persone che vivono in territorio contaminato, di non esser solo “persone di Chernobyl”, ma soprattutto “cittadini di Chernobyl” con i propri diritti, a cominciare da quello del rispetto della vita per sé e le future generazioni..
Per completezza, in questo contesto di consapevolezza, assume significato anche un altro elemento, quello della somministrazione – ai bambini e alle loro famiglie – di preparati coadiuvanti come la “pectina”, in grado di avere un effetto “disintossicante” sinergico con la primaria autogestione locale del rischio radioattivo e con i programmi di accoglienza.
C’è infine un valore aggiunto che può essere dato dai programmi di accoglienza., ovvero un’altra consapevolezza: quella di avere un destino comune. Noi, come i “bambini di Chernobyl” siamo oramai sottoposti ad una fallout generalizzato che sta accumulando più lentamente (rispetto a loro) e progressivamente, a piccole dosi, radionuclidi nel nostro organismo.  Rendercene conto vuol dire aiutare anche noi a “proteggerci” usando quegli stessi strumenti che, mutuati dalla cultura delle esperienze locali di autogestione, dovrebbero diventare strumenti universali. Primo fra tutti il diritto all’informazione e, rifacendoci all’esperienza dei “bambini di Chernobyl”, ad una alimentazione più “pulita” possibile pretendendo controlli ad hoc ed una migliore tracciabilità di quanto consumiamo, superando il concetto di “norma” riguardo ai contaminanti: non esiste una soglia di accettabilità o ammissibilità per i radionuclidi, bensì una soglia zero o, al massimo, precauzionale e fissata ai minimi.
E, soprattutto, sarebbe meglio e coerente che ogni famiglia e/o gruppo ospitante “i bambini di Chernobyl” che – in conseguenza di questa scelta – non intendesse assumersi, o non volesse cercare di capire con essa, anche la responsabilità di una scelta antinucleare (fosse solo come propria consapevolezza!), smettesse di fare accoglienza perché – inevitabilmente –  si allineerebbe alla strategia della minimizzazione del rischio radioattivo sottovalutando i rischi di una contaminazione che, per secoli, rimarrà sul nostro pianeta…tradendo anche, in ultimo, l’aspettativa di vita di quello stesso bambino che gli viene affidato.

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