50 anni fa l’inferno del Vajont

Le sentenze definitive della Magistratura parlano di evento prevedibile. Nella tarda serata del 9 ottobre 1963 (erano le 22:39, per la precisione), a causa di forti precipitazioni e grosse negligenze umane, 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc (tra le province di Belluno e Udine), precipitando nel bacino artificiale della diga del Vajont, provocando una frana che si riversò nella zona del Piave, distruggendo completamente il paese di Longarone e zone limitrofe. Fu una tragedia. I morti accertati sono oltre 1900. Circa 500 cadaveri non vennero mai trovati, molti di quelli riemersi dopo il disastro furono giudicati irriconoscibili. Secondo quanto si apprende dal sito ufficiale (www.vajont.net), furono tre gli errori umani che portarono alla tragedia:

1) aver costruito una diga in un luogo non idoneo sotto il profilo geologico

2) aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza

3) non aver dato l’allarme, la sera del 9 ottobre, per attivare l’evacuazione di massa

Errori umani. Come (quasi) sempre quando accadono queste disgrazie, ieri come oggi, nel 1963 come nel 2000. “Non fu tragica fatalità” ha dichiarato oggi il Presidente Napolitano. Anche la Magistratura, come scritto in apertura, l’ha detto (le sentenze). Eppure si continua a costruire dove non si dovrebbe, eppure si disbosca e si cementifica ovunque. La tragedia del Vajont non pare aver insegnato molto. Tutti i paesi distrutti sono stati ricostruiti, ma ancora oggi la zona parla alle coscienze di chiunque la visiti: la diga è ancora lì, a eterna memoria di un disastro che si poteva (e si doveva) evitare.

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