La guerra d’Algeria, l’invenzione dell’elettricità, Lepage e una centrale a carbone

Andare a vedere uno spettacolo di Robert Lepage, geniale e pluri-acclamato regista canadese, è un’operazione impegnativa, specie se si vuole cogliere tutte le sfumature del suo raffinatissimo lavoro di scrittura drammaturgica e scenica. Come nel caso dell’ultimo spettacolo, il secondo episodio di PLaying Cards dedicato ai “Cuori“. Dopo un debutto non entusiasmante un anno fa di “Picche” a Chalons en Champagne, l’anomala scenografia a pianta centrale si impossessa della centrale a carbone di Zollverein in Renania per un debutto all’interno della Triennale di Rhur diretta da uno dei massimi compositori e registi multimediali contemporanei, Heiner Goebbels.

Un congegno perfetto, un meccanismo ben “oliato” nella drammaturgia (scritta collettivamente da attori e regista) e nei vorticosi cambi di scena e di personaggi che si susseguono ininterrottamente per oltre 4 ore di spettacolo ruotando intorno a figure storicamente esistite e vicende inventate, lontane tra loro nello spazio e nel tempo ma che condividono nel palcoscenico e nella finzione, un luogo: l’Algeria.

Lepage è un grande maestro delle trame impossibili, delle narrazioni non lineari (I sette rami del fiume Ota), addirittura aperte (come nel Dragon Blue). Ma qua la fabula tende a lasciare sempre più lo spazio a un intreccio che continua a fare retromarche come in un flashback continuo: dal Québec di oggi che continua a convivere con le problematiche del separatismo anglo-francese, alle memorie della guerra franco-algerina. Tutto parte dalla scoperta dell’elettricità, dai viaggi del padre della fotografia Nadàr ad Algeri, da quelli di Robert Houdin, illusionista di fine secolo assai ammirato dall’inventore del cinematografo, Georges Méliès, anche lui in scena. La storia scaturisce dal viaggio di un algerino québeccoise alla ricerca del nonno, partigiano del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria, torturato con scariche elettriche dai militari francesi. Cosa unisce tutte queste storie? Il caso della loro presenza in Algeri e la ricerca di una luce di verità. O di illusione.

Lo spettacolo è una scatola dove appaiono e scompaiono persone, dove agli incontri d’amore seguono dolorose separazioni, dove l’unione affettuosa tra una cattolica e un musulmano genera un allontanamento delle famiglie di origine. In tutto questo,  si  impone una scenografia a incastri, in cui un sotterraneo e invisibile palco è il luogo di preparazione di attori che cambiano maschera e diventano almeno 3 personaggi ciascuno. Il palco non connotato in nulla, diventa all’occorrenza il giardino francese, la tavola apparecchiata, il fronte della rivolta, un teatrino di fine Ottocento, il porto di Algeri, un luogo d’amore o di tortura, con letti girevoli, assi e teli di proiezione che si sollevano, porte che si abbassano, in una rotazione continua del palcoscenico. In alto ingranaggi di un orologio ci ricordano la trama intrecciata delle storie.

Si tratta dell’unica tappa europea dello spettacolo che sta ritornando in Canada per poi andare in tournée in tutto il mondo. Tappa individuata in un luogo non convenzionale come l’ex centrale a carbone di Zollverein che sembrava accordarsi perfettamente con il tema chiave dello spettacolo, il fuoco, la luce, l’energia, la passione.

Per approfondimenti e materiali fotografici e video http://lacaserne.net/index2.php/exmachina/gallery/playing_cards_hearts/#id=album-57&num=content-1466

 

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.