Videoarte: 50 anni (e non li dimostra).

La vitalità della videoarte (che continuiamo a chiamare così solo per consuetudine, considerate le nuove espansioni digitali del video) è evidente da manifestazioni internazionali come INVIDEO di Milano, “rassegna di video e cinema oltre” che nonostante politiche nazionali al risparmio sulla cultura, continua ad avere un programma articolato e ricco e un pubblico vasto, eterogeneo e interessato. Questo grazie ai fondatori Romano Fattorossi e Sandra Lischi che negli anni hanno “fidelizzato” spettatori consapevoli e curiosi, spesso provenienti dalle numerose accademie d’arte, istituti artistici e master presenti a Milano. La ventitreesima edizione si apre con una nota in omaggio a Paolo Rosa e Antonio Caronia, collaboratori storici di INvideo e personalità di spessore nel mondo della ricerca e del pensiero elettronico, scomparsi entrambi nel 2013. Apre la rassegna, un curioso omaggio alla storia della videoarte, l’azione di Giacomo Verde: TV CRASH, riattualizzazione di una vecchia performance degli anni Novanta in cui l’artista napoletano fa spaccare al pubblico televisioni per creare, poi, con gesso e pittura, sculture fatte con transistor e pezzi smontati dell’apparecchio. Demistificazione dell’oggetto Tv che ricorda molte delle azioni dei primi artisti Fluxus.

Ha ragione Marco Maria Gazzano -uno dei massimi esperti di cinema elettronico e docente all’Università di Roma 3-che ha tenuto una straordinaria lezione pubblica giovedì 31 allo Spazio Oberdan: bisogna conoscere, ricordare, mostrare, spiegare i primordi delle ricerche elettroniche ai giovani per far capire dove siamo arrivati adesso, con la televisione digitale, con Internet. Certo, manca un luogo dove raccogliere queste memorie, questi materiali; disinteresse che secondo Gazzano è da attribuire alla mancanza di sensibilità del nostro Paese verso il pensiero scientifico.

Il Whiteney Museum e il Moma di New York hanno aperto sezioni dedicate al cinema e al video sin dagli anni Settanta. Non sarà eccessivo ricordare che sono stati proprio i  pionieri della videoarte ad aver spinto la ricerca elettronica in settori non necessariamente esclusivamente artistici (Nam June Paik aveva creato e brevettato il primo sintetizzatore audio-video). Ed è proprio Paik, quello dei video manipolati con effetti di colorizzazioni elettroniche flashanti degli anni Settanta (Vedi Global grove) ad aver offerto elementi di stile per un immaginario artistico in cui l’elemento video iniziava a essere sempre più protagonista, e a suggerire contemporaneamente -come ricorda ancora Gazzano- l’utopia di una televisione completamente “altra”, che non si limitasse, cioè solo a giocare con il “villaggio globale”.

Gazzano ha percorso la storia della videoarte in modo eccentrico rispetto a quello che per decenni hanno raccontato libri e cataloghi (complici storici americani come Marita Sturken, per esempio): la nascita della nuova arte elettronica non sarebbe da datare al 1965, anno in cui secondo la “leggenda”, Paik tornando a casa in taxi, dopo aver comprato la nuova Portapack della Sony, avrebbe registrato il corteo di Papa Paolo VI in visita a New York e lo avrebbe proiettato la sera stessa al circolo artistico davanti all’avanguardia riunita. Casomai bisognerebbe anticiparla al 1963, anno in cui un giovane Paik diventato membro di Fluxus, espone a Wuppertale i famosi 13 televisori “distorti”, in cui il segnale televisivo venne manipolato, interrotto, alterato anche attraverso calamite, creando una prima forma di televisione astratta: “per la prima volta in una mostra, un artista accese la televisione”.

Gazzano sottolinea come agli albori, la videoarte nasca non solo come arte intermediale (che si relaziona con altri linguaggi anche performativi) ma anche come arte relazionale (che crea nello spazio-tempo dell’allestimento, un gioco di interazione con il pubblico). Lo studioso ricorda ricorda anche l’apporto alla ricerca elettronica degli italiani Fontana e Burri (tra gli altri), quando parteciparono alle sperimentazioni RAI, ben undici anni prima di Paik. Questi artisti, che fondarono il Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione, fecero operazioni artistiche con riprese nello studio televisivo di cui purtroppo non rimane più traccia nelle teche Rai; l’episodio è stato rievocato da alcuni storici come Enrico Crispoldi, Sandra Lischi, Silvia Bordini e dallo stesso Gazzano per mostrare il contributo italiano a una storia che i newyorchesi vorrebbero tutta fatta da loro.

I materiali rarissimi mostrati a INvideo fanno parte di una collezione privata d’archivio che lo studioso ha voluto generosamente mostrare al pubblico del Festival e che sono visibili solo al Moma di New York. Su You tube, come è noto, ci sono solo piccoli frammenti di una storia che varrebbe la pena conoscere per intero….

Marco Maria Gazzano (Torino, 1954) è studioso di arti elettroniche e teorie dell’intermedialità, professore di Cinema all’UNiversità di Roma 3. Dal 1984 al 1996 è stato direttore del VidéoArt Festival di Locarno e dal 1997 al 2001 della Biennale internazionale di arti elettroniche, televisione di qualità ed editoria multimediale. Curatore di convegni e Festival ha pubblicato numerose monografie e antologie dedicate ad artisti elettronici. L’ultimo è  Kinema. Dal film alle arti elettroniche,andata e ritorno, ed.Exorma

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